I due principali avvenimenti che hanno caratterizzato l'ultimo mese di attività dell'Unione europea sono senza dubbio la drammatica crisi finanziaria che ha investito la Grecia e che minaccia altri paesi della zona euro, in primo luogo la Spagna, e l'insediamento della nuova Commissione Barroso dopo il voto di fiducia del Parlamento europeo.
Prima di commentare queste due vicende, vorrei però soffermarmi su un episodio che dimostrato la portata dei cambiamenti introdotti dal Trattato di Lisbona rispetto al peso e al ruolo del Parlamento europeo, ed ha impresso una significativa modificazione nell'equilibrio istituzionale dell'UE.
Mi riferisco al voto con cui l'aula di Strasburgo ha respinto l'accordo Swift, che consentiva la cessione agli Stati Uniti dei dati sensibili bancari europei ai fini di lotta al terrorismo. Si tratta di un voto storico, che non solo ha giustamente bocciato un accordo che violava pericolosamente le leggi europee e i diritti dei cittadini, dimostrando la capacità del Parlamento di resistere alle fortissime pressioni che sono state esercitate dagli Stati membri e dagli stessi Stati Uniti e di assolvere fino in fondo il suo ruolo di istituzione che rappresenta direttamente i cittadini europei ed incarna la legittimità democratica dell'UE.
Il voto su Swift ha anche evidenziato le conseguenze della "comunitarizzazione" dello "spazio di libertà sicurezza e giustizia" operata dal Trattato di Lisbona, mostrando come la fuoriuscita di queste materie dalla dimensione intergovernativa non potrà non avere profonde implicazioni destinate a condizionare in misura considerevole anche l'azione esterna dell'Unione e la sua stessa sostanza politica e democratica.
Le parole con cui l'ambasciatore statunitense presso l'UE ha commentato il voto in una recente intervista a "Le Monde", sottolineando la disponibilità dell'amministrazione USA a condurre un negoziato per un nuovo e migliore accordo che coinvolga anche il Parlamento, sono a questo proposito estremamente significative. Le prossime settimane ci diranno se tale negoziato sarà fruttuoso.
Sono certo che il Parlamento europeo avrà modo di dimostrare come il suo no a Swift non implicava affatto una sottovalutazione dell'importanza e dell'utilità dell'uso dei dati bancari nella lotta al terrorismo, né una mera volontà di mostrare i muscoli ed esercitare i suoi nuovi poteri, ma ha costituito un importante contributo per collocare la cooperazione tra Europa e Stati Uniti sui solidi binari dello stato di diritto, nella consapevolezza che una vera e duratura sicurezza non può che passare per la difesa e la valorizzazione dei grandi principi della nostra civiltà giuridica.
Nel ruolo esercitato dal Parlamento sulla vicenda Swift il gruppo dei Socialisti e dei Democratici ha svolto, insieme all'ALDE, una funzione decisiva e trainante di fronte a un PPE diviso e incerto. Non è un caso perciò che il voto di fiducia che ha consentito alla nuova Commissione di entrate in carica abbia registrato un significativo cambio di maggioranza rispetto a quello che aveva confermato la nomina di Barroso alla presidenza del collegio dei commissari.
Mentre infatti in quell'occasione si era formata una maggioranza di centro-destra imperniata su PPE, ALDE e gli euroscettici dell'ECR (mentre i Socialisti e Democratici si erano astenuti), questa volta l'ECR si è astenuto e il nostro gruppo ha votato a favore. Ciò è avvenuto dopo la sostituzione (da noi richiesta e ottenuta) dell'impresentabile commissaria all'aiuto umanitario Jeleva, e dopo la negoziazione delle linee di un accordo interistituzionale con la Commissione volto a valorizzare le prerogative e il ruolo del Parlamento europeo. Non si tratta di una cambiale in bianco ma di un sostegno condizionato che dipenderà dalla capacità della Commissione di tornare a svolgere quel ruolo di impulso del processo di integrazione che essa ha saputo esercitare in passato e che negli ultimi cinque anni si era totalmente smarrito.
Il primo test di questa volontà non potrà che essere la crisi finanziaria e il governo dell'area euro. La prudenza dimostrata nel Consiglio straordinario dello scorso 11 febbraio e nel successivo ECOFIN, che hanno evitato di indicare (e quantificare) fin d'ora in modo esplicito delle misure di sostegno finanziario alla Grecia, è ovviamente comprensibile di fronte alla necessità di mantenere un equilibrio tra l'esigenza di rassicurare i mercati e quella di non incentivare un'indisciplina fiscale incompatibile con la tenuta di un'unione monetaria.
E' tuttavia è del tutto evidente che una valuta unica non può reggersi a lungo solo su una politica monetaria comune e ha bisogno di una politica fiscale, pena l'alternativa tra stagnazione e default. La definizione di strumenti nuovi per una politica di investimenti a livello europeo, per una migliore regolamentazione dei mercati finanziari, per garantire lo svolgimento dell'indispensabile funzione di "prestatore di ultima istanza" alle istituzioni europee e per assicurare in modo più cogente il rispetto delle regole comuni costituisce quindi la principale sfida che l'Europa avrà dinanzi a sé nei prossimi anni, e che insieme a quella della costruzione degli strumenti per un'incisiva azione internazionale dell'UE (a partire dal nuovo Servizio Europeo di Azione Esterna, sul quale torneremo nei prossimi numeri della newsletter) misurerà la sua capacità di essere un protagonista del mondo del XXI secolo.
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