Le polemiche che hanno accompagnato la laboriosa attivazione di una risposta dell'UE all'emergenza umanitaria di Haiti hanno finora eluso, con scarse eccezioni, una attenta valutazione del grado di evoluzione e dell'adeguatezza degli strumenti di protezione civile dell'Unione, concentrandosi prevalentemente su questioni marginali come la mancata presenza di Catherine Ashton sul luogo della tragedia o la scarsa visibilità degli aiuti europei rispetto alla presenza statunitense. In realtà, tenuto conto delle caratteristiche del "Meccanismo comunitario di protezione civile" (CCPM) istituito nel 2001 l'azione dell'Unione europea non andrebbe giudicata troppo negativamente. Le risorse finanziarie comunitarie impegnate sono state considerevoli (336 milioni di euro), il "Centro di monitoraggio e informazione" (MIC), cioè il principale strumento operativo del CCPM, ha coordinato l'invio di uomini e mezzi da parte degli stati membri ed ha spedito sul luogo già il 14 gennaio un Civil Protection Team, l'Alto Rappresentante ha presieduto due riunioni del Consiglio su Haiti e ha assunto il ruolo di coordinamento e di direzione dello sforzo dell'Unione. Anche la scelta di agire sotto l'ombrello ONU sia sul fronte della protezione civile che su quello della sicurezza (il che ha fatto venir meno la possibilità di una missione CSDP) è stata ragionevole di fronte al massiccio invio di truppe americane e alla necessità di non appesantire la catena di comando della missione ONU MINUSTAH. L'invio da parte degli Stati membri di almeno 300 uomini della gendarmeria europea da mettere direttamente a disposizione delle Nazioni Unite e di 6 navi militari (tra cui la portaerei italiana "Cavour"), 15 elicotteri e 60 aerei, coordinati da un'agile cellula presso il segretariato del Consiglio, mostra uno sforzo significativo anche sul versante militare.
Ciò che invece meriterebbe di essere discusso è proprio l'adeguatezza del Meccanismo comunitario di protezione civile e dei suoi strumenti di fronte a catastrofi naturali delle proporzioni di quella verificatasi ad Haiti. E ciò anche tenendo conto del fatto che il nuovo Trattato di Lisbona (che conferisce poteri sussidiari all'UE rispetto agli Stati membri sul versante della protezione civile, e che introduce, tra gli obiettivi dell'azione esterna dell'UE, quello di "aiutare le popolazioni, i paesi e le regioni colpiti da calamità naturali o provocate dall'uomo") ha espressamente previsto l'istituzione di "corpo volontario europeo di aiuto umanitario" e ha attribuito alla Commissione la facoltà di "prendere qualsiasi iniziativa" per "rafforzare l'efficacia" dei dispositivi dell'Unione e nazionali di aiuto umanitario. D'altronde, l'esperienza dello Tsunami del 2004 aveva già messo in evidenza i profondi limiti della capacità di azione dell'Europa, e a poco più di un anno dalla tragedia indonesiana uno studio commissionato da Barroso e dalla presidenza di turno austriaca a Michel Barnier aveva proposto la creazione di una forza europea di protezione civile (Europe aid), composta su base volontaria attraverso il coordinamento del personale e degli equipaggiamenti degli stati membri. Il rapporto Barnier aveva inoltre sostenuto la necessità di trasformare il MIC in un vero e proprio Operation Centre, di acquisire delle capacità comuni aggiuntive in termini di equipaggiamento e mezzi di trasporto e di valutare il possibile ruolo complementare delle risorse militari dell'Unione. Si trattava di una proposta ambiziosa che non varcava comunque i confini di un approccio sussidiario e "bottom-up" rispettoso del ruolo e delle prerogative degli Stati membri. Nonostante ciò, il piano è rimasto sulla carta e nel novembre del 2007 il Consiglio ha varato una decisione che si limitava a introdurre alcune limitate modifiche del sistema istituito nel 2001, senza intaccare la sostanza di un meccanismo leggero e volto sostanzialmente a smistare informazioni e coordinare le azioni degli stati membri. La consapevolezza dell'inadeguatezza della riforma del 2007 doveva essere ben presente alla Commissione, se pochi mesi dopo essa elaborava una Comunicazione sul potenziamento delle capacità di reazione dell'Unione europea alle catastrofi che riprendeva alcuni aspetti del piano Barnier, ma che tuttavia è rimasta anch'essa inattuata.
