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Aprile 2008 Archives

Come era prevedibile, la linea scelta dal gruppo dirigente del Pd di rinviare una seria analisi del risultato delle elezioni politiche negando la sconfitta subita il 13 e 14 aprile o minimizzandone la portata non si è rivelata particolarmente felice di fronte alla sfida di un ballottaggio imprevisto e insidioso come quello di Roma. Non solo per evidenti ragioni di ordine generale (è in generale assai difficile far scattare nel proprio elettorato e nei propri militanti la volontà di riscossa se si continua a parlare di "successo" del Pd). Ma soprattutto perché, dopo che il risultato del primo turno aveva mostrato in maniera inequivocabile la presenza di un diffuso giudizio negativo dei romani sulla qualità dell'amministrazione capitolina e la difficoltà di arginare Alemanno in nome della continuità con il "modello Roma" e della retorica antifascista, quella linea ha precluso a Rutelli (che già scontava l'handicap forse insormontabile di una forte identificazione con quella vicenda) la strada di tentare di interpretare una forte discontinuità programmatica e politica con l'esperienza degli ultimi anni del governo della città: ad esempio facendo proprio con maggiore determinazione il tema del disagio dei cittadini (anche per evitare di doversi misurare con esso sul terreno proposto dalla destra e ad essa più congeniale, cioè quello della sicurezza), e perseguendo fino in fondo l'ipotesi di un allargamento al centro della maggioranza.
Di fronte alla portata della sconfitta ed alla necessità di indagarne le ragioni di fondo è però del tutto inutile attardarsi in recriminazioni di questo tipo, almeno altrettanto quanto lo sarebbe proseguire il singolare dibattito sulla necessità e le virtù del "tenere botta". La doppia sconfitta nazionale e romana subita dal Pd chiude infatti con ogni evidenza un lungo ciclo apertosi all'inizio degli anni novanta, e mostra tutti i limiti della cultura politica prevalente nella generazione politica che si è formata negli anni del tramonto della prima repubblica e dei suoi partiti. Sono limiti che hanno segnato pesantemente le vicende dell'intero quindicennio, ma che lungi dall'essere superati con la formazione del Partito democratico sono apparsi anzi ulteriormente enfatizzati in modo a volte parossistico nei suoi primi mesi di vita.
La difficoltà ad emanciparsi da quella visione neoliberale fondata sul dogma della separazione tra economia e politica affermatasi alla fine degli anni ottanta ed ormai definitivamente tramontata in tutto il mondo, che ha segnato così pesantemente l'impianto della proposta programmatica del Pd rendendolo disarmato di fronte alla speculare conversione "centrista" operata dal Pdl. Il crescente peso di una visione negativa del lavoro e del mito della sua "fine" (che risale alla stagione degli anni settanta), che ha ostacolato o reso marginale ogni tentativo di rifondare su un terreno non classista i rapporti con quel mondo che rappresenta ovunque il principale referente sociale di una forza riformista. Un'idea atomistica della società (perfettamente simboleggiata dal concetto di "società liquida") che elude il problema dello spessore dei suoi corpi intermedi spingendo a privilegiare l'idea di un rapporto indifferenziato con l'opinione pubblica ispirato alle modalità della comunicazione commerciale e a confondere così il concetto di "rappresentanza" con quello di "rappresentazione". Una concezione della politica fondata su una diffidenza di matrice "movimentista" per i partiti politici, le loro regole e le loro strutture, che determina da un lato la persistente incapacità ad affidare la selezione della classe dirigente a procedure democratiche certe e dall'altra la tendenza a sottovalutare il problema delle alleanze politiche (magari riproponendo quella contrapposizione tra iniziativa politica "dal basso" e "dall'alto" tipica della cultura politica prevalente nell'ultimo Pci). Una visione negativa dell'impianto parlamentare della nostra Costituzione fortemente condizionata dalle critiche che ad essa sono sempre venute dalle correnti culturali e politiche di ispirazione presidenzialista.
Sono solo alcuni esempi di quel peculiare impasto tra "vecchio" e "nuovo" che ha fortemente condizionato la lunga transizione italiana impedendo finora di connotarla come uno sviluppo dell'eredità storica della nostra democrazia piuttosto che come un'apparente tabula rasa che in realtà favorisce la persistenza alcuni degli elementi più caduchi di quel passato, impedendo un vero ricambio di classi dirigenti e determinando la strutturale egemonia della destra. Liberare il Pd da questa ipoteca e consentirgli finalmente di dispiegare le sue potenzialità evitando il rischio di assumere stabilmente i connotati di un "partito a vocazione minoritaria" sarà un'impresa lunga e difficile, perché essa richiede la formazione di una nuova classe dirigente la cui crescita è stata pesantemente (e speriamo non irrimediabilmente) ostacolata dalle modalità alle quali è stata finora affidata la sua selezione e la sua promozione. Qualsiasi sarà il percorso scelto dal Pd per misurarsi con la sconfitta ed impostare la lunga stagione dell'opposizione a Berlusconi, sarà indispensabile gettare alle nostre spalle ogni tentazione a "contenere" il libero dispiegamento di un dibattito vero e di una reale dialettica democratica entro le logiche di vecchie appartenenze e dell'autotutela di un ceto politico che se non vuole scomparire deve imparare finalmente a confrontarsi senza rete.

