Maggio 2008 Archives
In attesa di rallegarci il week end con l'inevitabile articolo di Ceccanti che ci spiegherà che il Papa è veltroniano (inspiegabilmente non è apparso oggi, ma attendiamo fiduciosi), la "nuova-stagione-delle-coalizioni-omogenee-perché-non-costruite-contro-ma-per", dopo le applauditissime performances dell'Italia dei Valori su sicurezza e immigrazione, mette in scena l'annunciata proposta di legge della Lega nord per un referendum contro la ratifica del Trattato di Lisbona.
La cinquantottesima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana è destinata a rilanciare il dibattito sui rapporti tra religione e politica. Non tanto perché sia il Pontefice che Bagnasco nei loro discorsi hanno fatto apertamente riferimento a questioni politiche e programmatiche che sono al centro della discussione tra i partiti. Tali riferimenti non costituiscono certo una novità, fanno parte della fisiologia del ruolo pubblico di una componente così rilevante della società civile italiana quale è la Chiesa cattolica e - specialmente quelli più direttamente politici - sono stati formulati con equilibrio e senza alcuna partigianeria. Sarebbe quindi auspicabile che non si realizzi la consueta strumentalizzazione delle parole del Papa e del Presidente della Cei, interpretandole come un "endorsement" per questo o quell'esponente politico o, specularmente, denunciandole come un'intromissione che minerebbe la laicità dello Stato.
Ciò che è mutato e che rende necessaria una adeguata riflessione sul contributo delle religioni alla nostra democrazia dunque non è tanto il ruolo attivo e propositivo della Chiesa sui temi centrali nel proprio magistero o sulle questioni fondamentali della vita nazionale, quanto il contesto politico italiano. Con la nascita del Pd e del Pdl si sono infatti gettate le premesse per un superamento del bipolarismo ideologico e frammentato affermatosi nell'ultimo quindicennio. Per le sue caratteristiche strutturali, quel bipolarismo era pericolosamente incline a incentivare una impropria politicizzazione e strumentalizzazione del ruolo della Chiesa, che a sua volta assegnava a quest'ultima un peso diretto nella definizione degli equilibri tra i poli e in quelli interni ad essi (dove delle autonome formazioni "cattoliche" svolgevano un ruolo determinante). Sia pure nella camicia di forza "bipolarizzante" (e quindi deformante) di una pessima legge elettorale, i processi di aggregazione dei mesi scorsi hanno ora posto le premesse per l'apertura di una nuova fase della vita politica italiana, caratterizzata dalla competizione virtuosa tra i partiti per la soluzione dei problemi (e se necessario anche sulla collaborazione sotto forma di grande coalizione) invece che sulla contrapposizione ideologica e pregiudiziale tra due poli precostituiti.
Questo nuovo assetto (specialmente se sarà incentivato da una legge elettorale di tipo proporzionale) appare assai più idoneo del precedente a favorire un rapporto tra religione e politica fondato su quello che il Cardinale Bagnasco ha definito come un "concetto positivo di laicità", in cui anche le religioni sono chiamate, "come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società pluraliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco". E può consentire quindi di affrontare finalmente su basi nuove e più mature (oltre che più "laiche") la questione del contributo della Chiesa cattolica alla vita del paese. Si tratta di una tema centrale per tutti i partiti italiani, e particolarmente per il Partito democratico. Non solo perché il Pd è la forza che ha fatto dell'incontro con il riformismo cattolico-democratico un elemento costitutivo della propria identità. Ma anche perché di fronte al compito ineludibile della definizione di una cultura politica e di un progetto per l'Italia all'altezza delle sfide del nostro tempo, i valori cristiani e la concreta azione della Chiesa cattolica costituiscono una risorsa fondamentale.