Il risultato è che il meccanismo europeo di protezione civile presenta seri gap sia in termini di concreta capacità di utilizzazione dei mezzi esistenti presso gli Stati membri che di vera e propria carenza di alcune risorse (come i rifugi di emergenza, i depuratori di acqua, gli ospedali da campo e i mezzi per l'evacuazione dei cittadini europei). La persistenza di questi gap non è il frutto di semplice inerzia burocratica, ma dipende da precise ragioni politiche. Per superare tali lacune occorrerebbe infatti, come ricordato in un recente studio commissionato dalla DG ambiente, trasformare il MIC in un vero e proprio Centro operazioni, sviluppare delle capacità europee a fianco di quelle degli Stati membri e attribuire alla Commissione il potere di disporre in circostanze eccezionali l'impiego di risorse degli Stati membri (la cosiddetta mandatory solidarity). Si tratta di sviluppi che inevitabilmente cozzano con la resistenza di alcuni Stati membri a dotare l'Unione di sedi di gestione operativa e strumenti comuni soprattutto in un settore "sensibile" come la protezione civile, che tradizionalmente è strettamente collegato con quello della sicurezza nazionale. Non a caso, un dibattito analogo a quello che investe la protezione civile è in atto sulla questione dell'istituzione o meno di un centro per la pianificazione operativa delle missioni militari nell'ambito della Politica di sicurezza e difesa comune. Non si tratta di una semplice analogia e le due questioni appaiono strettamente collegate, in quanto crisi umanitarie della gravità di quella di Haiti richiedono inevitabilmente l'impiego congiunto di strumenti logistici e operativi militari e civili, ed è probabile che proprio questo potenziale intreccio abbia contribuito a frenare la riforma del meccanismo europeo di protezione civile.
Vista la debolezza dimostrata in questi anni dalla Commissione Barroso, non stupisce che su un terreno delicato come quello della protezione civile sia mancata quella forte capacità di iniziativa politica e di autonomia nei confronti del Consiglio che sarebbe stata necessaria a sbloccare questa impasse. Dopo aver evitato lo scandalo di un commissario incaricato della risposta alle crisi inadeguato come la bulgara Jeleva, il Parlamento europeo dovrà esercitare tutte le sue prerogative per spingere la nuova Commissione e le nuove figure create dal Trattato di Lisbona a superare uno stallo che dura ormai da troppo tempo.
