Secondo Michele Salvati nel Pd esisterebbero due linee: una (quella di Veltroni), che "scommette su un futuro bipolare del sistema politico, su una competizione dei due principali partiti nel campo degli elettori centristi, su un possibile sfondamento al Nord, su politiche economiche e sociali attente ai bisogni dei più deboli, ma modernizzanti e liberali"; l'altra (presumibilmente quella di D'Alema), che "vede il Pd come strutturalmente perdente in un confronto bipolare e il Nord come una fortezza inespugnabile del centrodestra", che considera "l'intera strategia dell'Ulivo, il tentativo di fusione dei riformisti laici e cattolici [...] un errore", secondo cui "il terreno di scontro sarebbe il Sud, non il Nord", e "anche l'antiberlusconismo più radicale può servire a cementare coalizioni incoerenti", che afferma la necessità di "stare molto attenti a proposte modernizzanti, quando queste sono percepite come una minaccia dai ceti più vicini al centrosinistra", che intende provare a tornare al governo "pagando lo scotto di un rafforzamento dei partiti centristi e di un Pd dimagrito e più vicino alla sua componente Ds". Ci asteniamo dal fornire una nostra descrizione altrettanto tendenziosa della prima linea (accontentandoci di osservare i suoi fino ad ora non esaltenti risultati pratici e invitando Salvati a leggere la assai più equilibrata relazione di Veltroni all'Assemblea nazionale del Pd). Quanto alla seconda linea, pur consapevoli che la fobia per il sistema tedesco che affligge i commentatori del Corriere della sera inducendo loro allucinazioni è probabilmente incurabile, noiosamente ripetiamo che: 1) il sistema tedesco non cementa coalizioni incoerenti ma al contrario consente di andare per davvero da soli alle elezioni, senza doversi alleare ad esempio con l'Italia dei Valori in quella che difficilmente definirei una "coalizione coerente". Inoltre esso è tutt'alltro che un prorzionale puro, e oltre a ri9durre la frammentazione determina una forte "disproporzionalità" a favore dei due partiti maggiori. 2) L'antiberlusconismo radicale mi sembra lo stia praticando l'alleato prescelto dagli strateghi della prima linea come unico degno di apparentarsi con il Pd, e se dovessi dare un consiglio al mio partito lo inviterei a non inseguire Di Pietro su questo terreno (io poi personalmente considero giusto ed equilibrato il lodo Alfano, anche se non sono in grado di dire se esso possa essere oggetto di una legge ordinaria o di una revisione costituzionale, e riterrei una vera sciagura impostare la nostra opposizione sui guai giudiziari del premier, che dovrebbero rimanere rigosamente al di fuori dalla lotta politica). 3) Bipartitismo e bipolarismo sono due cose diverse che Salvati evidentemente confonde, e criticare il primo come artificioso non significa certo voler rinunciare al secondo (che fortunatamente è nelle cose e non nella disponibilità dei politilogi). In ogni caso le leggi bipartitizzanti che vanno per la maggiore (come la spagnola) avrebbero il paradossale risultato di premiare la coalizione di centrodestra tra il Pdl, la Lega e l'Mpa (che come partiti regionali sarebbero premiati da quel sistema elettorale), e punire tutti i potenziali alleati del Pd. Inoltre, l'effetto principale di un bipartitismo coatto come quello che ad esempio scaturirebbe da una vittoria dei sì al referendum sarebbe quello di trasformare il Pd in un cartello elettorale privo di fisionomia (e probabilmente di voti). 4) La scarsa fiducia nel Pd e nell'Ulivo non è di chi propone una legge tedesca ma semmai di chi ritiene che il Pd possa esistere solo in presenza di un vincolo derivante dal sistema elettorale. Fortunatamente gli italiani non la pensano così, e alle europee del 2004, con un proporzionale puro senza soglia di sbarramento e senza ombra di voto utile (oltre che senza i radicali nelle proprie liste, che presero il 2,2%), hanno dato alla lista Uniti nell'Ulivo (che si presentava per la prima volta) il 31,1% (una percentuale ahimè asssai superiore di quella che i sondaggi attribuiscono attualmente al Pd). 5) L'identificazione meccanica (e assai ideologica) tra modernità e liberismo andrebbe forse sottoposta a qualche revisione critica, magari dopo aver osservato la politica economica di tutti i principali paesi europei (sia con governi di centrodestra che di centrosinistra). 6) La storia del Sud e del Nord e quella che uno dei suoi principali inventori e protagonisti considererebbe l'intera strategia dell'Ulivo un errore preferiamo non commentarle per educazione. In ogni caso, quando prima o poi si farà un congresso, Salvati sarà liberissimo di scriversi la sua mozione. Ma forse concederà che la nostra ce la scriveremo da soli.
