Ho voluto intitolare questo incontro l’Europa oltre la crisi perché sono convinto che per comprendere e affrontare la drammatica crisi politica, economica e sociale che colpisce il nostro paese occorre collocarla compiutamente nella dimensione europea. In altre parole, non si capisce ciò che sta succedendo in Italia e non si individua una via di uscita alla drammatica spirale di degrado e di declino che rischia di travolgerci se non si parte da un assunto di fondo: il destino dell’Italia e quello dell’Europa sono inscindibilmente collegati.
Non c’è dubbio che le vicende italiane abbiano una loro specificità, sintetizzata dalla tragicommedia del berlusconismo e del suo tramonto. Nessuna delle altre grandi democrazie europee ha conosciuto un fenomeno politico così regressivo. Berlusconi è un’anomalia nel panorama politico del nostro continente, e gli europei – io e i miei colleghi lo abbiamo capito come abbiamo messo piede a Bruxelles – lo percepiscono, giustamente, come tale. E tuttavia, la crisi italiana è parte di uno scenario più ampio, è parte della crisi dell’Europa. E vale per essa quello che valse in occasione degli altri grandi passaggi politici degli ultimi anni.
Alla metà degli anni novanta, il centrosinistra riuscì a mandare a casa Berlusconi perché la sua proposta seppe mettere al centro il tema del rapporto con l’Europa, l’imperativo di non separare il nostro destino da quello delle altre grandi democrazie europee e dal processo di costruzione dell’Europa unita, a cominciare dall’ingresso nella moneta unica. Al tempo stesso, proprio l’affermazione dell’Ulivo e il successo del suo progetto europeo di governo fu, insieme alla vittoria dei socialisti francesi, uno degli elementi che diedero un contributo decisivo a sconfiggere la posizione di quelle forze conservatrici europee che volevano fare dell’Euro la moneta dei paesi ricchi.
In altre parole, la prospettiva europea è stata centrale per sconfiggere Berlusconi e dare credibilità alla proposta del centrosinistra, e allo stesso tempo l’affermazione dell’Ulivo e la sconfitta di Berlusconi sono stati determinanti per far compiere all’Europa un passo avanti decisivo sulla strada della sua unità.
Oggi questo nesso si ripropone, in forme ancora più stringenti e pervasive. L’Italia è a un bivio drammatico della sua storia, il suo stesso destino unitario di nazione è a rischio. La crisi economica mette a nudo problemi di fondo irrisolti, amplifica un declino che dura da tempo e che le politiche della destra hanno accelerato.
La riduzione del reddito procapite che prosegue inarrestabile da molti anni; la crescente difficoltà del tessuto produttivo a tenere il passo della concorrenza internazionale; l’assottigliarsi dei redditi e dei risparmi; l’aumento della disoccupazione e i suoi effetti devastanti su un mercato del lavoro sconvolto da un processo di precarizzazione senza eguali in Europa. E poi l’aumento drammatico del divario tra nord e sud; l’inadeguatezza del nostro sistema di welfare; il declino inarrestabile della scuola, dell’università, della ricerca, dell’industria culturale; l’assenza di politiche per le città, di politiche per la casa. E ancora: il degrado morale e civile sotto gli occhi di tutti, e la deriva populista del nostro sistema democratico, con l’affermazione di una sorta di “presidenzialismo di fatto” del tutto privo di contrappesi, con la mortificazione del parlamento, con il controllo politico dell’informazione pubblica e privata.
Le ricette della destra hanno fallito, non solo per la particolare incapacità di questa destra, ma per la loro costitutiva inadeguatezza. Il liberismo privatista che si è affermato sul piano culturale prima ancora che su quello politico – anche a sinistra – ha prodotto la più colossale redistribuzione del reddito a vantaggio dei più ricchi dal dopoguerra, ha ridotto la competitività, ha aggravato i dualismi. L’idea che la ricetta per i problemi dell’Italia fosse meno Stato, meno politiche pubbliche, l’archiviazione di un nodo strutturale come la questione meridionale a favore di una smaccata politica di trasferimento di risorse al nord, la sostituzione delle leadership personali a quelle collettive, ha prodotto disastri che sono sotto gli occhi di tutti e ha contribuito a generare e ad alimentare il fenomeno Berlusconi.