A questo proposito, il recente seminario della Fondazione Italianieuropei su "Religione e democrazia" ha manifestato in primo luogo la consapevolezza della necessità, per una personalità del peso di Massimo D'Alema, di misurarsi direttamente e in prima persona con questi problemi per contribuire all'elaborazione di una nuova cultura politica democratica e riformista. Ed ha avuto come risultato fondamentale l'approdo ad una concezione "positiva" della laicità in sintonia con la definizione proposta da Bagnasco. Tale importante premessa può consentire ora di superare una discussione puramente "metodologica" e di avviare un vero confronto culturale e politico che entri nel merito delle questioni. Su questo terreno, i problemi di un mondo sempre più interdipendente rendono evidente l'inadeguatezza del contrattualismo di matrice liberale e illuministica, che concepisce la società come un'insieme di regole imposte dall'alto (e che da troppi anni a sinistra, nelle forme della cultura azionista, ha riempito il vuoto lasciato dalla crisi del socialismo). Di fronte alla crescente aridità di tale impianto, la visione proposta dalla Chiesa di una società civile come fonte del diritto (che facendo scaturire le norme dal legame sociale le fonda su un'antropologia non invidualistica e "mercantile"), la difesa della vita e della dignità della persona, l'inedito riconoscimento contenuto nell'enciclica "Spe Salvi" (con un esplicito riferimento al pensiero di Marx) del ruolo svolto dalla dimensione economica e materiale dei rapporti sociali, l'elaborazione e l'azione sui temi della pace, della convivenza tra i popoli e della riforma dell'attuale modello di sviluppo, l'attenzione al problema di un'educazione capace di rafforzare un'etica pubblica innervata dai valori della Costituzione, la centralità assegnata alla sussidiarietà, la riflessione sull'eticità della scienza, rappresentano dei punti di riferimento fondamentali per chi abbia a cuore il destino dell'Italia e dell'Europa e la definizione di una nuova agenda riformista. Sarà opportuno quindi che la riflessione prosegua e contribuisca ad animare un dibattito e un confronto largo e qualificato, che da troppo tempo è stato rinviato e che è di vitale importanza per il futuro del nostro paese.
(sul Mattino di oggi)
In questa meravigliosa nuova stagione della democrazia italiana non poteva mancare una classicissima come lo scontro tra fascisti e collettivi all'Università di Roma (ferma restando ovviamente la differenza tra aggressori ed aggrediti). Fortunatamente, il rettore vicario Frati ha preso in mano la situazione con saggezza ed equilibrio (ritirando un'autorizzazione concessa con troppa leggerezza e allo stesso tempo invitando gli studenti a non alimentare le tensioni), e nell'assemblea promossa oggi dai collettivi - a cui sono intervenuto con altri docenti tra cui lo stesso Frati - insieme ai soliti insopportabili slogan minoritari e alla consueta passerella dei vari gruppi e gruppetti in cerca di visibilità e proselitismo è sembrata emergere nella maggioranza degli studenti la consapevolezza che il regalo più grande che si potrebbe fare a Forza Nuova e quanti vogliono rimestare nel torbido è quello di ingaggiare con essa una tragica parodia degli anni settanta.
Adinolfi ironizza sulla rassegna stampa dedicata al seminario di Marina di Camerota e sui suoi tendenziosi travisamenti. Crediamo di essere facili profeti prevedendo che un'analoga banalizzazione politicista sarà riservata tra poche ore alla bella e importante prolusione di Monsignor Bagnasco all'Assemblea generale della Cei. Aspettiamoci dunque di veder sviscerate le implicazioni sul quadro politico della manifestata attesa di un periodo di "operosa stabilità" (un'attesa che peraltro introduceva un'agenda sui problemi dell'Italia assai diversa da quella ruiniana), e trascurate le importanti notazioni sul "concetto positivo di laicità" in cui "le religioni [...] sono chiamate, come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società prulaliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco". O ignorata la centralità assegnata alla crisi alimentare mondiale e il sostegno all'appello dell'Onu (definito con le parole di Ratzinger il "'centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentono a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una famiglia di nazioni"') per una mobilitazione a sostegno delle popolazioni colpite e per delle "riforme strutturali" che "modifichino le condizioni di ingiustizia". E di veder trasformate in caricature le riflessioni sulla condizione giovanile ("il problema dei giovani sono gli adulti"), sugli effetti negativi di una concezione mercantile delle relazioni sociali, sull'errore di ritenere che "l'organizzazione della vita giovanile e ancor più il tipo di applicazione intellettuale a cui sono abituati, impressionistica ed episodica, quasi falcidi - dalla base - la possibilità di itinerari distribuiti nel tempo e dunque progressivi e metodici", sulle implicazioni della diffusione della televisione digitale in Europa rispetto al problema della produzione di contenuti. Tutti temi sui quali il dialogo - e naturalmente la discussione - con la Chiesa è essenziale per chi abbia a cuore il destino dell'Italia e la definizione di una nuova agenda riformista.