(sul Riformista di oggi)

Soprattutto dopo aver letto le ultime interviste e gli articoli dei suoi massimi dirigenti, ci eravamo persuasi che fosse un'impresa disperata. Ma dopo aver appreso che Carlo Croccolo ha avuto una storia di tre mesi con Marilyn Monroe (dal "Giornale" di oggi), ci sentiamo di rettificare: forse è vero che tutto è possibile, e magari un giorno anche questo Pd riuscirà a conquistare il governo mentre Veltroni, come fa Croccolo con Marilyn, si lamenterà che ha la cellulite. E allora nel frattempo teniamo tutti botta.
Goffredo Bettini risponde ieri alla mia analisi di qualche giorno fa con questo articolo, che mi sembra molto rappresentativo della cultura politica prevalente nel Pci nella seconda metà degli anni ottanta. Intanto Veltroni dedica al giornale che incautamente ha ospitato le mie riflessioni sul voto queste gentili parole.
Non posso che unirmi nella segnalazione di questa videoanalisi del voto che straccia di gran lunga tutte le nostre.
Mentre in Europa si persevera nel considerare un ipotetico (e irrealizzabile) mercato perfetto tra gli operatori come condizione dello sviluppo delle infrastrutture delle telcomunicazioni (nonché degli altri tipi di reti), in Giappone, come ci racconta oggi Mucchetti sul Corriere, lo Stato è impegnato direttamente nel sostegno del progetto u-Japan. Grazie a un sistema di sussidi pubblici che consentono di compensare la bassa redditività dell'operazione, la Nippon Telegraph and Telephone (di cui peraltro lo Stato giapponese detiene più di un terzo del capitale) sta infatti investendo 31 miliardi di euro per offrire entro il 2010 la piena connettività fissa e mobile, a 100 mega al secondo e in qualsiasi luogo del paese, a tutti i cittadini che pagheranno un modesto canone (si parla di 15 euro). E così, grazie all'osservanza del logoro dogma liberista in base al quale "i governi devono restare neutrali" e "in un'economia di mercato le infrastrutture si fanno dove rendono abbastanza e chi non le ritrova a casa va loro incontro" gli azionisti avranno i loro dividendi (e i manager le loro stock options), ma l'Europa non avrà gli investimenti necessari a renderla competitiva.
Su Le Monde di oggi Daniel Vernet analizza il risultato delle elezioni italiane per scoprire che il presunto "approdo bipolare e bipartitico" tanto celebrato dai nostri commentatori è assai poco "europeo" e configura anzi una profonda anomalia sulla scena continentale. "La nuova struttura che sembra emergere è un bipartitismo senza partiti", nel quale "nessuna delle due formazioni è dotata della struttura, dell'identità e delle regole di funzionamento" tipici dei normali partiti politici. In questo quadro, "il solo vero partito sopravvissuto alle ultime elezioni è la Lega Nord", anche se sul piano elettorale "l'insediamento geografico del Pd corrisponde a quello del Partito comunista italiano negli anni settanta, e l'insediamento del Pdl corrisponde a quello della Democrazia cristiana. Il rapporto di forze globale è pressappoco lo stesso. Non ne traiamo la conclusione che la III somiglierà alla I, ma diffidiamo degli inni alla novità".
Calearo: se Berlusconi mi chiama sono pronto. Serra: Maroni ottimo ministro. Morando: il Pd non deve opporsi su Ici e salari. E noi a dire che il Pd non sfonda al centro. Era solo questione di tempo.

