Marzo 2008 Archives
Giornalista: "C'é un filo che unisce l'esperienza di oggi con l'impegno politico di un tempo?"
Intervistato: "La nostra militanza continua oggi valorizzando ciò che migliora la qualità della vita degli esseri umani. Il piacere del bello, del buono, il gusto fa parte di questo".
Dopo aver letto il libro di Miguel Gotor mi ero chiesto che fine avesse fatto Enrico Fenzi, raffinato filologo ai vertici delle Br tra il 1978 e il 1981, le cui qualità potrebbero esser state utili alla sofisticata opera di denigrazione di Aldo Moro attraverso la manipolazione dei suoi scritti efficacemente ricostruita nel volume. Dovevo immaginare che, poiché non fa il giornalista di vaglia, Fenzi doveva essersi almeno dato allo "Slow food", aprendo con la sua compagna un'elegante trattoria a Genova, inaugurata lo scorso anno dalla crème dell'intellighentia genovese con in testa Fabio Fazio.
L'acquisto di Land Rover e Jaguar da parte dell'indiana Tata e l'inaspettato aumento in Germania e in Francia dell'indice che registra la fiducia degli imprenditori (che raggiunge il livello più alto da molti mesi a questa parte in barba alla crisi delle banche e alla recessione negli Stati Uniti) dovrebbero essere due eventi sufficientemente clamorosi per convincere chi si ostina a guardare all'economia globale con gli occhiali del decennio passato che forse il mondo sta cambiando. Noi di evento ne vogliamo però segnalare un altro, che in Italia rischia di passare sotto silenzio e che invece ci sembra particolarmente emblematico della drammatica inadeguatezza di alcune delle principali categorie che hanno infestato per anni il discorso pubblico del nostro paese - e della sinistra - impedendo di cogliere i macroscopici fenomeni in atto sotto i nostri occhi. Che dire infatti della notizia, riportata oggi dalla stampa tedesca, secondo cui i dati rivelano che è in atto in Germania, nonostante l'euro forte, un boom senza precedenti dell'occupazione (50.000 nuovi posti di lavoro nell'ultimo anno, 10.000 solo nel 2008) nell'industria siderurgica e in quella meccanica ? Non ci avevano spiegato che si trattava di industrie "vecchie" destinate a declinare inesorabilmente di fronte all'avvento dell'"economia della conoscenza", alla "fine del lavoro", alla "società del tempo libero", al "postfordismo" e al "postmoderno"? Non ci avevano detto che per essere moderni dovevamo svendere la Terni e chiudere Bagnoli per fare agriturismi e parchi della conoscenza? E il bello è che continuano pure a farci la lezione.
Per il Financial Times di oggi le bizzarre liste proposte agli elettori dai partiti italiani, con le loro "facce nuove controverse, seduttive, eroiche, di successo e persino, contro-intuitivamente, prive di esperienza e di successo" hanno lo scopo di "dare un'illusione di scelta" ai cittadini "mantenendo in realtà il vecchio ordine". Le Monde, sempre oggi, sottolinea l'abbandono di Napoli e la strumentalizzazione della tragedia dei rifiuti da parte dei diversi schieramenti. Per parte sua, la Frankfurter Allgemeine Zeitung il 18 ha ospitato un'ampia analisi di Wolfgang Schieder (uno dei più importanti storici tredeschi), secondo cui il principale problema del paese è "l'assenza di partiti veri". Le cause profonde di questa situazione andrebbero ricercate nel modo in cui "Giolitti, per paura dell'ascesa dei partiti di massa [...] impedì la costruzione di un 'konstitutionelles Parteienstaates'" (espressione non a caso assente dal nostro lessico). La presenza di due grandi partiti degni di questo nome - la Dc e il Pci - si ebbe successivamente solo grazie alla pressione della guerra fredda, ma quell'epoca è finita e ora "ciò che in Italia manca sono partiti organizzati, dotati di programmmi e di una processo decisionale interno democratico", e capaci quindi di selezionare democraticamente i loro gruppi dirigenti e le loro candidature. Il risultato è una campagna elettorale impostata sulle persone e non sui partiti, e quindi intrinsecamente oligarchica. Ci sarebbero molti validi argomenti con cui replicare a queste ingenerose rappresentazioni della nostra politica. Ma in questo momento non ci vengono in mente.
