Nei giorni scorsi diversi esponenti della mozione Franceschini hanno ripetutamente messo in guardia dalle conseguenze negative, se non addirittura esiziali, che a loro dire una vittoria di Pierluigi Bersani avrebbe sulla tenuta del bipolarismo e sulla stessa sopravvivenza del Partito democratico. Sulle pagine di questo giornale, Giorgio Tonini ha affermato che la strategia bersaniania porterebbe il Pd a schiacciarsi su una posizione "di sinistra" strutturalmente minoritaria e ad assecondare i disegni di disarticolazione del sistema politico italiano e dello stesso bipolarismo. In termini analoghi si sono espressi Michele Salvati e Dario Franceschini, che ha addirittura paventato il rischio, nel caso di una sua sconfitta al congresso, di una vera e propria scomposizione del Pd. Si tratta di accuse che non appaiono giustificate da un reale dissenso nei confronti delle proposte di Bersani sulla politica economica, la politica internazionale o su quella sociale, alle quali non viene rivolto alcun significativo rilievo critico. Se ci si limitasse al confronto di natura programmatica dunque, il singolare sillogismo di Tonini in base al quale non si può chiedere al Pd di rappresentare anche la sinistra perché ciò ne farebbe venir meno l'identità di centrosinistra (e quindi l'unità), apparirebbe unicamente un bizantinismo fumoso e nominalistico (oltre che tipicamente autolesionistico). Un sofisma, peraltro, del tutto paradossale, visto che è stato proprio con una linea identitaria più che politica come quella del Lingotto che il Pd ha perso gran parte dei voti di centro che l'Ulivo aveva saputo intercettare, finendo con l'assomigliare pericolosamente al declinante e impotente Pci degli anni ottanta e rendendo surreale il dibattito sulla sua presunta "vocazione maggioritaria".
Esaminando con più attenzione le affermazioni di Tonini, Salvati e Franceschini non si fa però fatica a individuare la vera causa del loro allarme: la legge elettorale. I pericoli di dissoluzione del Pd e del bipolarismo sono infatti ricondotti alla possibilità che "attraverso cambi di leggi elettorali [...] torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decise dagli elettori ma sono varianti e mobili" (Franceschini). Sul banco degli imputati è in primo luogo il sistema tedesco, ma la critica sembra estendersi a tutti i sistemi che non contemplino il premio di maggioranza o l'elezione diretta dell'esecutivo: cioè praticamente a quelli in vigore in tutte le democrazie parlamentari del mondo, dove come è noto (o dovrebbe esserlo) i cittadini non eleggono direttamente il governo né votano per una maggioranza, ma esprimono il loro voto per un partito (o per un candidato) che è libero di cambiare il Premier (come avviene spesso in Gran Bretagna) e di scegliere con chi allearsi (come fa ad esempio Zapatero all'indomani del voto). Il dibattito potrebbe quindi chiudersi con l'invito a ripassare i testi di diritto costituzionale e di storia patria (compresa la differenza tra bipolarismo, che in Italia c'è dal 1948, e democrazia dell'alternanza, la cui assenza non è dipesa dalla legge elettorale bensì dalla guerra fredda), ma esso merita di essere approfondito.
A veder bene infatti, se c'è una posizione che dovrebbe suscitare allarme è proprio quella di coloro che ritengono che l'unità del Pd sarebbe messa a rischio dall'abbandono di quel pessimo surrogato del presidenzialismo, giustamente bandito in tutte le democrazie del mondo, che è il premio di maggioranza. Pensare che il Pd stia insieme solo perché "costretto" dal vincolo di una determinata legge elettorale, significa infatti non aver compreso le ragioni profonde, di carattere storico-politico oltre che sociale, che sono alla base della fondamentale unità che, ormai da quindici anni, caratterizza il nucleo fondamentale del suo elettorato e rende velleitaria ogni tentazione scissionistica. Il problema della legge elettorale è certo importante, ed esso dovrà essere affrontato in modo non ideologico: recuperando coerenza con la forma di governo parlamentare, guardando alle diverse esperienze
(sul Riformista di ieri)

Concordo pienamente con questo brillante intervento Dott. Gualtieri. Perché la parte cosidetta "Red" o di sinistra, dovrebbe essere un pericolo per il nostro Partito? Perché la causa della frattura dovrebbe dipendere da questo? La pluralità dei tesserati ai partiti precedenti, è ricchezza e quando questa si manifesta nei suoi esponenti per la corsa al segretariato diventa pericolo?
Ma in un partito di sinistra (che sia centro o no) da quando la sinistra è pericolosa? Che ci si inabissi davvero verso un centrismo irrimediabile?
Sono d'accordo con lei e le faccio ancora i complimenti per il suo intervento.
Un affezzionato tiburtino
c'è una cosa che non mi convince nel suo ragionamento, che poi si inserisce nel profilo programmatico tracciato da bersani. in particolare sono piuttosto scettico sulla possibilità che il progetto del pd possa essere coerente con un sistema basato sul proporzionale. insomma, un partito che tiene insieme personalità così diverse ha ragione di esistere soltanto se la mediazione raggiunta all'interno di se stesso è quella definitiva. il progetto del grande contenitore di centrosinistra - l'originale idea dell'ulivo se si ricorda - in cui si traccia un recinto fatto da valori che tutti dobbiamo in qualche modo condividere, e dove proposte politiche antagonistiche (da rutelli a vendola a di pietro ai radicali) si contendono la leadership mi sembra quello più convincente. altrimenti non mi si spiega perché avremmo dovuto abbandonare ciò che già avevamo. ma per fare questo dobbiamo realmente rendere democratico questo partito. di questo, non hanno parlato franceschini e bersani. ma è parso evidente, almeno a chi scrive, che il primo ha mostrato maggiore sensibilità sul punto.
bersani tra l'altro scrive che vuole un partito in cui ci si mobilita in molti. un partito coeso e strutturato. una sorta di lega in grande. ma non spiega come fare a mobilitarlo. è debole sui valori di riferimento (come muovere le masse con la tutela del consumatore?) e non per sua incapacità. quanto piuttosto perché il pd ha senso soltanto se accetta il pensiero debole ed un certo grado di relativismo interno. concetti che però sono nemici della grande mobilitazione da lui evocata, se non a sostegno dei candidati alle primarie più vicini a noi.
caro roberto gualtieri, sono fortemente OT, ma ti ricordo che nel novembre scorso scrivesti:
"Quanto all'Spd che Ceccanti porta (giustamente) a modello, vorrei ricordagli che in Assia tre parlamentari dell'Spd hanno reso ripetutamente impossibile la formazione di una maggioranza a guida socialdemocratica con il sostegno esterno della Linke perché non condividevano quella linea, fino a rendere inevitabili nuove elezioni. I tre sono ancora al loro posto"
ti ivito a rinfrescare le tue informazioni, a vedere che strategia aveva in realtà mosso questi begli "eroi della libertà", e ti invito a prendere atto della sospensione temporanea dal partito del capo di questa simpatica truppa. trovi tutto nella sz:
www.sueddeutsche.de/,tt2l1/politik/131/483575/text/
qualche volta un po' di sicumera in meno non guasterebbe
cari saluti