Non paghi dei buoni consigli dati al Pd, i nostri impareggiabili commentatori politici pare abbiano deciso di dedicarsi a quel che resta della Sinistra arcobaleno. E così stasera a otto e mezzo due esponenti di punta del brillante circolo che da tempo si prende amorevolmente cura delle sorti della sinistra italiana hanno spiegato con sussiego che la nuova maggioranza guidata da Ferrero che al CC di Rifondazione ha messo in minoranza i bertinottiani farebbe compiere a quel partito "un passo indietro" (Cazzullo), e che "un precario e un portantino non possono stare insieme" perché hanno interessi "incompatibili" (Pace). 

E' probabile che sia stata la difficile scadenza dei ballottaggi a sconsigliare finora i dirigenti del Pd dal cimentarsi con una seria analisi del voto, attestandosi coralmente sull'interpretazione consolatoria fornita da Veltroni: buon risultato del Pd, che premia il suo profilo riformista, sconfitta determinata dall'exploit della Lega, e attribuibile all'impopolarità del governo oltre che allo scarso tempo a disposizione del nuovo gruppo dirigente. In realtà proprio la delicata sfida del secondo turno amministrativo pone al Pd alcuni dilemmi che difficilmente potranno essere sciolti in assenza di una lettura adeguata di ciò che è avvenuto il 13 e 14 aprile. La scelta se aprire all'Udc e avviare a Roma una nuova fase politica in discontinuità con l'esperienza precedente o invece rivendicare orgogliosamente l'"autosufficienza" del Pd e i risultati del "modello Roma" è infatti cruciale per le sorti di Rutelli. Ed è a sua volta strettamente connessa con la definizione del tipo di opposizione che i democratici svolgeranno nella nuova legislatura, privilegiando la "vocazione maggioritaria" del Pd e il dialogo con Berlusconi (e Fini) per consolidare, magari in senso presidenzialista, il "bipartitismo coatto" uscito (parzialmente) dalle urne, oppure costruendo un asse privilegiato con Casini (ma anche con la Lega) per favorire una maggiore articolazione del sistema politico come condizione per costruire un blocco potenzialmente alternativo al centrodestra e capace di intaccarne la costituency.
Di fronte a questo bivio, un esame dei risultati elettorali appare estremamente utile, anche se è destinato a ridimensionare notevolmente l'immagine, così cara a gran pare dei commentatori, di un "nuovo bipolarismo" virtuoso ed in grado di cancellare in un solo colpo le macerie ingombranti della prima repubblica. Leggendo bene i numeri risulta infatti evidente che dalle urne è uscito un bipolarismo fortemente asimmetrico, che rischia di somigliare di più a quello che negli anni ottanta opponeva il pentapartito a un Pci isolato e identitario che a un comodo trampolino per una pronta riscossa.
Il dato più evidente che emerge è la fragilità del risultato del Pd. Non solo infatti il partito di Veltroni ha incrementato i suoi consensi rispetto al 2006 in misura esigua (più 1,9% e solo 162.000 voti in cifra assoluta, nonostante l'ingresso dei radicali), ma il suo 33,1 si fonda in parte su un afflusso di consensi indotto dal meccanismo del "voto utile". Il confronto dei risultati delle politiche con quello delle amministrative che si sono svolte negli stessi giorni appare da questo punto di vista illuminante, e consente di distinguere agevolmente tra un drenaggio di voti dalla Sinistra arcobaleno al Pd che potremmo definire "coatto" (cioè fondato unicamente sulla volontà di contribuire a sconfiggere Berlusconi) da uno di tipo "politico" (cioè basato su una maggiore capacità di attrazione del Pd).
