Come era prevedibile, la linea scelta dal gruppo dirigente del Pd di rinviare una seria analisi del risultato delle elezioni politiche negando la sconfitta subita il 13 e 14 aprile o minimizzandone la portata non si è rivelata particolarmente felice di fronte alla sfida di un ballottaggio imprevisto e insidioso come quello di Roma. Non solo per evidenti ragioni di ordine generale (è in generale assai difficile far scattare nel proprio elettorato e nei propri militanti la volontà di riscossa se si continua a parlare di "successo" del Pd). Ma soprattutto perché, dopo che il risultato del primo turno aveva mostrato in maniera inequivocabile la presenza di un diffuso giudizio negativo dei romani sulla qualità dell'amministrazione capitolina e la difficoltà di arginare Alemanno in nome della continuità con il "modello Roma" e della retorica antifascista, quella linea ha precluso a Rutelli (che già scontava l'handicap forse insormontabile di una forte identificazione con quella vicenda) la strada di tentare di interpretare una forte discontinuità programmatica e politica con l'esperienza degli ultimi anni del governo della città: ad esempio facendo proprio con maggiore determinazione il tema del disagio dei cittadini (anche per evitare di doversi misurare con esso sul terreno proposto dalla destra e ad essa più congeniale, cioè quello della sicurezza), e perseguendo fino in fondo l'ipotesi di un allargamento al centro della maggioranza.
Di fronte alla portata della sconfitta ed alla necessità di indagarne le ragioni di fondo è però del tutto inutile attardarsi in recriminazioni di questo tipo, almeno altrettanto quanto lo sarebbe proseguire il singolare dibattito sulla necessità e le virtù del "tenere botta". La doppia sconfitta nazionale e romana subita dal Pd chiude infatti con ogni evidenza un lungo ciclo apertosi all'inizio degli anni novanta, e mostra tutti i limiti della cultura politica prevalente nella generazione politica che si è formata negli anni del tramonto della prima repubblica e dei suoi partiti. Sono limiti che hanno segnato pesantemente le vicende dell'intero quindicennio, ma che lungi dall'essere superati con la formazione del Partito democratico sono apparsi anzi ulteriormente enfatizzati in modo a volte parossistico nei suoi primi mesi di vita.
La difficoltà ad emanciparsi da quella visione neoliberale fondata sul dogma della separazione tra economia e politica affermatasi alla fine degli anni ottanta ed ormai definitivamente tramontata in tutto il mondo, che ha segnato così pesantemente l'impianto della proposta programmatica del Pd rendendolo disarmato di fronte alla speculare conversione "centrista" operata dal Pdl. Il crescente peso di una visione negativa del lavoro e del mito della sua "fine" (che risale alla stagione degli anni settanta), che ha ostacolato o reso marginale ogni tentativo di rifondare su un terreno non classista i rapporti con quel mondo che rappresenta ovunque il principale referente sociale di una forza riformista. Un'idea atomistica della società (perfettamente simboleggiata dal concetto di "società liquida") che elude il problema dello spessore dei suoi corpi intermedi spingendo a privilegiare l'idea di un rapporto indifferenziato con l'opinione pubblica ispirato alle modalità della comunicazione commerciale e a confondere così il concetto di "rappresentanza" con quello di "rappresentazione". Una concezione della politica fondata su una diffidenza di matrice "movimentista" per i partiti politici, le loro regole e le loro strutture, che determina da un lato la persistente incapacità ad affidare la selezione della classe dirigente a procedure democratiche certe e dall'altra la tendenza a sottovalutare il problema delle alleanze politiche (magari riproponendo quella contrapposizione tra iniziativa politica "dal basso" e "dall'alto" tipica della cultura politica prevalente nell'ultimo Pci). Una visione negativa dell'impianto parlamentare della nostra Costituzione fortemente condizionata dalle critiche che ad essa sono sempre venute dalle correnti culturali e politiche di ispirazione presidenzialista.
Sono solo alcuni esempi di quel peculiare impasto tra "vecchio" e "nuovo" che ha fortemente condizionato la lunga transizione italiana impedendo finora di connotarla come uno sviluppo dell'eredità storica della nostra democrazia piuttosto che come un'apparente tabula rasa che in realtà favorisce la persistenza alcuni degli elementi più caduchi di quel passato, impedendo un vero ricambio di classi dirigenti e determinando la strutturale egemonia della destra. Liberare il Pd da questa ipoteca e consentirgli finalmente di dispiegare le sue potenzialità evitando il rischio di assumere stabilmente i connotati di un "partito a vocazione minoritaria" sarà un'impresa lunga e difficile, perché essa richiede la formazione di una nuova classe dirigente la cui crescita è stata pesantemente (e speriamo non irrimediabilmente) ostacolata dalle modalità alle quali è stata finora affidata la sua selezione e la sua promozione. Qualsiasi sarà il percorso scelto dal Pd per misurarsi con la sconfitta ed impostare la lunga stagione dell'opposizione a Berlusconi, sarà indispensabile gettare alle nostre spalle ogni tentazione a "contenere" il libero dispiegamento di un dibattito vero e di una reale dialettica democratica entro le logiche di vecchie appartenenze e dell'autotutela di un ceto politico che se non vuole scomparire deve imparare finalmente a confrontarsi senza rete.
(sul Riformista di oggi)

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