La messa a punto operata la settimana scorsa dal Partito democratico su questioni cruciali come l'analisi del voto, il pluralismo interno e il rapporto tra "vocazione maggioritaria" e alleanze, non sembra avere finora investito il problema centrale con cui il Pd dovrà misurarsi nei prossimi mesi: la definizione di un profilo dell'opposizione a Berlusconi coerente con l'ambizione a costruire una credibile alternativa di governo al centrodestra. Di fronte al forte impatto politico del primo Consiglio dei ministri e dei provvedimenti in esso annunciati, è emerso infatti con chiarezza il rischio che un'"opposizione dialogante" fortemente incentrata sull'azione di contrappunto dei vari "ministri ombra" nei confronti dei singoli provvedimenti dei loro omologhi al governo risulti pericolosamente inadeguata. Traducendosi da un lato in una scarsa capacità di condizionamento verso un esecutivo che dispone in parlamento di una maggioranza assai ampia, e dall'altro in una potenziale subalternità nei confronti dell'agenda politica del centrodestra poco compatibile con l'affermata "vocazione maggioritaria" e "bipolare" del Pd.
Colpisce a questo proposito che nel prospettare i caratteri dell'"opposizione diversa" e del dialogo con Berlusconi, i massimi dirigenti del Partito democratico abbiano fatto riferimento all'atteggiamento assunto del Pci togliattiano di fronte al primo centro-sinistra (Bettini) e al dialogo fra Moro e Berlinguer (Veltroni). L'opposizione dialogante del 1962 e la solidarietà nazionale infatti non nascevano solo da un significativo grado di convergenza programmatica, ma erano anche la conseguenza di una particolarità del sistema politico italiano che fortunatamente è superata da tempo: l'impossibilità di dare vita a una normale democrazia dell'alternanza a causa del ruolo peculiare del Pci, che in virtù della sua originale natura e del suo parziale riformismo aveva "occupato" gran parte dello "spazio" politico ed elettorale delle socialdemocrazie senza disporre (per i persistenti legami politici con l'Unione Sovietica e per l'irrisolto profilo ideologico) della corrispettiva legittimazione a governare. Quello che non convince insomma non è tanto il paragone, pure piuttosto insolito, tra Berlusconi e Aldo Moro o quello tra Berlusconi e Fanfani, ma il riflesso condizionato che porta esponenti di una generazione politica formatasi nell'epoca del tramonto della cosiddetta "prima repubblica" a proiettare sul Pd le vicende e l'esperienza del comunismo italiano.
