Il momento delicatissimo attraversato dall’Europa impone una riflessione di fondo sul nesso tra stato nazionale e integrazione europea, sul modo in cui esso è stato declinato nel corso del tempo e sulle sue prospettive di fronte a una crisi epocale come quella che sta scuotendo l’economia europea e mondiale nel quadro di una più generale trasformazione in senso multipolare del sistema internazionale. Ad essere messo prepotentemente in discussione sotto i colpi della crisi non è solo l’avvenire dell’euro ma l’intero equilibrio, che per oltre un decennio era sembrato illusoriamente possibile garantire, tra un’unificazione limitata alla moneta e allo sviluppo del mercato comune da un lato e, dall’altro, la sopravvivenza degli elementi di fondo del compromesso sociale (la cosiddetta “economia sociale di mercato”) e del patto di cittadinanza sulla cui base si è edificata la democrazia postbellica.
Come la storiografia più avvertita ha da tempo chiarito, nelle sue prima fase che va dalla istituzione della Comunità europea per il carbone e l’acciaio nel 1951 fino al trattato di Maastricht del 1991 (passando per i Trattati di Roma del 1957) il processo di integrazione europea ha rappresentato una componente di un più generale assetto politico-economico imperniato da un lato sul rapporto Europa-Stati Uniti e dall’altro sullo sviluppo dell’economia mista (fondata su un robusto ruolo dello stato) e della democrazia dei partiti a livello nazionale. La storiografia “realista” di impianto “intergovernamentalista” si è spinta a considerare la costruzione europea come uno degli strumenti di quel vero e proprio “salvataggio dello Stato-nazione” verificatosi nel secondo dopoguerra (Milward). Un salvataggio basato su di un compromesso transatlantico tra “Keynes all’interno e Smith all’esterno” (Gilpin), cioè tra un forte ruolo dello stato nell’economia e l’apertura del commercio internazionale, di cui l’integrazione europea ha costituito una decisiva camera di compensazione e non certo l’embrione di una nuova entità statuale di tipo federale. Anche gli studiosi di matrice “neofunzionalista” (da Haas a Stone Sweet), che hanno evidenziato come il processo di integrazione abbia messo in moto una dinamica, difficilmente arrestabile, destinata a estendersi ai differenti ambiti funzionali e imperniata sui processi attivati dalle nuove istituzioni comuni, non hanno contestato il fatto che in quel quarantennio tale dinamica non abbia mai investito le componenti decisive della sovranità nazionale o delle parti di essa che erano state devolute in modo consensuale all’insieme dell’area occidentale e quindi all’“egemonia cooperativa” statunitense, imperniata sulla Nato e sul dollaro.
E’ solo con il venir meno dell’equilibrio bipolare, scandito prima dalla fine del sistema di Bretton Woods e poi da quella della guerra fredda, che la costruzione europea ha compiuto un salto di qualità sancito dalla costituzione dell’Ue e dalla creazione della moneta unica, che ha determinato una significativa cessione di sovranità alle istituzioni comuni. Nonostante i pur importanti sviluppi di altre politiche europee che si sono avuti in questi venti anni, non c’è dubbio che quella che per brevità possiamo definire l’Europa di Maastricht sia imperniata essenzialmente sul mercato e sulla moneta. Nella definizione di tale assetto hanno concorso due visioni di fondo, collegate rispettivamente al filone intergovernamentalista e a quello funzionalista e variamente intrecciate tra loro. Da un lato, l’idea di poter riproporre lo schema dei decenni precedenti concependo la moneta unica come una sorta di scudo comune capace di difendere la sovranità delle diverse entità statuali (o almeno delle principali) e funzionale agli obiettivi di tipo neomercantilista di alcune di esse. Dall’altro, la concezione dell’Europa come strumento di una progressiva dissoluzione della statualità in un mondo globale post-sovrano unificato dal mercato. Coerentemente con questa visione, alcuni studiosi considerano l’assetto delineato a Maastricht come uno dei principali vettori della rivoluzione neoliberista e dello svuotamento delle competenze dello stato nazione e dell’economia mista avvenuto in questi anni, che costituirebbe la vera natura e il principale risultato del processo di integrazione europea (Gillingham). Questa prospettiva (che il lettore ritroverà in parte espressa, sia pure in termini critici, nel contributo di Giuliano Garavini a questo numero) appare eccessivamente unilaterale, in quanto non tiene conto del fatto che la crisi dello stato nazione e dell’economia mista è un processo che precede l’Europa di Maastricht e che i singoli stati europei non avrebbero potuto arginare da soli, mentre la costituzione della moneta unica costituisce una delle condizioni perché l’Europa possa recuperare sovranità economica e far fronte all’uso unilaterale del potere di signoraggio del dollaro inaugurato dagli Stati Uniti all’inizio degli anni settanta. Inoltre, per molti aspetti l’Ue ha rappresentato più un filtro nei confronti dell’impatto della globalizzazione che un suo vettore, sia pure in forme rese non adeguate dai limiti delle sue risorse e delle sue competenze e dell’indirizzo politico-culturale di impronta neoconservatrice prevalente dell’ultimo ventennio.