Da non perdere la magistrale edizione einaudiana delle lettere dalla prigionia di Aldo Moro curata da Miguel Gotor con la maestria del filologo di razza. Dalla collatio dei testi escono molte cose nuove e importanti: da un lato colpisce la finora sottovalutata (quando non misconosciuta) capacità con cui le Br manipolarono gli scritti del prigioniero inviando solo una parte delle lettere da lui redatte, rendendone pubbliche alcune a sua insaputa, costringendolo spesso a riscriverle per inserire pensieri non suoi (esemplare ad esempio la scelta di rendere pubblica la celebre lettera a Cossiga vanificando la proposta di trattativa in essa prefigurata, così come il mancato recapito di una seconda lettera a Cossiga in cui Moro si lamentava della pubblicità data alla sua precedente missiva attribuendola erroneamente allo Stato invece che alle Br); dall'altro lato commuovono gli strenui sforzi di Moro per mettere in guardia da queste manipolazioni disseminando i testi di studiati errori difficilmente riconoscibili dai suoi carcerieri e di messaggi in codice. E ancora: le due trattative segrete giunte quasi a termine ("la fermezza pubblica e la trattativa segreta sono l'unica condizione possibile dell'esercizio del potere in una situazione di eccezionale emergenza, quando l'autorità centrale è fragile, priva di fiducia reciproca e luogo di un'endemica lotta frazionaria"), la controversa sorte degli scritti: temi sui quali Gotor formula ipotesi stimolanti che dovranno essere verificate ma che mettono in evidenza i limiti e l'inutilità del filone dietrologico come pure l'inadeguatezza della verità giudiziaria e della sua difesa in blocco da parte di Vladimoro Satta (da me finora considerata convincente), rilanciando in parte la tesi del "doppio ostaggio" di Giovanni Pellegrino. E infine, il ritratto spietato ma drammaticamente fedele di una generazione che non è stata all'altezza di quelle che l'avevano preceduta, e che ancora oggi è lì impegnata in prima fila a giocare sulla pelle dell'Italia: "Allora ragazzi, oggi con i capelli imbiancati e i corpi appesantiti dal trascorere del tempo e delle occasioni. Ma sempre scaltri, intelligenti, cinici, ideologici, narcisi, camerateschi, capaci di cogliere gli estremi delle due posizioni in campo, descriverli con efficacia e poi navigarci in mezzo sicuri del loro mestiere, padroni del proprio disincanto, maestri nel soffiare a fasi alterne sul fuoco dell'antipolitica dei partiti, l'ultima traccia dell'extraparlamentarismo di una fuggita gioventù"...
Confermando la celebre massima di Walter Bagehot ("ogni banchiere sa che se deve provare di essere meritevole di credito, per quanto buoni possano essere i suoi argomenti il suo credito è finito"), dopo le rassicurazioni al mercato del chief excutive di Bear Sterans è puntualmente arrivata una devastante crisi di liquidità che ha costretto la Fed ad un salvataggio abusivo (visto che la banca non rientra nella tipologia di istituti a cui spetterebbero i meccanismi di protezione introdotti 75 anni fa da Roosevelt) che ne ha scaricato il costo sul già provato dollaro e sui contribuenti. Mentre ancora piangiamo con sincera commozione il tracollo del fondo Carlyle (uno dei protagonisti delle famigerate cartolarizzazioni italiane), ci limitiamo a riportare la definizione che di Bear Stearns dà oggi il New York Times: "l'emblema del sistema finanziario cresciuto negli ultimi vent'anni, che ha ampiamente marginalizzato il modo tradizionale di fare banca consentendo ai mutuanti di evadere gran parte dell'impianto regolatorio edificato durante l'amministrazione Roosevelt". Si conferma ogni giorno di più che la crisi riguarda la sostanza dei meccanismi finanziari (costruiti da Greenspan) che sono stati alla base di questa prima fase - ormai giunta al capolinea - della globalizzazione, e la cui funzione fondamentale è stata quella di consentire agli Stati Uniti di vivere al di sopra dei propri mezzi attraverso una "creazione di debiti a mezzo di debiti". Dei debiti che ora nessuno è più disposto a farsi rifilare.
Certo un paese in cui se non si è liberisti si è definiti tremontisti di sinistra è un paese ben scombinato. Sarebbe bello poter dire che è tutta colpa dei giornali. Ma la tragedia è che non è vero.
Andatevi a vedere sei Berlin: il sontuoso portale lautamente finanziato dall'amministrazione cittadina in preparazione del ventennale della caduta del muro e inaugurato stamattina, che racoglie racconti di vita berlinese dei cittadini (splendidamente organizzati per quartiere o per tema) e rimanda ai rispettivi blog. E le case costano pure poco.
Per chi avesse la fortuna di passare per Rio de Janeiro, sono in scena da ieri al Canecão (fino al 16) M aria Bethânia e Omara Portuondo, che presentano il disco inciso insieme per la Biscoito Fino della inesauribile Olivia Hime. Tutti gli altri possono alscoltare la splendida "Talvez" e, talvez, lenire il magone del dopo Tg.
Dice bene Beppe Vacca: in questi momenti bisogna saper storicizzare, ed io allora "entro nelle antique corti degli antiqui huomini", e spigolando il mio Hegel, il mio Marx, il mio Croce e il mio Gramsci "mi pasco di quel cibo, che solum è mio", per capire e giudicare. Ma poi l'occhio torna impietosamente sulle liste, e allora non c'è storicizzazione che tenga: bisogna ricorrere al Pagode da Tia Doca (ad esempio Fora de Ocasião.mp3). Possibilmente a volume molto alto.

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