Nella provincia di Roma ad esempio il Pd ha ottenuto il 39,1 alla Camera contro il 31,7 nel voto per il Consiglio provinciale, con una consistente flessione del 7,3 solo in minima parte attribuibile al risultato della lista civica, ed una lievissima riduzione rispetto al risultato di Ds e Margherita del 2003. Ancora più significativo il dato delle province meridionali: a Foggia il Pd ha preso il 31,1 alle politiche e il 23,1 alle provinciali, contro il 30,3 ottenuto da Ds e Margherita nel 2003, e a Vibo Valentia, Catanzaro e Benevento il dato è analogo. A Massa Carrara la distanza tra il voto politico e quello amministrativo del 2008 è invece consistente ma meno pronunciata che al Sud (dal 38,2 al 33,1), ma il raffronto con il 39,6 di Ds e Margherita alle provinciali del 2003 è notevole. Migliore appare la situazione al nord: a Varese i democratici passano dal 24,6 per la Camera a un 22,3 per la provincia che segna comunque un incremento consistente rispetto al 17% ottenuto cinque anni prima dall'Ulivo, e la stessa cosa avviene ad Asti.
Risulta dunque evidente che il 33,1 del Pd è un dato "drogato" da una quota significativa dei voti sottratti alla sinistra radicale, e che la base effettiva di consensi del partito di Veltroni supera quella dell'Ulivo al nord ma è sensibilmente inferiore al centro e soprattutto al sud. Questi caratteri del risultato del Pd rendono ancora più evidente il vero dato di novità emerso dalle urne, ossia il vero e proprio "sfondamento al centro" realizzato dal Pdl. Nonostante il buon risultato dell'Udc abbia in parte arginato questa penetrazione, essa è stata assai consistente, determinando uno spostamento del 7% tra i due blocchi che nel 2006 erano risultati alla pari (imputabile solo in parte all'astensionismo di sinistra), e consentendo a Berlusconi di recuperare "al centro" i voti ceduti a favore della Lega e della Destra con un guadagno complessivo dell'1,1.
A dispetto delle apparenze, non si tratta di uno spostamento a destra dell'elettorato ma di un sapiente spostamento al centro di Berlusconi, che è risultato evidente a chi abbia osservato con attenzione i toni e gli argomenti di una campagna elettorale in cui egli ha cercato in modo palese di ricalcare la "svolta centrista" e "popolare" della Cdu, proprio mentre il Pd si lasciava sedurre dall'impianto dell'"agenda Giavazzi" e dalla cultura di matrice azionista. Per i democratici fronteggiare questa nuova versione del berlusconismo non sarà facile, e molto dipenderà dalle scelte che verranno compiute nelle prossime settimane. Sarebbe bene che esse venissero fondate su una vera analisi del risultato elettorale, che appare necessaria quanto urgente.

(sul Riformista di oggi, col titolo - redazionale - Attento Walter hai meno voti di quel che dici)

A volte ho il dubbio di esagerare con le critiche. Poi leggo questo (notevoli in particolare, alla vigilia del ballottaggio di Roma, gli attacchi a Casini e Bertinotti) nonché, a rincarare la dose, anche quest'altro. E il dubbio passa.