Il risultato è che oggi siamo un paese senza bussola e senza timoniere che rischia di perdersi.
Ma anche l’Europa è a un bivio. L’approvazione del Trattato di Lisbona ha assegnato all’Ue nuove competenze e ha messo in campo una struttura istituzionale più solida e più democratica, a partire dal ruolo più forte del Parlamento europeo. A sua volta, la crisi economica mondiale ha rilanciato il modello sociale europeo e i suoi valori di giustizia e coesione sociale. Ma la crisi ha anche fatto emergere contraddizioni e nodi ancora irrisolti, e ha sottoposto l’Unione europea a tensioni che, come ha affermato il Presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, rischiano di metterne in discussione la stessa sopravvivenza.
Alimentata da dichiarazioni poco felici di Angela Merkel, la speculazione si è abbattuta su un paese con i conti disastrati come l’Irlanda, facendo salire in misura allarmante gli spread dei titoli dei paesi periferici e dell’Italia e rendendo probabile l’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria istituito in maggio. A sua volta, la discussione sulla governance economica ha indicato la grande difficoltà dell’Unione europea a superare l’assetto, in sé assai fragile, di una costruzione sopranazionale che è fondata su una moneta unica e una politica monetaria comune, ma ha poi 27 politiche economiche nazionali diverse.
Il tema è complesso, ma cruciale. Da un lato, stanno prendendo corpo innovazioni importanti. Il meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria che è stato costituito a maggio sotto la spinta della crisi greca mette in campo 750 miliardi a sostegno dei paesi in difficoltà finanziaria, in parte dal Fondo monetario, in parte degli Stati membri, in parte (60 miliardi) dalle risorse dell’Unione, aprendo la strada alla possibilità dell’emissione di titoli europei. E’ una novità impensabile fino a pochi mesi fa, così come lo è la disponibilità della Bce ad acquistare titoli di debito nazionali sul mercato secondario per sostenerne il corso. C’è poi il complicato meccanismo di governance economica in discussione al Consiglio europeo e per il quale la Commissione ha già varato sei proposte legislative, che prevedono il rafforzamento della sorveglianza fiscale e anche di quella macro-economica, entrambe connesse a un meccanismo di sanzioni più stringente; il raccordo di queste misure con la nuova strategia EU 2020 per la crescita inclusiva, sostenibile e intelligente, con l’istituzione di un “semestre europeo” in cui presentare i Programmi di Stabilità e Convergenza e i Piani Nazionali di Riforma. Infine, sono state istituite delle nuove autorità europee per la sorveglianza delle banche, delle assicurazioni e dei mercati finanziari e per la vigilanza contro i rischi sistemici.
E tuttavia, tali importanti progressi si scontrano con tre limiti di fondo, strettamente legati tra loro. In primo luogo, non c’è ancora la volontà di superare la logica del semplice coordinamento tra le politiche economiche nazionali per giungere ad un vero governo economico europeo. In secondo luogo, emerge una linea deflazionistica, tutta incentrata sull’austerità, che non assegna il dovuto rilievo agli investimenti, allo sviluppo, all’occupazione. Il che configura un vero paradosso, perché prima si sono utilizzate le risorse pubbliche per sostenere le banche in difficoltà – proprio oggi una ricerca di Mediobanca le quantifica a 4.000 miliardi, di cui 1.300 solo in Europa – e poi, quando la speculazione si è spostata sui titoli del debito sovrano si è data la colpa ai deficit pubblici dimenticando che all’origine della crisi c’è la speculazione finanziaria e non la spesa pubblica. In terzo luogo, ed è il punto cruciale, non si vuole dotare l’Europa di risorse adeguate a sostegno dello svi
luppo, della competitività e della coesione sociale e territoriale. Sul bilancio europeo il consiglio preferisce rischiare l’esercizio provvisorio che discutere con il Parlamento sulla flessibilità del bilancio e sull’esigenza di alimentarlo con delle risorse proprie e non i soli trasferimenti da parte degli stati membri.
