babele

Dicembre 2008 Archives

Le affermazioni sul presidenzialismo pronunciate da Silvio Berlusconi hanno riportato al centro dell'attenzione il tema delle riforme costituzionali e in particolare il nodo della forma di governo. Si tratta di un tema cruciale, che nei mesi scorsi ha avuto nel dibattito politico una apparente marginalità ma che in realtà è alla base di qualsiasi intervento riformatore in materia istituzionale, a cominciare dall'attuazione del federalismo.

Il mio intervento alla direzione nazionale del Pd di venerdì scorso è su Left Wing.
Commentando la direzione di ieri sul Messaggero.

Giancarlo Schirru mi segnala questa strepitosa dichiarazione del ministro ombra della cultura <sic> del Pd Vincenzo Cerami, perfettamente rappresentativa della (sotto)cultura di stampo economicistico e antiscientifico che ha da tempo colonizzato la sinistra <sic> italiana e che in questi anni ha teorizzato e promosso il processo di liceizzazione dell'Università.

"Basta con la demagogia. Non è vero che questo governo fa la lotta ai baroni", dichiara Vincenzo Cerami, ministro ombra dei Beni culturali, che incalza: "La ministra Gelmini, piuttosto che premiare i docenti che pubblicano in fantasmatiche case editrici il risultato delle loro ricerche, dovrebbe dare consistente valore alla didattica, che ad oggi non costituisce alcun punteggio nell'ambito della carriera universitaria". E aggiunge: "Gli studenti pagano l'onerosa retta per essere istruiti e non per il curriculum di presunta scientificità dei professori. Ella deve sapere che nel quasi cento per cento dei casi si tratta di pubblicazioni inutili, pretestuose e improvvisate a mero scopo carrieristico. Temiamo che questo governo voglia dare l'impressione di cambiare molto senza, in realtà, cambiare niente".

In effetti, perché perdere tempo a scrivere saggi noiosi di fisica quantistica o filologia romanza su riviste che non legge nessuno, quando gli studenti potrebbero applicarsi con profitto alla sceneggiatura di Johnny Stecchino?

Mentre la Lega abbandona le suggestioni confederaliste del "modello lombardo" e presenta un ddl sull'attuazione del federalismo fiscale che, per quanto meritevole di approfondimento e di modifiche, è coerente con il modello di federalismo solidale della sussidiarietà delineato dal nuovo Titolo V della Costituzione, Massimo Cacciari accusa il partito di Bossi di "statalismo" e sul Foglio di oggi ci propone un'ardita revisione costituzionale volta ad azzerare l'intera esperienza dello Stato unitario e a sostituire l'Italia con una confererazione di macroregioni sul modello di Gioberti e del "primo Pio IX". Qualcuno potrebbe pensare a uno scherzo, ma Cacciari ricorda giustamente agli smemorati che lui il federalismo lo ha "imparato proprio da Miglio alla fine degli anni settanta quando nessuno ne parlava"; quando cioè, aggiungiamo noi, quell'operaismo di cui egli era uno dei massimi esponenti (insieme a Mario Tronti, Toni Negri e Alberto Asor Rosa) sfociava con grande naturalezza nel "pensiero negativo". E' l'ennesima conferma che i problemi in cui di dibatte il Pd non sono politici ma culturali. E che dietro l'insostenibile susseguirsi di assurdità e di follie che impietosamente ogni giorno i giornali ci rammentano (da ultimo la proposta del "Pd del nord") c'è il totale sbandamento di una generazione di intellettuali e di politici privi di bussola e pronti a tutto, perché formatisi in una temperie, quella degli anni settanta, segnata da una crisi culturale e politica così profonda da rendere l'impatto del pensiero neoconservatore particolarmente devastante e da innescare una deriva nichilista che non ha paragoni nel resto d'Europa.

Volevo segnalare il mio brano preferito della memorabile intervista odierna di Veltroni su Repubblica, ma l'ha già fatto Knut; ho pensato a come commentarlo ma non avrei saputo farlo meglio di così.

"I dati in cui si riassume il divario - leggermente attenuatosi nella seconda metà degli anni '90 e nuovamente aggravatosi negli ultimi anni - tra il tasso di crescita del Centro Nord e quello del Mezzogiorno, sono troppo noti, non occorre richiamarli, sono stati certificati anche dalla Banca d'Italia. Tali dati riguardano sia la crescita del Pil, sia quella dell'occupazione, specie femminile, e della disoccupazione, al netto di una ripresa di flusso migratorio dal Sud verso il Centro Nord; essi riguardano anche il grado di efficienza di servizi e prestazioni fondamentali. Non si può non trarre da ciò materia di seria riflessione sulla validità delle politiche portate avanti nell'ultimo quindicennio dallo Stato e dalle istituzioni regionali e locali rispetto all'obbiettivo di una riduzione del divario tra Nord e Sud e di un'efficace promozione dello sviluppo del Mezzogiorno."

Mentre il Pd era intento ad occuparsi degli abbonati di Sky e dei profitti di Murdoch, il Presidente Napolitano ha affrontato il vero problema che è alla base della crisi italiana: la questione meridionale. Espunta dal discorso pubblico nella furia iconoclasta degli anni novanta, ridotta a un patchwork di inefficaci patti territoriali e accordi di programma conditi dalla retorica ingannevole dello "sviluppo locale" e del "piccolo è bello", la questione meridionale è più viva che mai ed alimenta la stessa cosiddetta "questione settentrionale", che di essa è in realtà solo un derivato. Definire il profilo di un moderno riformismo in Italia significa essenzialmente fare i conti con questo nodo, innanzitutto attraverso una severa riflessione critica (ed autocritica) sulle politiche per il Mezzogiorno dell'ultimo quindicennio e sulla cultura che le ha alimentate. Sarebbe bello se le importanti parole di Napolitano consentissero finalmente di aprire questo dibattito.

Venuta meno la centralità della classe operaia, rivelatosi inconsistente il ceto medio riflessivo, la sinistra italiana ha finalmente trovato un nuovo soggetto generale: gli abbonati Sky.