E tuttavia, le vicende degli ultimi mesi dimostrano in modo evidente come entrambe le visioni che hanno ispirato l’Europa di Maastricht siano profondamente inadeguate. E che sia l’idea di una ordinata divisione dei compiti tra una politica monetaria unificata in un mercato integrato e una gestione nazionale delle politiche economiche “coordinate” tra loro, sia quella di una moneta senza sovrano che innesca un graduale e ordinato processo di de-statualizzazione e di de-politicizzazione dell’Europa si sono rivelate illusorie. E’ vero che alcuni stati hanno saputo avvantaggiarsi più di altri dell’assetto di Maastricht (segnatamente la nuova Germania unita), ma sotto i colpi della speculazione proprio la crescente asimmetria interna all’Europa si è trasformata in un moltiplicatore di interdipendenza, costringendo la sovrana Germania a ripetuti interventi di “salvataggio” dei paesi più colpiti che contraddicevano apertamente gli impegni di “no bail-out” assunti dalle loro classi dirigenti davanti ai propri elettori e solennemente scolpiti nei trattati. Al tempo stesso, di fronte alla crisi la concezione di una moneta senza politica ha dimostrato tutto il suo carattere ideologico e la sua insostenibilità, rendendo di colpo evidente l’enormità dei passi da compiere per costruire un’Europa sovrana e democratica capace di dotarsi di una vera politica economica comune, e smentendo la visione di un sviluppo asettico e incrementale di una “governance multilivello” che avrebbe progressivamente avvolto e diluito la statualità delle nazioni.
Insomma, senza un balzo in avanti del processo di integrazione oltre l’assetto delineato a Maastricht e senza un mutamento di indirizzo delle sue politiche, il modello sociale europeo rischia di essere travolto da una dissoluzione dell’unione monetaria (e quindi dell’Ue) o da una sua codificazione in chiave tecnocratica e di politiche di austerità che trasformerebbe irreversibilmente il panorama economico e sociale del continente e le sue prospettive di sviluppo. In entrambi i casi, tale prospettiva assumerebbe il significato sostanziale di una finis europae che aprirebbe le porte a una graduale marginalizzazione del continente nel nuovo mondo globale e a una lunga “età buia”. D’altro canto, proprio la portata e le implicazioni politiche e democratiche (oltre che culturali e sociali) del superamento della asimmetria delineata a Maastricht rende poco convincente l’ipotesi federalista di un “momento costituente” a cui affidare il brusco passaggio dello “scettro” della sovranità dagli Stati nazionali all’Europa. Non solo perché l’ipotesi di una “grande riforma” dei Trattati è, almeno nel breve periodo, politicamente del tutto irrealistica, ma perché la costituzione di un demos europeo è un processo troppo complesso e delicato per poter essere risolto con un atto giacobino di tipo giuridico-istituzionale.
La via maestra è dunque quella della politica, e cioè della progressiva costruzione di uno spazio politico europeo saldamente ancorato alla nascente società civile continentale ed ai suoi molteplici corpi intermedi, e organizzato intorno alla complessa dialettica che attraversa e intreccia le famiglie politiche europee e gli Stati nazionali. Una dialettica che sul piano istituzionale si esprime nella nuova dinamica Consiglio Europeo-Parlamento europeo, che nell’Europa di Lisbona sta progressivamente prendendo il posto di quella tradizionale (di tipo tecnico-funzionale) Consiglio-Commissione. Questa politicizzazione dell’Unione europea deve permeare l’assetto istituzionale delineato a Lisbona. Trasformandolo gradualmente dall’interno fino a porre le basi per una riforma dei Trattati che dovrà sancire, assai più che anticipare, la nascita di un’Europa politica di tipo federale, radicata in un vero demos europeo e in cui la statualità non abbia il ruolo residuale immaginato da coloro che traspongono nel mito degli Stati Uniti d’Europa la concezione liberista dello “stato minimo”.