Insomma, come si dice, si vogliono fare le nozze con i fichi secchi, si vuole rendere questa nuova governance economica europea una sorta di “Maastricht rafforzata”, che sarebbe del tutto inadeguata ad affrontare i problemi di fondo dell’Europa.
Il rischio di questa linea è che le fratture sociali e territoriali dell’Europa ne emergerebbero drammaticamente approfondite. Il rigore fiscale senza adeguate politiche per lo sviluppo e per l’occupazione non è sostenibile, è una medicina che può uccidere l’ammalato con il risultato di mettere in discussione la stessa tenuta dell’euro e la stessa esistenza dell’Unione europea. Una rottura che sarebbe devastante per tutti, ed esiziale per l’Italia, visto che la “linea di faglia”, il confine tra le due Europa taglia a metà il nostro paese.
Ecco allora che il problema dell’unità dell’Italia e dell’unità dell’Europa è lo stesso, ed è la stessa la battaglia che abbiamo dinanzi: costruire un’alternativa in Europa e in Italia. Mandare a casa Berlusconi e salvare l’Italia dalla deriva dissolutrice in atto ricongiungendola all’Europa. E al tempo stesso rendere l’Italia protagonista della costruzione di un’Europa diversa: un’Europa del lavoro, dello sviluppo, della solidarietà, della coesione sociale. Un’Europa capace di essere protagonista sulla scena mondiale e di affermare l’unità della sua società civile.
In questa battaglia il gruppo dell’alleanza progressista dei socialisti e dei democratici al Parlamento europeo è protagonista. E questo incontro è anche l’occasione per presentare il nuovo gruppo a Roma e nel Lazio. Per il Pd scegliere di dare vita al gruppo S&D è stata una scelta fondamentale. Si diceva che sarebbe stato impossibile sciogliere il nodo della collocazione europea, e invece abbiamo saputo farlo, mettendo l’originalità della nostra storia al servizio di un rafforzamento e di un allargamento del campo progressista europeo. Oggi il Pd con 22 deputati è la seconda delegazione nazionale nel gruppo dopo l’Spd, e i suoi deputati sono tutti molto attivi nel lavoro politico e in quello parlamentare. Insomma, è un’operazione che ha funzionato, e che penso dovrebbe essere riproposta anche sul terreno di partito, costruendo uno sbocco analogo alla nostra relazione con il Pse.
Il ruolo del gruppo dei socialisti e democratici è decisivo, perché con un Consiglio europeo in mano ai conservatori, e con una Commissione drammaticamente debole, la vera dialettica da cui emergono spinte in senso progressista ed europeista è quella tra il Consiglio e con il Parlamento europeo, che grazie al Trattato di Lisbona ha visto rafforzati i suoi poteri e i suoi compiti. E nel Parlamento europeo, il nostro gruppo, che pure è il secondo per dimensione dopo il Ppe, è riuscito ad affermarsi come la forza trainante nelle principali battaglie sul futuro dell’Europa. Grazie alla sua unità, grazie alla forza delle personalità che lo compongono, e grazie alla determinazione e alle capacità di direzione di Martin Schulz.
La legislatura è iniziata con una maggioranza di centro-destra tra il Ppe, i liberali e i conservatori euroscettici che ha votato per Barroso, sostenuto anche dai governi. Ma poi, gradualmente, gli equilibri hanno iniziato a mutare, e il nostro gruppo è divenuto protagonista in numerose battaglie. Quasi sempre lo schema politico che siamo riusciti ad affermare è lo stesso: una divisione del Ppe tra la componente più avanzata e quella più conservatrice e la nostra unità e la nostra iniziativa che ci ha reso il motore di uno schieramento parlamentare imperniato sul nostro gruppo, i verdi, i liberali e una parte del Ppe che ha isolato o trascinato la destra.