In una moderna democrazia dell'alternanza in cui per di più, anche grazie alla meritoria scelta del Pd di abbandonare l'antiberlusconismo ideologico, è venuta meno la delegittimazione reciproca, non c'è infatti spazio né per l'"opposizione diversa" né per la "solidarietà nazionale": o si fa l'opposizione per preparare l'alternativa di governo o si realizza una grande coalizione. E ciò non per ragioni astratte, ma perché essendo scomparse (nel mondo occidentale) le robuste fratture ideologiche e di classe che hanno segnato la politica novecentesca, la riproposizione di una condizione di subalternità politica quale quella che il Pci sperimentò negli anni settanta porterebbe con sé il rischio concreto di un assorbimento "molecolare" delle forze rappresentate dal Pd nell'orbita della maggioranza. Se dunque le proposte del Partito democratico sono solo "emendative" dell'impianto dell'agenda del centrodestra e dei provvedimenti che da essa derivano, è non solo lecito ma anche doveroso, come avviene in molti paesi europei, impostare il dialogo a partire dalla proposta di una grande coalizione tra Pd e Pdl, cioè di uno scambio politico trasparente finalizzato ad affrontare in modo consensuale e condiviso i principali problemi del paese. Altrimenti, e sembra questo il caso, sarebbe più utile evitare di inseguire i singoli provvedimenti e i singoli annunci del governo e, fatta salva la normale fisiologia della dialettica parlamentare (che ovviamente vive anche di accordi e di convergenze), concentrare la propria azione nella costruzione di una piattaforma alternativa nel parlamento e nel paese, facendola poggiare sulle fondamenta di una opposizione tanto netta quanto seria e rigorosa.
Un'impostazione più rigorosa dei rapporti con la maggioranza sui temi del governo consentirebbe anche di affrontare in modo più limpido il dialogo sulle riforme costituzionali ed elettorali, che richiede anch'esso, con ogni evidenza, una messa a punto che ne precisi gli obiettivi e i confini. Un conto è infatti una opportuna convergenza su una razionalizzazione del parlamentarismo nel quadro dei risultati a cui si era giunti (in modo largamente consensuale) nella scorsa legislatura. Altro sarebbe fuoriuscire (formalmente o de facto) da questo orizzonte, perché ciò porrebbe immediatamente un duplice problema di legittimità: quello di un parlamento che per effetto del combinato disposto del premio di maggioranza, della soglia di sbarramento e della scelta di Pdl e Pd di correre (parzialmente) da soli non ha la legittimazione sufficiente per sovvertire gli esiti del referendum costituzionale del 2006, e quella di un gruppo dirigente che non dispone di un mandato congressuale per uscire dal perimetro fissato dalle bozze Violante e Bianco. Anche su questo fronte le prossime settimane costituiranno un banco di prova decisivo, a partire dalla discussione sulla riforma della legge elettorale europea. Che consentirà agevolmente al Partito democratico di misurare l'effettiva disponibilità al compromesso del centrodestra e di precisare il proprio ruolo di fronte all'opinione pubblica contrastando con forza l'assurda pretesa di privare per l'ennesima volta i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti.
(sul Riformista di oggi)
Nuova stagione, nuovo clima, nuovo sistema politico, Moro e Berlinguer, Togliatti e il centrosinistra, fine della guerra civile, cosa non si fa - e non si dice - per abolire le preferenze e nominare anche i deputati europei.
E' uscito Amigo é casa, lo splendido live di Simone e Zélia Duncan. Come finale non poteva mancare To voltando (e da un paio di giorni non è più solo un auspicio).
Su Affari e Finanza di ieri Marcello De Cecco spiega opportunamente che il vertiginoso aumento dei prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari che sta avendo effetti devastanti nel mondo, portando alla fame milioni di uomini, non può essere ricondotto unicamente alla crescita della domanda indotta dallo sviluppo economico in Cina e negli altri paesi emergenti o dalla diffusione dei biocombustibili, ma deve molto alla speculazione. Nonostante il salvataggio di Bear Stearns, il mercato finanziario americano è in crisi perché il tentativo delle autorità statunitensi di riportare la fiducia con una manovra puramente monetaria (la riduzione dei tassi) sta fallendo, come dimostra il persistente divario tra i tassi a breve della Fed e il tasso Libor. Di qui l'irruzione nel mercato del petrolio, delle materie prime e dei prodotti alimentari degli hedge fund e di altri investitori, che "continuano a scommettere al rialzo perché hanno capito che le autorità americane non hanno intenzione di adottare soluzioni dirette, dichiaratamente fiscali, per risolvere la crisi del mercato immobiliare e di quello finanziario ad esso collegato".