Gran parte dei commenti al risultato elettorale del 13 e 14 aprile hanno enfatizzato la novità positiva della nascita di un sistema politico di tipo europeo imperniato su due grandi partiti "a vocazione maggioritaria" e fortemente semplificato. Questa analisi è apparsa finora prevalente anche nei commenti dei dirigenti del Pd, che pur riconoscendo la sconfitta hanno giudicato lusinghiero, anche se inferiore alle aspettative, il risultato del loro partito, sottolineando l'incremento di consensi ottenuto rispetto al 2006 e addebitando la vittoria di Berlusconi soprattutto all'exploit della Lega. Si tratta di una lettura che trova scarso riscontro nella realtà dei numeri. L'incremento del Pd rispetto al 2006 è infatti numericamente assai esiguo (1,9% in percentuale e solo 162.000 voti in cifra assoluta) e politicamente molto fragile. Non solo perché quel 33,1% comprende anche i radicali (che nel 2008 sono confluiti nelle liste del Pd mentre nel 2006 erano presenti in quelle della Rosa nel pugno), ma soprattutto perché risulta fortemente "drogato" dall'effetto "bipartitizzante" indotto dal combinato disposto del premio di maggioranza e della scelta di "andare da soli" (o meglio di negare l'apparentamento alla Sinistra arcobaleno e ai socialisti, concedendolo solo a Di Pietro).
Di fronte alla prospettiva, più volte abilmente evocata da Veltroni, di una "rimonta" in atto nei confronti del centrodestra, molti elettori dei partiti confluiti nella Sinistra arcobaleno hanno infatti ritenuto di dare un "voto utile" al Pd nella speranza che esso servisse a far scattare il premio di maggioranza per impedire la vittoria di Berlusconi, e l'entità di questo apporto risulta facilmente calcolabile se si analizzano i risultati delle elezioni amministrative svoltesi in concomitanza con quelle politiche in numerose province, in Sicilia e in Friuli-Venezia Giulia, dove infatti il Pd è andato molto male anche rispetto ai precedenti risultati dell'Ulivo e di Ds e Margherita.
Il Partito democratico ha dunque guadagnato a sinistra dei voti che in assenza del vincolo del "voto utile" difficilmente sarebbero arrivati, e che non possono quindi essere considerati il segno di una repentina quanto definitiva evoluzione riformista dell'elettorato della sinistra radicale. Contemporaneamente, il Pd ha subito una sensibile emorragia di consensi verso il centro dello schieramento politico, dove invece ha "sfondato" Silvio Berlusconi. Se infatti nel 2006 i partiti dell'Unione avevano ottenuto il 49,81% dei voti (contro il 49,74 del centrodestra), nel 2008 le stesse forze (per di più non apparentate) hanno raccolto circa il 42,5%, con una riduzione largamente superiore al maggior numero di astenuti e quindi imputabile solo in parte ad un "astensionismo di sinistra". Questo deflusso di consensi è stato intercettato quasi interamente dalla coalizione costruita da Silvio Berlusconi, ed ha premiato non solo la Lega ma (specialmente al Sud) anche il Popolo della libertà, che ha visto aumentare i propri voti dell'1,1% rispetto alla precedente somma di Forza Italia e An pur in presenza della scissione della Destra e di un incremento così considerevole del partito di Bossi.
Lo sfondamento al centro del Pdl, la cui entità non ha precedenti in un corpo elettorale stabile come quello italiano, è stato sicuramente favorito dalla scarsa popolarità del governo Prodi, che ha pagato in misura molto pesante un'interruzione anticipata della legislatura che ha gli impedito di cogliere i frutti del risanamento finanziario realizzato (in una misura che si è rivelata eccessivamente drastica) nel suo primo anno di vita. Ma a determinarlo hanno pesato anche altri fattori. E' probabile che la scelta di Veltroni di non difendere l'operato del governo dell'Unione e non rivendicarne i non pochi successi abbia incentivato il "rompete le righe" degli elettori di centrosinistra. Inoltre, in una campagna elettorale segnata dall'assenza di un capillare lavoro sul territorio e tutta incentrata sulla figura del leader, il profilo poco nitido della proposta programmatica ha finito con il far prevalere un messaggio di tipo identitario, che non a caso ha consolidato un blocco molto simile a quello raccoltosi intorno ai "progressisti" di Achille Occhetto nel 1994. Un risultato al quale hanno concorso con ogni probabilità da un lato la convinzione (illusoria) che ci si trovasse in un'elezione di tipo presidenzialistico, e che in quei casi l'elemento determinante sia costituito dalle qualità personali del leader; all'altro il tentativo di intercettare consensi moderati attraverso un'innovazione programmatica più ispirata al main stream liberista di marca anglosassone che al centrismo popolare di stampo continentale.
Su ciascuno di questi piani le scelte di Berlusconi sono state specularmene opposte a quelle di Veltroni. Il leader del Pdl ha infatti difeso puntigliosamente l'operato del suo precedente governo (così come d'altronde aveva fatto nel 2006), ha incentrato la sua campagna sul suo partito piuttosto che su di sé, enfatizzando allo stesso tempo il carattere "popolare" e non elitario del suo messaggio, e infine ha corretto il suo tradizionale liberismo compiendo sul piano programmatico una svolta centrista e "sociale" in parte analoga a quella realizzata dalla Cdu di Angela Merkel.
Il nuovo bipolarismo uscito dalle urne il 13 e 14 aprile è dunque tutt'altro che stabilizzato ed appare al momento fortemente squilibrato a favore del Pdl. Se per Berlusconi la strada per la costruzione di un vero partito moderato di tipo europeo resta ancora lunga e richiede di affrontare la difficile sfida del governo e quella ineludibile del rapporto con l'Udc, per il dirigenti del Pd l'obiettivo di dare vita a un grande partito riformista resta tutto da raggiungere. E imporrebbe per prima cosa una seria analisi della sconfitta, che evitasse qualsiasi tentazione autoconsolatoria.
(sul Mattino di oggi).