Giugno 2008 Archives
Nell'editoriale di Europa di venerdì scorso venivano affrontati alcuni problemi cruciali relativi alla strategia del Pd e alla riforma del sistema politico-istituzionale. Con riferimento al recente seminario promosso da un gruppo di Fondazioni (tra cui Italianieuropei) ed alla proposta di legge elettorale di tipo tedesco avanzata in quella sede, l'articolo paventava il rischio del ritorno ad una vecchia strategia delle alleanze, che potrebbe mettere in discussione il progetto del Partito democratico curvandone l'evoluzione in senso socialdemocratico. Ancora più drastico appare il giudizio di Giorgio Tonini ed Enrico Morando, che in due interventi apparsi ieri sulla stampa hanno sostenuto che il sistema tedesco sarebbe incompatibile con il bipolarismo e con la stessa sopravvivenza del Pd. In realtà, Italianieuropei condivide l'impianto emerso nel seminario del 17 giugno proprio perché individua in quella piattaforma una delle condizioni per un'evoluzione del sistema politico-istituzionale coerente con il progetto del Pd e con l'obiettivo di dare finalmente vita in Italia a una moderna democrazia dell'alternanza fondata su grandi partiti di tipo europeo. Non si tratta quindi di tornare indietro ma, al contrario, di portare a compimento un'interminabile transizione caratterizzata da un bipolarismo frammentato e ideologico che si è rivelato tanto inadeguato di fronte ai problemi del paese quanto pericolosamente squilibrato.
Il sistema politico affermatosi nell'ultimo quindicennio ha il merito di aver portato al superamento della democrazia bloccata, all'allargamento dell'"area della legittimità", alla realizzazione dell'unità dei riformisti sotto il segno dell'Ulivo. Ma queste positive innovazioni hanno convissuto con due elementi, strettamente intrecciati tra loro, che hanno a lungo impedito lo sbocco verso un assetto politico-istituzionale di tipo europeo: da un lato l'assenza di partiti degni di questo nome, dall'altro l'affermazione di un inedito "maggioritario di coalizione" che ha incentivato la frammentazione politica, la caratterizzazione del bipolarismo come contrapposizione ideologica e l'introduzione di una sorta di "presidenzialismo di fatto" all'interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare. La nascita del Pd e il conseguente processo di innovazione che ha investito l'intero sistema politico hanno posto finalmente le condizioni per superare entrambi questi limiti. Perché ciò avvenga, è necessario però consolidare il nuovo partito (sul piano organizzativo ma soprattutto su quello politico-culturale), e al tempo stesso realizzare delle riforme costituzionali ed elettorali sulla linea di un moderno "parlamentarismo razionalizzato" in grado di coniugare equilibrio tra i poteri, efficienza e legittimazione delle istituzioni. In questo quadro, l'opzione per una legge elettorale di tipo tedesco appare quella più coerente con tali obiettivi. In primo luogo, essa consentirebbe di realizzare compiutamente l'innovazione introdotta dal Pd con la scelta di "andare da soli", archiviando definitivamente la stagione delle coalizioni preventive e facendo di eventuali alleanze il frutto di una trasparente convergenza politico-programmatica. In secondo luogo, il sistema tedesco è maggiormente compatibile con una realtà assai distante dal bipartitismo e con l'esigenza di consolidare il Pd, mentre una legge che forzasse artificialmente il sistema politico in senso bipartitico rischierebbe di farne un semplice cartello elettorale (peraltro, l'ipotesi più in voga tra i fautori di un "bipartitismo coatto", cioè una legge di tipo spagnolo, avrebbe tra i suoi numerosi difetti anche quello di incentivare il localismo, adattandosi perfettamente al sistema di alleanze del Pdl e colpendo invece pesantemente tutti i potenziali alleati del Pd). Infine, il sistema tedesco è assai distante dal proporzionale puro, e con il combinato disposto della elevata soglia di sbarramento e del meccanismo dei collegi uninominali realizza in modo diretto (e soprattutto indiretto) una significativa "disproporzionalità" coerente con un bipolarismo organizzato intorno a due grandi partiti e ad un numero assai limitato di partiti intermedi, oltre che con l'ambizione di fare del Pd la prima forza del paese.