Il malthusianesimo di chi se la prende con l'impertinenza di paesi che si permettono di crescere più di noi per fare uscire i loro abitanti dalla miseria e l'antiscientismo di chi contesta in modo indistinto lo sviluppo dei biocarburanti (nonché di ogni altro uso della scienza in agricoltura) impedisce insomma di vedere che il cuore della crisi è nel "primo mondo" e segnatamente negli Stati Uniti. E questa inconsapevolezza, evidente nella totale afonia della politica, potremmo pagarla molto cara.
Come avevamo fatto a non pensarci prima? Noi lì ad arrovellarci, eppure era semplicissimo. Il colpo di genio lo ha avuto Anna Finocchiaro nel corso della celebrazione dei fasti della nuova stagione officiata da Mieli davanti a un divertito e incredulo Vespa. Il Pd ha solo il 33%? Bisogna lavorare per allargarlo, in modo che la prossima volta lo votino tutti gli elettori della sinistra, ma anche socialisti, ma anche - vogliamo sperare - dell'Udc, senza dimenticare qualche elettore deluso del centrodestra. Facile no?
D'altronde, chi potrà resistere al fascino di un partito in cui, come ci ha spiegato Andrea Orlando, è legittimo solo il "pluralismo di carattere culturale che arricchisce il dibattito che precede l'assunzione di decisioni" (traduzione: vige il centralismo democratico del Pci, naturalmente depurato da pratiche deteriori tipo il voto segreto sugli organismi dirigenti), oppure al massimo il "pluralismo congressuale" connesso a "proposte di leadership diverse", che però "dovrebbe svilupparsi in una fase circoscritta della vita di un partito e poi diluirsi progressivamente" (traduzione: dopo le primarie plebiscitarie, naturalmentre su liste bloccate fatte dal centro, le minoranze si sciolgono e rimane solo la corrente di maggioranza, che ovviamente a "diluirsi" non ci pensa proprio)? Suona un po' casermone? Mica siamo una parrocchietta.
Madia: "non voteremo la fiducia a questo governo" (a Porta a porta).
A Giovanni Guzzetta il mio ultimo articolo proprio non è piaciuto. A noi, più che la sua replica (un tantino scomposta), non sono piaciuti i suoi referendum, che come era ampiamente prevedibile hanno portato alla caduta di Prodi e al successo di Berlusconi. In ogni caso Guzzetta può star tranquillo: non ci interessa polemizzare con lui, ma con chi gli ha dato retta.
La duplice sconfitta nazionale e romana subita dal Pd non sembra per il momento aver indotto Veltroni a mettere apertamente in discussione il principale caposaldo della strategia perseguita fin dal momento della sua elezione alla segreteria, cioè la scelta di interpretare la "vocazione maggioritaria" del Pd in chiave di autosufficienza, nella prospettiva della realizzazione di un sistema di tipo bipartitico. Come è noto, tale strategia ha subito un duro colpo dal risultato scaturito dalle urne. Non solo perché il Pd, nonostante la forte spinta al "voto utile" indotta dalla legge elettorale, si è fermato a un modesto 33,1%, dimostrando di disporre di un potere di attrazione assai inferiore a quello immaginato dal suo gruppo dirigente, soprattutto nei confronti dei ceti popolari e degli elettori di centro. Ma anche perché gli incrementi maggiori dei consensi sono stati ottenuti dalla Lega nord e dall'Italia dei valori, mentre la somma dei voti di Pdl e Pd si è attestata al 70,5% del totale, cioè ben al di sotto di quella "quota 75%" individuata dagli osservatori come la soglia minima per poter parlare di una svolta del sistema politico in senso bipartitico.