Ricordo solo alcune di queste battaglie: il voto storico che ha respinto l’accordo con gli Stati Uniti sull’accesso ai dati bancari europei nella lotta contro il terrorismo, un accordo che ledeva gravemente i diritti dei cittadini europei. Il congedo di maternità a 20 settimane interamente retribuite e quello di paternità di due settimane. L’accordo sulle autorità europee di vigilanza, che ha introdotto alcuni cambiamenti importanti rispetto alla posizione del consiglio rafforzando considerevolmente il ruolo delle autorità europee. La battaglia sul “made in” contro la contraffazione e quella sull’etichettatura dei prodotti alimentari (in questo caso una battaglia importante per la delegazione italiana e condotta in modo bipartisan). Tante iniziative significative, come quella che ci ha visto in commissione bilancio grazie all’iniziativa di Andrea Cozzolino e insieme a Francesca Balzani introdurre nel corso della procedura di bilancio il tema delle politiche urbane e in particolare della riqualificazione urbanistica come uno dei nuovi assi su cui orientare i fondi strutturali europei: un tema su cui la nostra delegazione sta avviando una serie di iniziative (c’è ne è una domani a Bari e presto ne faremo un’altra a Roma con gli amministratori e con le forze economiche e sociali).
E poi, l’esito del difficile negoziato sul servizio europeo per l’azione esterna, il nuovo ministero degli esteri previsto dal Trattato di Lisbona che il gruppo mi ha affidato (e per la fiducia e la responsabilità assegnatemi vorrei davvero ringraziare Martin) e che ci ha visti svolgere un ruolo decisivo. Grazie al parlamento, e nel parlamento grazie al ruolo del gruppo SD si è delineato un servizio ampio, capace cioè di integrare competenze e funzioni diverse che vanno dalla politica di sicurezza e difesa a quella per la cooperazione allo sviluppo e al tempo stesso saldamente legato alla Commissione e al metodo comunitario, cioè evitando al tempo stesso il rischio di un servizio strumento e ostaggio degli Stati e dei loro obiettivi nazionali. Si tratta di una questione cruciale, perché per affermare il suo ruolo, i suoi valori, il suo modello sociale l’Europa deve essere protagonista sulla scena internazionale.
Infine, la madre di tutte le battaglie che stiamo conducendo proprio in questi giorni, sul bilancio europeo. Come avrete letto sui giornali il comitato di conciliazione tra il Parlamento e il Consiglio, di cui faccio parte anche io, lunedì notte si è concluso con una rottura e il bilancio non è stato approvato. E questo nonostante il Parlamento si fosse dichiarato disponibile a sostenere un aumento moderato degli stanziamenti per i pagamenti come richiesto dal Consiglio (il 2,91%) nel quadro di un accordo che vedeva comunque finanziate le priorità del parlamento e del nostro gruppo sui fondi per la ricerca, per i giovani, per l’innovazione, per il sostegno al processo di pace in Medio Oriente.
Su cosa si è consumata la rottura? Sul futuro del bilancio europeo. Noi chiediamo sostanzialmente due cose: 1) salvaguardare e rafforzare il meccanismo di flessibilità, che consente di fare fonte a circostanze di emergenza o alla necessità di finanziare nuove politiche come conseguenza delle nuove competenze introdotte dal trattato di Lisbona o di accordi internazionali: penso all’SEAE, ma anche a un progetto ambizioso come ITER, per realizzare la fusione fredda. 2) avviare una riflessione sulla riforma futura del bilancio che affronti un nodo ineludibile: rafforzare il ruolo delle risorse proprie del bilancio europeo rispetto ai contributi degli stati membri, attraverso specifici strumenti fiscali. Di fronte ai balbettii e alle timidezze di Francia e Germania, il gruppo di euroscettici guidati dalla Gran Bretagna ha respinto queste richieste e si è arrivati alla rottura.
Si aprono quindi settimane decisive, nelle quali in gioco non c’è solo il bilancio 2011 e la possibilità di arrivare all’esercizio provvisorio. In gioco c’è il futuro stesso del bilancio europeo e quindi dell’Europa: la possibilità dell’Europa di mantenere le sue politiche attive per l
a coesione sociale e territoriale, per la ricerca, per lo sviluppo agricolo e la tutela dell’ambiente e del paesaggio. La sua politica estera, la sua politica di sostegno allo sviluppo dei paesi poveri, la creazione di uno spazio di libertà sicurezza e giustizia fondato non solo sul controllo delle frontiere ma su politiche di cittadinanza attiva. Difendere delle competenze cruciali, e al tempo stesso creare le condizione per avere una vera politica europea per lo sviluppo e l’occupazione, per le grandi reti infrastrutturali materiali e immateriali, per la riconversione ecologica dell’economia.