La sfida di una più stretta integrazione dell’Eurozona costituisce il primo e principale test di questo processo. Il centro-destra europeo, e in primo luogo la coppia Merkel-Sarkozy, si stanno orientando ad avviarla sulla base di un modello rigidamente intergovernativo, che potrebbe persino tradursi in un nuovo Trattato tra i 17 paesi dell’eurozona al di fuori dell’architettura istituzionale dell’Ue. Una sorta di “patto euro-plus” rafforzato, che oltre ad escludere le istituzioni dell’Unione, e in primo luogo il Parlamento europeo e la Commissione, sulla base del falso assunto che il Trattato di Lisbona non consente l’unione fiscale dell’eurozona, sarebbe tutto incentrato sull’austerità e la flessibilità del mercato del lavoro. Si tratta di modello di governance che appare al tempo stesso inefficiente (perché solo delle istituzioni comuni possono esercitare un vero governo), inadeguato (perché la linea dell’austerità e della flessibilità non è in grado di affrontare le radici della crisi e di promuovere lo sviluppo), ed antidemocratico, perché volutamente aggira i Parlamenti (nazionali ed europeo) a favore di una dialettica governi-banca centrale-mercati. A questa visione, occorre contrapporre il progetto di una vera unione fiscale ed economica tra i paesi dell’euro in grado di esprimere un effettivo governo dell’economia e non un semplice rispetto di più rigidi parametri per le politiche di bilancio. Un’unione saldamente incardinata nelle istituzioni democratiche dell’Ue, e costruita facendo leva sui numerosi strumenti che il Trattato di Lisbona offre per quei paesi che intendono procedere più speditamente sulla strada dell’integrazione senza abbandonare l’edificio comune dell’Unione né assegnare ad esso una funzione del tutto residuale. Basti pensare, solo a titolo di esempio, che i Trattati esistenti consentirebbero di rafforzare il fondo salva stati comunitario (Efsm) attualmente messo da parte a favore di “scatole” intergovernative (l’Efsf e il suo successore Esm), fino a consentirgli l’emissione di eurobonds; renderebbero possibile varare direttive e regolamenti volti a disciplinare la politica economica degli stati dell’eurozona, magari introducendo parametri legati alle politiche sociali e agli investimenti, con il voto in consiglio dei soli rappresentanti di questi paesi (art. 136 TFUE); permetterebbero di aumentare l’Iva per i paesi dell’euro beneficio di linee speciali del bilancio comunitario rivolte all’eurozona. Per non parlare della tassa sulle transazioni finanziarie che la Commissione ha appena annunciato (un grande successo del gruppo S&D), o della possibile istituzione di una agenzia di rating europeo e di una più stretta e diversa regolamentazione dei mercati finanziari.
Il tutto nel quadro di un rafforzamento della legittimazione democratica delle istituzioni europee, che potrebbe anch’esso vedere realizzati, a Trattati vigenti, dei significativi passi avanti: dalla scelta del Commissario per gli affari economici e monetari come presidente dell’Eurogruppo all’utilizzo delle “passerelle” previste nei Trattati per passare dal voto all’unanimità a quello a maggioranza e dalla procedura legislativa speciale a quella ordinaria; dalla sostanziale scelta del Presidente della Commissione da parte dei cittadini (attraverso l’introduzione di una circoscrizione pan-europea a fianco di quelle nazionali e l’accordo politico tra i partiti europei di presentare come capolista in tale circoscrizione il proprio candidato alla Presidenza della Commissione) alla fusione del ruolo di Presidente delle Commissione e di Presidente del Consiglio europeo, che consapevolmente non è stata esclusa nei Trattati. Sarà questo il terreno su cui si giocherà la sfida politica dei prossimi mesi, che culminerà nelle elezioni in Francia, Italia, Germania e in quelle europee del 2014. Una partita che deve vedere protagonista un nuovo europeismo progressista, capace di costruire una grande alleanza politica e sociale in grado di trasformare dall’interno l’Europa di Lisbona, costruendo l’Europa di domani: democratica, politica, sociale.
(Tratto da http://www.tamtamdemocratico.it)