Di fronte a questi risultati, è evidente che la riproposizione della "strategia dell'autosufficienza" passa inevitabilmente per la strada di una modificazione delle regole del gioco che renda ancora più stringente il vincolo bipartitico. Una prima ipotesi potrebbe essere quella di puntare sul referendum elettorale, rinviato al 2009, che in caso di vittoria dei sì impedirebbe le coalizioni tra liste diverse, costringendo la Lega e il Pdl a presentarsi in un'unica lista o a rompere l'alleanza. Ammesso e non concesso che questo risultato favorirebbe il Pd, si tratta di uno scenario del tutto irrealistico. L'ostilità del partito di Bossi nei confronti del referendum è infatti nota altrettanto quanto lo è il ruolo determinante della Lega nella maggioranza, ed è quindi facilmente prevedibile che Bossi e Berlusconi troveranno agevolmente un accordo modificare l'attuale legge elettorale in modo da impedire il referendum.
Non è un caso che in un recente articolo apparso sulla "Stampa" il "referendario" Guzzetta abbia repentinamente abbandonato la bandiera di quel referendum che fino a pochi mesi fa veniva dipinto come la panacea di tutti i mali, prospettando l'adozione del presidenzialismo di tipo francese. Il fatto che l'articolo sia stato immediatamente commentato in modo favorevole negli ambienti veltroniani non deve stupire. Prima di diventare segretario del Pd Veltroni aveva infatti dichiarato più volte la propria preferenza per il presidenzialismo, e pochi giorni dopo il voto il suo braccio destro Goffredo Bettini aveva definito quello francese come il modello istituzionale "di riferimento" del Pd (nonostante nel programma del partito si faccia in realtà riferimento a un sistema di tipo parlamentare). E' dunque possibile che qualcuno pensi di giocare la carta presidenzialista per rilanciare l'autosufficienza del Partito democratico, nella speranza che un confronto diretto tra leader consenta ad un Pd privo di alleanze di prevalere sul centrodestra più di quanto non avvenga con un confronto tra partiti. Questa ipotesi permetterebbe di fare leva sull'ambizione di Berlusconi di salire al colle, che attualmente si scontra con il fatto che l'attuale legislatura terminerà prima della scadenza del settennato di Giorgio Napolitano, mentre nel caso di una "rottura istituzionale" di tali proporzioni qualcuno potrebbe essere indotto a esercitare pressioni sul presidente perché interrompa precocemente il proprio mandato, accorciando così i tempi per l'agognata "rivincita".
Anche questo disegno appare tuttavia poco realistico. In primo luogo non risulta un'opzione presidenzialista del Pdl (che ha anzi condotto una campagna elettorale di tutt'altro tenore), né tanto meno è verosimile un interesse di Berlusconi per uno scontro istituzionale di tali proporzioni. Inoltre, quel progetto si scontrerebbe con la ferma opposizione della Lega, che ben difficilmente accetterebbe un modello strutturalmente incompatibile con il federalismo come quello francese. Il tipo di presidenzialismo coerente con il federalismo è infatti quello americano (che nel suo articolo Guzzetta confonde in modo singolare con quello francese), in cui come è noto il potere legislativo è totalmente separato dall'esecutivo (nel senso che il governo non deve avere la maggioranza in Parlamento), ma l'idea di dare vita agli "Stati Uniti d'Italia" nell'epoca dell'integrazione europea è troppo grottesca e stravagante per pensare che possa essere presa seriamente in considerazione da qualcuno. Infine, è del tutto evidente che una prospettiva spregiudicata e avventuristica come quella sopra delineata aprirebbe uno scontro durissimo all'interno del Pd, che avrebbe effetti devastanti sui fragili equilibri di un partito uscito già piuttosto malconcio dalla prova elettorale.
E' dunque inevitabile che, al di là della retorica sulla "vocazione maggioritaria" e dell'evocazione tendenziosa dello spettro di una marginalizzazione della componente cattolica nel caso di una linea meno solitaria, la "strategia dell'autosufficienza" venga sottoposta nei prossimi mesi a graduale revisione (come le affermazioni odierne di Veltroni sembrerebbero indicare). E che il gruppo dirigente del Pd imposti su basi più solide l'edificazione di una grande forza riformista capace di costruire senza scorciatoie le condizioni sociali e politiche dell'alternanza di governo.
(sul Mattino di oggi)

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