Quanto all'impatto che tale sistema avrebbe sulla tenuta del Partito democratico, la tesi di Tonini secondo cui senza la "spinta maggioritaria" verrebbe meno la ragione di "mettersi insieme tra diversi" appare assai singolare. Concepire l'identità e la funzione del Pd in termini meramente politologici è infatti alquanto riduttivo. L'incontro tra riformismi che ha portato al Partito democratico è maturato sulla base di motivazioni profonde connesse alla particolarità della storia d'Italia, che rendono la tradizione socialista da sola strutturalmente inadeguata di fronte al compito di dare vita a un grande partito riformista e fanno dell'apporto (e della pari dignità) di altre culture, a cominciare da quella cattolico-democratica, una condizione indispensabile che non può essere elusa o ridimensionata. E' un incontro che ha basi solide anche perché si è cementato nell'esperienza dell'Ulivo, che ne ha dimostrato la particolare fecondità di fronte ai problemi inediti del presente. Perché possa consolidarsi, sfociando nell'elaborazione di una nuova cultura riformista all'altezza delle sfide dei nostri tempi e in una credibile "ambizione maggioritaria", deve poter maturare in un partito vero. Emancipandosi dal modello di "coalizione-partito" rappresentato dall'Unione, così come dalla prospettiva di un "partito-coalizione" costruito sulla base di un bipartitismo tanto artificioso quanto funzionale all'egemonia della destra.
(su Europa di oggi)
Alla faccia dei gufi, dei falsi amici e della retorica sull'"Europa dei cittadini" (esemplare a riguardo il Financial Times di oggi, con un editoriale in cui si afferma che il Consiglio europeo di oggi dovrebbe rinunciare a un nuovo trattato e evitare di "try to gang up and bully Ireland into voting again", seguito da un articolo di Charles Wyplosz che lamenta l'assenza di democrazia dell'Ue, salvo poi notare che un auspicato approdo di tipo federale fondato sul voto diretto dei cittadini per i vertici dell'Ue "would divide nations and people within each nation"), il Regno Unito ha ratificato il trattato di Lisbona e la Merkel ha detto ieri in Parlamento che occorre "dare a Dublino la possibilità di rientrare in gioco", respingendo sia l'ipotesi di un'Europa a due velocità che quella di un abbandono del trattato. Come era prevedibile l'Europa dei parlamenti nazionali e dei governi è più saggia di quella dei giornali, ed il Consiglio europeo di oggi pomeriggio dovrebbe confermarlo.
E' presto per valutare se la proposta del ministro degli esteri tedesco Steinmeier di concordare con l'Irlanda una sua temporanea uscita dall'Ue per procedere alla ratifica del trattato di Lisbona a 26 sia praticabile. Certo leggendo i commenti dei alcuni dei principali quotidiani europei (la Faz, le Monde, il Corriere), risulta evidente che se ciò non risulterà possibile la spinta per procedere a due velocità sarà molto forte, così come fin d'ora è agevole rintracciare l'origine e la natura della posizione opposta di quanti, come fa il Financial Times, già dicono che "loosing Lisbon should not be seen as the end of the world", e che quindi ci si potrebbe limitare a introdurre alcuni miglioramenti al trattato di Nizza rinunciando all'impianto del teato bocciato dagli elettori irlandesi (o meglio da una loro minoranza). Resta un paradosso: il trattato di Lisbona ha opportunamente rinunciato ad assumere quella veste semi-costituzionale che era stata tipica del testo bocciato dai referendum francese e olandese (e che aveva contribuito non poco al suo affossamento); ma l'obbligo del referendum previsto dalla legislazione irlandese (e che di per sé sarebbe del tutto ingiustificato per un trattato internazionale) lo ha reso di fatto quello che non è (cioè una costituzione). Il problema non è quindi, come scrive oggi Francesco Gui su Europa, che l'Europa paga il non aver compiuto fino in fondo la scelta federalista, ma che l'illusione proceduralista di costruire uno superstato con un trattato internazionale ha continuato a fare danni anche dopo essere stata realisticamente messa da parte in favore di un modello di "Europa delle nazioni" fondata su una multilevel governance in cui gli stati non cessano di avere un ruolo centrale.