Quella sul bilancio è dunque una battaglia decisiva, nella quale ancora una volta il nostro gruppo con la sua politica di alleanze è determinante per l’affermazione nel parlamento di una posizione avanzata.
Questa battaglia si collega con quella che si sta aprendo sulle proposte della Commissione per la governance economica, per le quali il Parlamento ha pieni poteri di codecisione. Il gruppo SD ha in campo su questi temi una linea ambiziosa, che vuole affiancare alla responsabilità fiscale l’introduzione di parametri che riguardino lo sviluppo e l’occupazione: pn Patto per l’occupazione, con suoi parametri, a fianco del Patto di stabilità. E’ una linea che punta a dotare l’Europa di nuovi strumenti di intervento: gli eurobonds e una tassa sulle transazioni finanziarie.
Con gli eurobonds l’Europa potrebbe utilizzare la forza della sua moneta comune per stabilizzare la situazione dei debiti pubblici nazionali e attirare risorse da destinare a grandi investimenti. A sua volta la Tassa sulle transazioni finanziarie costituisce non solo una doverosa misura di equità, che fa cadere una parte degli oneri del risanamento sui veri responsabili della crisi, che come è noto hanno il carico fiscale più leggero. La FTT, con un’aliquota estremamente ridotta, lo 0,05 potrebbe fruttare solo nell’Unione europea 200 miliardi di euro l’anno, quasi il doppio dell’intero bilancio dell’Ue, da destinare anch’essi a investimenti per lo sviluppo e l’occupazione. E potrebbe contribuire a orientare i capitali verso investimenti a lungo termine.
Su questo tema il gruppo SD è protagonista insieme al PSE di una campagna a livello europeo, che io penso debba essere fatta propria da tutte le forze progressiste europee a livello nazionale. All’assemblea nazionale il Pd ha aderito, ma ora questa adesione deve trasformarsi in iniziativa concreta, in mobilitazione.
Anche a Roma e nel Lazio io propongo che la campagna sulla FTT sia uno dei punti della piattaforma della nostra mobilitazione che culminerà nella manifestazione nazionale dell’11 dicembre.
Credo che questo collegamento tra la dimensione nazionale e quella europea della nostra iniziativa sia decisivo per un partito come il Pd. Noi dobbiamo lavorare di più su questo aspetto, non possiamo dare l’idea che l’Europa sia un tema distante. L’Europa non è più da tempo politica estera, è politica interna.
Il legame con il lavoro del gruppo può essere uno strumento importante per rafforzare questo raccordo. Si può pensare a uno strumento associativo, legato al gruppo SD, o a un più stretto e organico legame tra l’azione del gruppo e il nostro partito.
Ma al di là degli aspetti organizzativi, il punto di fondo è politico. Ancora una volta, come abbiamo saputo fare alla metà degli anni novanta, dobbiamo saldare Italia e Europa in una proposta unitaria, forte e coerente. E dobbiamo farlo sul terreno nuovo e più avanzato che oggi è davanti a noi.
Non si tratta solo di agganciare l’Italia al treno europeo, di salvarci da una deriva di tipo argentino, di entrare nell’euro e per questa via di contribuire a fare dell’euro la moneta di tutti gli europei, come abbiamo saluto fare con i governi dell’Ulivo.
Oggi la sfida è ancora più ambiziosa: salvando l’Italia dobbiamo contribuire a salvare l’Europa facendola incamminare sulla strada di una vera unione politica, capace di rilanciare il suo modello sociale, i suoi valori democratici, il suo ruolo internazionale di fronte a trasformazioni sconvolgenti dello scenario mondiale: il declino degli Stati Uniti, l’ascesa inarrestabile di paesi emergenti.
Uno del problemi dell’Europa è l’assenza dell’Italia dalle partite che contano. L’Italia non c’è, il governo è in altre faccende affaccendato, e il progetto europeo ne soffre. Dobbiamo affrontare questo compito (più Europa in Italia e più Italia in Europa), contribuendo a costruire un vero spazio politico europeo, attraverso il lavoro nelle istituzioni, nazionali ed europee, e quello nella società.