Il 15 febbraio scorso Claudia Mancina ha scritto questo articolo sul Riformista, sostenendo che l'appuntamento elettorale ci avrebbe consentito di verificare finalmente il differente fondamento delle due differenti analisi del paese e strategie politiche che si sono affrontate in questi quindici anni: quella dalemiana fondata sull'idea di un'alleanza strategica fra la sinistra e il centro, e quella veltroniana "in cui la sinistra, che in verità è centrosinistra, va alla ricerca di ua maggioranza e non di una alleanza al centro". Mi sembra che l'esito della verifica sia stato inequivoco.
"Veltroni: la sfida riformista ha pagato" (titolo de l'Unità).
A furia di vedere Veltroni sempre solo sul palco, in queste settimante di campagna elettorale ci era sembrato che il Pd non avesse un gruppo dirigente. Ci eravamo sbagliati. Il gruppo dirigente si è materializzato oggi, e il palco su cui abbiamo visto il nostro segretario al telegiornale era affollato come un vertice dell'Ue. Tra i tanti miracoli della nuova stagione abbiamo così assistito al sovvertimento di una regola che sembrava eterna, e oggi ad avere molti padri non è la vittoria, ma la sconfitta. Contenti loro.
Quello che voto (Pd) e perché l'ho scritto su Left Wing.
Se devo proprio dirla tutta, a me quelli che assaltano la torcia olimpica non mi piacciono, così come, con buona pace dei divi di Holliwood, non rimpiango la teocrazia feudale (e schiavistica) tibetana. I cui tutt'altro che non violenti epigoni, come giustamente ricorda oggi Sergio Romano sul "Corriere", sono impegnati in realtà in uno scontro con "una nuova classe dirigente di tibetani che stanno sfruttando i vantaggi della modernizzazione". E "non è necessario essere marxisti o anticlericali per osservare che la Cina recita in questa faccenda, sia pure con i modi intolleranti di un regime autoritario, la parte della modernità e che i monaci, come si sarebbe detto una volta, quella della reazione". Insomma, tra Richard Gere e gli uomini blu io sto con gli uomini blu.

Per la cronaca, alla fine lo stampato berlusconiano sul modello roma è arrivato. Ha 94 pagine.