Superamento dello "strongly Anglo-Saxon dominated system" a partire dalla creazione di un'agenzia europea di rating, per consolidare la relativa indipendenza che l'Europa ha conquistato grazie all'Euro, e che deve tradursi in una adeguata capacità di influenza sulle regole che governano i mercati finanziari e in un più generale ripensamento del rapporto tra capitale e rischio; costruzione di una "Bildungsrepublik" (repubblica della formazione). Bisogna dire che avviando con un impegnativo discorso e con un'intervista al Financial Times i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dell'"economia sociale di mercato" (ossia della riforma monetaria di Ludwig Ehrard che ne segnò l'avvio), Angela Merkel non si è certo limitata a una celebrazione di maniera, ma ha posto esplicitamente e in modo nuovo il problema delle condizioni di una diffusione della "Soziale Marktwirtschaft" in Europa e nel mondo. Il che se non altro ci consentirà di affrontare la crisi del trattato di Lisbona innescata dall'infausto esito del referendum irlandese su basì politiche e culturali un po' più solide di quelle su cui si è fondato il discorso pubblico europeo negli ultimi anni.
La questione della collocazione internazionale del Partito democratico ha costituito fin dall'inizio uno dei nodi più complessi da dirimere per la nuova formazione politica, ed era prevedibile che in vista delle elezioni europee del 2009 esso tornasse prepotentemente alla ribalta. Il modo particolarmente aspro con cui nei giorni scorsi un dibattito a lungo sopito si è riacceso, non manca però di suscitare alcuni interrogativi. Fin dal convegno di Orvieto dell'ottobre 2006 era emersa e si era progressivamente consolidata la comune consapevolezza che il problema della collocazione in Europa del Pd andava affrontato in termini politici e non ideologici e identitari, e coerentemente con questa impostazione nel primo "Manifesto per il Partito democratico" si affermava la volontà di "contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale". Questo approccio non derivava solo dalla constatazione che tutte le grandi famiglie politiche continentali - a cominciare dalle due principali, il Pse e il Ppe - hanno conosciuto da tempo una profonda trasformazione - tuttora in corso - che ha fatto venir meno ogni elemento ideologico nella definizione delle rispettive identità, facendone dei grandi contenitori che raggruppano partiti tra loro profondamente diversi. Ma soprattutto scaturiva dalla coscienza che il progetto stesso del Pd si fonda sul riconoscimento dell'inadeguatezza delle diverse storie e tradizioni in esso confluite di fronte all'obiettivo di dotare finalmente l'Italia di un grande partito riformista in grado di affrontare le sfide inedite del nuovo secolo.
Da tutto ciò derivavano due conseguenze, sulle quali è progressivamente maturato un largo consenso. La prima è che il Partito democratico rappresenta la costruzione di una nuova casa comune dei riformisti e non la semplice ristrutturazione un edificio già esistente mirante a consentire l'ingresso di forze nuove. Un "partito nuovo" cementato dall'esperienza dell'Ulivo, le cui ragioni e le cui caratteristiche sono innanzitutto la conseguenza della particolarità della storia del riformismo italiano e della necessità di unirne i diversi filoni assicurando ad essi pari dignità. E allo stesso tempo un partito che considera l'unità dei riformismi una necessità non solo italiana, e che per questo ambisce a concorrere alla costruzione, in Europa e nel mondo, di un nuovo e più largo campo di forze capaci di misurarsi con la sfida di un governo democratico della globalizzazione. La seconda conseguenza di quest'impostazione è che proprio l'ambizione del Pd di non limitarsi a rappresentare l'emblema di una perenne anomalia italiana ma di contribuire al rinnovamento della politica europea, impone di respingere qualsiasi ipotesi di autosufficienza e di isolamento, perché le famiglie politiche continentali non si cambiano certo dalla ridotta del gruppo misto di Strasburgo. In questo quadro, il rapporto con il Pse, che costituisce il principale raggruppamento politico riformista e di cui fanno parte le forze più affini al Partito democratico in termini politico-elettorale e programmatici, è con ogni evidenza ineludibile. E non rappresenta quindi solo un'esigenza "identitaria" della componente del Pd che già ne fa parte, ma è una necessità per tutto il partito, a cominciare da quanti più convintamene puntano a una sua effettiva trasformazione.