Questo significa costruire una grande alleanza per l’Europa.
Un’alleanza nella società, tra le forze migliori del lavoro, dell’impresa, delle professioni, dell’associazionismo laico e religioso, che guardano all’Europa, recuperando una capacità effettiva di rappresentanza e di raccordo dei corpi intermedi che la politica in questi anni ha smarrito. E per far questo dobbiamo saper valorizzare al meglio il pluralismo culturale che è costitutivo dell’identità e del ruolo del Pd.
Non possiamo occuparci solo di primarie o di rottamazioni, dobbiamo mettere il nostro partito e la straordinaria ricchezza e varietà delle forze che lo compongono al servizio di uno sforzo comune volto a ricostruire i legami con un vasto mondo di forze sempre più prive di interlocutori e di rappresentanza.
E a fianco dell’alleanza sociale, un’alleanza politica per l’Europa, un’alleanza che metta al centro il legame profondo che esiste tra l’unità dell’Italia e l’unità dell’Europa.
Non basta l’obiettivo di mandare a casa Berlusconi. Occorre una proposta politica e di governo credibile che indichi una via di uscita alla crisi del paese e che si misuri con i vincoli europei sempre più stringenti e con l’esigenza di imprimere una svolta al processo di integrazione, spostando in senso progressista gli attuali equilibri del Consiglio.
Di fronte alla forza e alla pericolosità di Berlusconi e della sua alleanza con la Lega, e di fronte alla presenza di una legge elettorale che impone delle alleanze larghe, se non si vuole essere condannati alla sconfitta, è necessario dare vita a una larga coalizione per l’Europa imperniata sul rapporto tra il Pd e quelle forze di centro che si sono ribellate all’asse Berlusconi-Lega e alla deriva populista in atto. Una coalizione che deve costruire le condizioni per uno sbocco di tipo europeo a questa interminabile transizione italiana.
Il che significa dare all’Italia una legge elettorale europea, che consenta ai partiti di andare da soli alle elezioni e ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti, superando il premio di maggioranza e le liste bloccate. E al tempo stesso garantire il legame con l’Europa interpretando però la necessaria politica di rigore che scaturisce dai vincoli sempre più stringenti in forme molto più funzionali alla crescita della produttività del sistema economico e assai meno laceranti per il tessuto sociale e per l’unità nazionale di quelle imposte dall’asse Pdl-Lega (esemplificate dal metodo dei “tagli lineari”).
Lo scenario ottimale sarebbe quello di una coalizione capace di sostenere un governo tecnico che apra la strada a nuove elezioni. Ma se non ci saranno i numeri e le condizioni l’alleanza per l’Europa deve presentarsi insieme nelle urne per scongiurare il rischio, che avrebbe conseguenze incalcolabili, di un asse Pdl-Lega che pur essendo minoranza nel paese a causa di questa legge conquisti la maggioranza assoluta dei seggi e si metta nelle condizioni di eleggere il prossimo presidente della repubblica.
Un’alleanza di questo tipo svolgerebbe anche una funzione decisiva sul piano europeo, riducendo il numero di paesi i cui governi sono ostaggio di forze populiste e reazionarie e contribuendo a modificare in senso progressista ed europeista gli equilibri del Consiglio, anche in vista delle elezioni francesi del prossimo anno.
Ciò potrebbe rendere ancora una volta l’Italia protagonista delle scelte cruciali che si stanno compiendo per il futuro dell’Unione, dalle quali dip
ende in buona misura il suo rilancio. Non è un compito semplice, ma quel che è certo è che solo chi avrà ben chiara la bussola europea potrà svolgere un ruolo non subalterno nella crisi che si è aperta. E che nessuno più del Pd, che è nato per questo, ha l’onere (e le carte in regola) per coniugare e rilanciare assieme l’unità dell’Italia e quella dell’Europa.
l’Italia, finalmente, si sta svegliando dal “sonno della ragione” rappresentato da Berlusconi e dal berlusconismo………..