Ci eravamo interrogati più volte sulle ragioni della ossessiva e monotona presenza in Tv di uno spento Fausto Bertinotti in gessato e luccicante orologio ultrapiatto, sicuramente tra le ragioni principali della prevedibile poco esaltante performance elettorale della Sinistra arcobaleno e del paradosso di un Pd che si sposta al centro ma guadagna voti a sinistra. Sul Corriere di oggi finalmente Mario D'Urso ci svela l'arcano: a strappare voti preziosi alla destra ci pensa Fausto, perché "tante principesse lo guardano in televisione con passione".
Date retta a me: al Comune di Roma votate Umberto Marroni.
Molto giuste le considerazioni di Salvatore Biasco sulla questione dazi, su cui occorre evitare schematismi e ideologie. Magari ricordando che la liberalizzazione commerciale che nel secondo dopoguerra svolse un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell'economia italiana ed europea è stato un processo governato (su base multilaterale) in modo fortemente selettivo dalla politica, che proprio per questo suo essere assai poco liberista ha favorito un significativo mutamento della collocazione internazionale dell'economia italiana e del suo livello di specializzazione produttiva.

Il primo consiglio dei ministri a Napoli, dice Berlusconi; il secondo allora a Malpensa, aggiunge la Lega. Non poteva mancare, in questa deriva localista che più di ogni altra cosa costituisce il cuore della crisi del paese, il governo itinerante, che ci riporta a prima della nascita dello stato moderno.

A proposito di complotti:  non mi chiamate per fare volantinaggio, non mi buchettate nemmeno uno straccio di santino, non mi spedite le lettere di Silvio e Goffredo, allora io per farmi abbordare me ne vado a piedi fino a Feltrinelli a Piazza Argentina con la scusa di comprare un libro (che naturalmente non trovo), e lungo il tragitto non vi fate vedere. Finché finalmente, giunto alla meta, vedo un po' di movimento, mi avvicino fiducioso e scopro che è il solito gazebo dei radicali, che distribuisce ai perplessi passanti dei volantini col simbolo della lista Bonino, evidentemente presente al Comune. Cari partiti della terza repubblica, se ce l'avete con me allora ditelo.