Queste premesse largamente acquisite non precostituiscono già una soluzione ad un problema che rimane complesso e che richiede disponibilità al confronto (che pure si è manifestata in più occasioni) anche da parte del Pse, ma certo dovrebbero indurre a un certo ottimismo. Se dunque nei giorni scorsi la discussione ha assunto toni così accesi, la ragione va probabilmente cercata altrove, e innanzitutto nei problemi politici emersi nel Pd dopo la sconfitta. Una sconfitta che da un lato ha messo in evidenza come la strada della elaborazione di una nuova cultura politica adeguata ai problemi del paese e agli sconvolgenti mutamenti in atto su scala mondiale sia ancora lunga. E dall'altro ha fatto emergere un preoccupante deficit di democrazia interna che rischia di consolidare la separatezza delle diverse anime del partito. L'emergere di una disputa dai toni identitari intorno al nodo della collocazione europea costituisce insomma soprattutto il sintomo di un persistente deficit di identità politico-culturale del Pd, ed il pericolo che essa determini una lacerazione dagli esiti imprevedibili va affrontato a partire dalle sue cause profonde.
Allo stesso tempo, è giunto il momento di misurarsi con le concreta questione dei legami internazionali del Partito democratico e del suo ruolo nel futuro Parlamento europeo. Il meeting dei parlamentari europei del Pse in corso a Napoli, che vedrà oggi la partecipazione di Walter Veltroni e di Massimo D'Alema, costituisce da questo punto di vista una tappa importante verso l'individuazione di una soluzione che scongiuri il rischio di un isolamento internazionale del Pd e consenta di impostare in termini politici una sua partecipazione al gruppo del Pse di Strasburgo. Non facendone il risultato di una confluenza nella "famiglia" socialista, ma concependolo come la necessaria premessa per l'apertura di un cantiere politico che punti a rinnovare il profilo e la funzione del riformismo europeo.
(sul Mattino di oggi)
Alla Conferenza Fao di Roma il Presidente brasiliano Lula nel suo intervento accusa la speculazione internazionale, l'aumento del prezzo del petrolio e la chiusura commerciale dei paesi ricchi e difende energicamente e convincentemente la produzione di biocarburante dalla canna da zucchero smontando la "leggenda nera" costruita ad arte da critici poco disinteressati. Anche se unilaterale, merita una riflessione anche l'intervista a Le Monde di Ndiogou Fall, presidente della rete delle organizzazioni contadine dell'Africa occidentale, che denunciando le politiche liberali sottolinea l'inefficacia per i paesi africani di un modello di produzione agricola "export led" a cui contrappone l'esigenza di una maggiore integrazione regionale (non troppo differente da ciò che a suo tempo fece l'Europa). Ovviamente sulla stampa italiana di tutto ciò non vi è traccia, e con poche eccezioni il dibattito è come al solito desolante. Esemplare in questo senso la solita articolessa su Repubblica di Carlo Petrini, che continua imperterrito a incolpare Ogm e biocarburanti (senza peraltro neanche fare differenza tra quelli prodotti con il mais e quelli a base di canna da zucchero), e a sostenere la tesi strampalata che la soluzione per la Food crisis è la diffusione dell'agricoltura biologica e la fine di quella industriale. Resta un enigma perché per secoli i fortunati consumatori che hanno sperimentato questa ricetta slow food si siano ostinati a morire intorno ai trent'anni.
"I cittadini dei paesi terzi, come i cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un'infrazione amministrativa", e sul progetto di direttiva del Parlamento europeo sul rimpatrio dei clandestini "mi ritrovo personalmente nell'opinione espressa dalla minoranza a Bruxelles" (arcivescovo Marchetto, Segretario del Consiglio vaticano per i migranti).
"Povertà e malnutrizione non sono una mera fatalità provocata da situazioni ambientali avverse. [...] La crescente globalizzazione dei mercati non sempre favorisce la disponibilità di alimenti ed i sistemi produttivi sono spesso condizionati da limiti strutturali, nonché da politiche protezionistiche o da fenomeni speculativi che relegano intere popolazioni ai margini dei processi di sviluppo. Alla luce di tale situazione, occorre ribadire con forza che la fame e la malnutrizione sono inaccettabili in un mondo che, in realtà, dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a tali drammi ed alle loro conseguenze" (Benedetto XVI nel messaggio letto da Tarcisio Bertone alla Fao).
Meno male che per controbilanciare questi ennesimi intollerabili attacchi della Chiesa alla laicità disponiamo di altre superbe morali:
"Non sono contenta di come la Cina tratta i tibetani e di quello che ha fatto al Dalai Lama, che è un mio amico. Quando è avvenuto il terremoto, ho pensato: può essere dipeso dal karma, quando tu fai una cosa non buona a un'altra persona e poi ti capita qualcosa di male"(Sharon Stone al festival di Cannes).

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