[Leggi l'articolo su Global Europe]
Ciò che invece meriterebbe di essere discusso è proprio l'adeguatezza del Meccanismo comunitario di protezione civile e dei suoi strumenti di fronte a catastrofi naturali delle proporzioni di quella verificatasi ad Haiti. E ciò anche tenendo conto del fatto che il nuovo Trattato di Lisbona (che conferisce poteri sussidiari all'UE rispetto agli Stati membri sul versante della protezione civile, e che introduce, tra gli obiettivi dell'azione esterna dell'UE, quello di "aiutare le popolazioni, i paesi e le regioni colpiti da calamità naturali o provocate dall'uomo") ha espressamente previsto l'istituzione di "corpo volontario europeo di aiuto umanitario" e ha attribuito alla Commissione la facoltà di "prendere qualsiasi iniziativa" per "rafforzare l'efficacia" dei dispositivi dell'Unione e nazionali di aiuto umanitario. D'altronde, l'esperienza dello Tsunami del 2004 aveva già messo in evidenza i profondi limiti della capacità di azione dell'Europa, e a poco più di un anno dalla tragedia indonesiana uno studio commissionato da Barroso e dalla presidenza di turno austriaca a Michel Barnier aveva proposto la creazione di una forza europea di protezione civile (Europe aid), composta su base volontaria attraverso il coordinamento del personale e degli equipaggiamenti degli stati membri. Il rapporto Barnier aveva inoltre sostenuto la necessità di trasformare il MIC in un vero e proprio Operation Centre, di acquisire delle capacità comuni aggiuntive in termini di equipaggiamento e mezzi di trasporto e di valutare il possibile ruolo complementare delle risorse militari dell'Unione. Si trattava di una proposta ambiziosa che non varcava comunque i confini di un approccio sussidiario e "bottom-up" rispettoso del ruolo e delle prerogative degli Stati membri. Nonostante ciò, il piano è rimasto sulla carta e nel novembre del 2007 il Consiglio ha varato una decisione che si limitava a introdurre alcune limitate modifiche del sistema istituito nel 2001, senza intaccare la sostanza di un meccanismo leggero e volto sostanzialmente a smistare informazioni e coordinare le azioni degli stati membri. La consapevolezza dell'inadeguatezza della riforma del 2007 doveva essere ben presente alla Commissione, se pochi mesi dopo essa elaborava una Comunicazione sul potenziamento delle capacità di reazione dell'Unione europea alle catastrofi che riprendeva alcuni aspetti del piano Barnier, ma che tuttavia è rimasta anch'essa inattuata.
Il risultato è che il meccanismo europeo di protezione civile presenta seri gap sia in termini di concreta capacità di utilizzazione dei mezzi esistenti presso gli Stati membri che di vera e propria carenza di alcune risorse (come i rifugi di emergenza, i depuratori di acqua, gli ospedali da campo e i mezzi per l'evacuazione dei cittadini europei). La persistenza di questi gap non è il frutto di semplice inerzia burocratica, ma dipende da precise ragioni politiche. Per superare tali lacune occorrerebbe infatti, come ricordato in un recente studio commissionato dalla DG ambiente, trasformare il MIC in un vero e proprio Centro operazioni, sviluppare delle capacità europee a fianco di quelle degli Stati membri e attribuire alla Commissione il potere di disporre in circostanze eccezionali l'impiego di risorse degli Stati membri (la cosiddetta mandatory solidarity). Si tratta di sviluppi che inevitabilmente cozzano con la resistenza di alcuni Stati membri a dotare l'Unione di sedi di gestione operativa e strumenti comuni soprattutto in un settore "sensibile" come la protezione civile, che tradizionalmente è strettamente collegato con quello della sicurezza nazionale. Non a caso, un dibattito analogo a quello che investe la protezione civile è in atto sulla questione dell'istituzione o meno di un centro per la pianificazione operativa delle missioni militari nell'ambito della Politica di sicurezza e difesa comune. Non si tratta di una semplice analogia e le due questioni appaiono strettamente collegate, in quanto crisi umanitarie della gravità di quella di Haiti richiedono inevitabilmente l'impiego congiunto di strumenti logistici e operativi militari e civili, ed è probabile che proprio questo potenziale intreccio abbia contribuito a frenare la riforma del meccanismo europeo di protezione civile.
Vista la debolezza dimostrata in questi anni dalla Commissione Barroso, non stupisce che su un terreno delicato come quello della protezione civile sia mancata quella forte capacità di iniziativa politica e di autonomia nei confronti del Consiglio che sarebbe stata necessaria a sbloccare questa impasse. Dopo aver evitato lo scandalo di un commissario incaricato della risposta alle crisi inadeguato come la bulgara Jeleva, il Parlamento europeo dovrà esercitare tutte le sue prerogative per spingere la nuova Commissione e le nuove figure create dal Trattato di Lisbona a superare uno stallo che dura ormai da troppo tempo.
[Leggi l'articolo su Global Europe]

Lascia un commento