A poco più di una settimana dal voto è possibile trarre un primo bilancio di questa fulminea e inconsueta campagna elettorale. Non per prevederne l'esito che resta aperto (visto l'alto numero degli indecisi), ma per cercare di capire in che misura le novità che hanno investito il sistema politico abbiano trasformato la competizione tra i partiti. Il dato che colpisce maggiormente è la presenza di un duplice paradosso. Sia il Pd che il Pdl hanno inteso compiere sul terreno programmatico una svolta al centro. Il cuore del discorso del Lingotto di Veltroni è stato il passaggio, in materia di tasse, dal tradizionale "pagare tutti per pagare meno" al "pagare meno per pagare tutti", e in coerenza con questo impianto Vincenzo Visco non è stato ricandidato mentre uno dei suoi più feroci critici, Massimo Calearo, è capolista del Pd in Veneto. Dal canto suo, Berlusconi ha annunciato la fine dei condoni e ha riscoperto l'importanza dell'intervento pubblico preannunciando tempi duri e ammonendo sull'impossibilità di fare miracoli. Ciascuno dei due leader ha scelto insomma di enfatizzare temi ritenuti funzionali ad intercettare voti moderati al di fuori dei rispettivi bacini tradizionali, adeguando ad essi anche i propri toni.
Se però dal piano programmatico ci si sposta a quello politico-elettorale, di questo duplice "sfondamento al centro" restano poche tracce. Per quanto riguarda il Partito democratico, dai sondaggi risulta evidente che l'incremento di voti rispetto al 2006 avviene a spese della Sinistra arcobaleno. Il paradosso del Pd appare così quello di un partito che sul terreno programmatico si è spostato al centro mentre su quello elettorale si è spostato a sinistra, che ha abbandonato l'antiberlusconismo ma che intercetta consensi nuovi soprattutto da chi sceglie di votarlo presumibilmente più per evitare un successo di Berlusconi che perché ne condivida il programma o apprezzi candidature come quelle di Calearo e di Ichino.
Il processo in atto nel centro-destra è di natura differente ma altrettanto paradossale. Gli ultimi sondaggi disponibili lasciano immaginare una certa (anche se modesta) capacità del Pdl di attingere al di fuori dell'elettorato tradizionale di Forza Italia e An, presumibilmente "pescando" sia nel bacino dell'Udc sia tra gli elettori dell'Unione e compensando così l'inevitabile spostamento di una parte (minoritaria) dei voti di An verso la Destra. Inoltre, se Berlusconi otterrà la maggioranza nelle due Camere ciò sarà avvenuto grazie al voto determinante del Mezzogiorno, che nel 2006 fu decisivo per il successo di Prodi. In questo caso il paradosso è tutto politico. La scelta di un profilo più moderato avviene infatti nel quadro di una rottura politica con l'Udc (il che non rappresenta solo una contraddizione ma costituisce un ostacolo alla capacità di espansione al centro del Pdl) e di un assetto della coalizione che affiderà un ruolo determinante alla Lega. Con il risultato che i nuovi elettori moderati meridionali che sceglieranno il Popolo della libertà renderanno possibile la nascita di un esecutivo assai più spostato a destra e più "nordista" dei precedenti governi Berlusconi.
La vera ragione del carattere fiacco e poco appassionante della campagna elettorale risiede in questo suo carattere poco "centrato", che rivela una scarsa coerenza tra la dimensione politica, quella programmatica e quella elettorale. Tale scollamento è riconducibile in gran parte agli effetti perversi della legge elettorale. L'effetto positivo determinato dalla minore dimensione delle coalizioni viene infatti ampiamente compensato in negativo da una duplice possibilità offerta dal premio di maggioranza. Da un lato, quella di fare leva sulla sua ampiezza (e quindi sul ricatto del "voto utile") per mettere di fronte all'aut-aut annessione-irrilevanza proprio le forze politicamente più affini. Dall'altro, la possibilità di "pescare" in un elettorato diverso da quello verso cui è rivolta la propria proposta politico-programmatica. Per di più, poiché i processi politici non possono essere surrogati dall'utilizzo dei meccanismi elettorali, entrambe le operazioni alla lunga rivelano una intima fragilità. Non a caso, Berlusconi ha cominciato a mandare segnali a Casini, mentre la campagna elettorale di Veltroni negli ultimi giorni ha assunto toni più tradizionalmente di sinistra.
Il secondo effetto perverso riguarda la torsione presidenzialistica di una legge che prevede l'indicazione del Premier sulla scheda e non consente ai cittadini di scegliere i parlamentari. Il risultato è quello di svuotare la funzione dei partiti e il ruolo dei candidati, spostando tutta l'attenzione sui leader e rendendo assai più difficile, a dispetto di una libertà di manovra solo apparente, uscire dal confine dei rispettivi blocchi politico-elettorali di riferimento. Quest'ultima è infatti un'operazione assai complessa, che richiede un paziente lavoro sul territorio e la presenza di una classe politica diffusa adeguata al compito, e non può essere surrogata dalle doti comunicative di un leader o dall'"investitura" di singoli esponenti dei diversi mondi che si intende "conquistare".
Entrambi gli effetti perversi che abbiamo individuato rimandano in ultima analisi ad un deficit di rappresentanza. D'altronde, quello di ricostruire i circuiti della rappresentanza è proprio il problema principale di un paese lacerato come il nostro. Esso richiederebbe la costruzione di partiti veri di tipo europeo. Ma finché ci sarà una legge elettorale che disincentiva tale risultato, dovremo accontentarci di campagne elettorali come questa.
(sul Mattino di oggi)

Devo sicuramete essermi sbagliato. D'altronde ero impegnato a correggere tesi, ma giuro di aver sentito con le mie orecchie dalla Tv accesa nell'altra stanza su Anno Zero Franceschini dire, credo in risposta a Beppe Grillo che denunciava il loro illogico e inutile girovagare per l'Europa, che le patatine Pai dovrebbero andare in treno invece che in Tir. E non ho potuto fare a meno di pensare che siamo passati dal potere dei soviet più l'elettrificazione alle patatine su ferro.

L'ora legale deve avere fatto brutti scherzi e il Pd ha iniziato con un certo anticipo il dibattito sul dopovoto.

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