babele

Marzo 2008 Archives

Ad un primo sguardo (profano), il piano appena presentato al Congresso dal segretario al tesoro Paulson per un nuovo modello di regolazione delle banche d'affari appare largamente insufficiente. Le banche vengono infatti sottoposte alla vigilanza della Fed, dalla quale erano incomprensibilmente rimaste escluse dopo l'abolizione nel 1999 (in piena Clinton era, ahimé...) del Glass-Steagall act di rooseveltiana memoria, che aveva tenuto separate per oltre sessant'anni le banche commerciali da quelle di investimento con grande profitto per la stabilità ed il benessere del pianeta. Dal piano mancano però quei vincoli più stringenti all'attività delle banche d'affari chiesti dal Congersso per limitare il ricorso spregiudicato alla finanza creativa attraverso la cartolarizzazione selvaggia. D'altronde Paulson è l'ex capo di Goldman Sachs e sarebbe difficile aspettarsi di più. Bisogna ammettere che su questi temi dopo un iniziale silenzio Obama ha preso una posizione apprezzabile nel discorso sull'economia del 27 (decisamente migliore di quello in cui ha detto di volersi ispirare in politica estera a Reagan e Bush senior). Intanto in Italia i giornali sembrano finalmente essersi accorti che non siamo più negli anni novanta e che il liberismo è un tantino in crisi in tutto il mondo, ma per il momento, con poche meritevoli eccezioni, ci propinano surreali riedizioni del dibattito tra protezionisti e liberoscambisti dell'età giolittiana.

Giornalista: "C'é un filo che unisce l'esperienza di oggi con l'impegno politico di un tempo?"

Intervistato: "La nostra militanza continua oggi valorizzando ciò che migliora la qualità della vita degli esseri umani. Il piacere del bello, del buono, il gusto fa parte di questo".

Dopo aver letto il libro di Miguel Gotor mi ero chiesto che fine avesse fatto Enrico Fenzi, raffinato filologo ai vertici delle Br tra il 1978 e il 1981, le cui qualità potrebbero esser state utili alla sofisticata opera di denigrazione di Aldo Moro attraverso la manipolazione dei suoi scritti efficacemente ricostruita nel volume. Dovevo immaginare che, poiché non fa il giornalista di vaglia, Fenzi doveva essersi almeno dato allo "Slow food", aprendo con la sua compagna un'elegante trattoria a Genova, inaugurata lo scorso anno dalla crème dell'intellighentia genovese con in testa Fabio Fazio.

Condivido i giudizi indulgenti di Squonk e Orfini sul villagepeopolesco I'm PD ritirato da youtube (in realtà sta ancora lì). Indulgenza che si è tramutata in struggente rimpanto dopo aver visto questo.

L'acquisto di Land Rover e Jaguar da parte dell'indiana Tata e l'inaspettato aumento in Germania e in Francia dell'indice che registra la fiducia degli imprenditori (che raggiunge il livello più alto da molti mesi a questa parte in barba alla crisi delle banche e alla recessione negli Stati Uniti) dovrebbero essere due eventi sufficientemente clamorosi per convincere chi si ostina a guardare all'economia globale con gli occhiali del decennio passato che forse il mondo sta cambiando. Noi di evento ne vogliamo però segnalare un altro, che in Italia rischia di passare sotto silenzio e che invece ci sembra particolarmente emblematico della drammatica inadeguatezza di alcune delle principali categorie che hanno infestato per anni il discorso pubblico del nostro paese - e della sinistra - impedendo di cogliere i macroscopici fenomeni in atto sotto i nostri occhi. Che dire infatti della notizia, riportata oggi dalla stampa tedesca, secondo cui i dati rivelano che è in atto in Germania, nonostante l'euro forte, un boom senza precedenti dell'occupazione (50.000 nuovi posti di lavoro nell'ultimo anno, 10.000 solo nel 2008) nell'industria siderurgica e in quella meccanica ? Non ci avevano spiegato che si trattava di industrie "vecchie" destinate a declinare inesorabilmente di fronte all'avvento dell'"economia della conoscenza", alla "fine del lavoro", alla "società del tempo libero", al "postfordismo" e al "postmoderno"? Non ci avevano detto che per essere moderni dovevamo svendere la Terni e chiudere Bagnoli per fare agriturismi e parchi della conoscenza? E il bello è che continuano pure a farci la lezione.

Se il mio post non è stato sufficiente a convincervi che bisogna leggere il libro di Gotor su Moro leggete l'editoriale di Cundari su Left Wing.
Sul NYT di oggi Krugman critica il silenzio sospetto di Obama e Clinton sullo scontro tra Congresso e Casa Bianca che ha per oggetto la regolamentazione delle banche d'affari di Wall Street come contropartita per il sostegno pubblico di fronte alla loro crisi. D'altronde, quelle banche hanno provveduto a finanziarli abbondantemente entrambi, ed è probabile che anche se vinceranno i democratici la dialettica tra Congresso e Presidente non cambierà di molto (a proposito delle presunte virtù del presidenzialismo). Dallo stesso giornale apprendiamo che nel 2007 l'industria della finanza ha erogato quasi un terzo dei redditi dei newyorkesi, mentre la percentuale degli occupati nel settore costituisce l'11 per cento della forza lavoro della città oltre ad alimentare un indotto tre volte superiore. E dopo l'inatteso collasso di Bear Stearnes, i primi indicatori empirici (compravendita case, pasti consumati nei ristoranti ecc.) segnalano una situazione di grande nervosismo e incertezza sul futuro della città.
Nella quiete faticosamente conquistata di una difficile digestione pasquale concedersi la agognata partita a Othello sul notebook nuovo di zecca e scoprire con sgomento che tutto il dileggio riservato per anni al Club di Roma e al discorso sui "limiti del progresso" forse era esagerato, dato che poi su Vista Othello non c'è più. E cosa ne sarà ora della ricerca sulla superiorità degli intermedi giapponesi nei confronti degli esperti europei? Non vorrete mica farci passare le serate guardando la campagna elettorale a Ballarò?

Per il Financial Times di oggi le bizzarre liste proposte agli elettori dai partiti italiani, con le loro "facce nuove controverse, seduttive, eroiche, di successo e persino, contro-intuitivamente, prive di esperienza e di successo" hanno lo scopo di "dare un'illusione di scelta" ai cittadini "mantenendo in realtà il vecchio ordine". Le Monde, sempre oggi, sottolinea l'abbandono di Napoli e la strumentalizzazione della tragedia dei rifiuti da parte dei diversi schieramenti. Per parte sua, la Frankfurter Allgemeine Zeitung il 18 ha ospitato un'ampia analisi di Wolfgang Schieder (uno dei più importanti storici tredeschi), secondo cui il principale problema del paese è "l'assenza di partiti veri". Le cause profonde di questa situazione andrebbero ricercate nel modo in cui "Giolitti, per paura dell'ascesa dei partiti di massa [...] impedì la costruzione di un 'konstitutionelles Parteienstaates'" (espressione non a caso assente dal nostro lessico). La presenza di due grandi partiti degni di questo nome - la Dc e il Pci - si ebbe successivamente solo grazie alla pressione della guerra fredda, ma quell'epoca è finita e ora "ciò che in Italia manca sono partiti organizzati, dotati di programmmi e di una processo decisionale interno democratico", e capaci quindi di selezionare democraticamente i loro gruppi dirigenti e le loro candidature. Il risultato è una campagna elettorale impostata sulle persone e non sui partiti, e quindi intrinsecamente oligarchica. Ci sarebbero molti validi argomenti con cui replicare a queste ingenerose rappresentazioni della nostra politica. Ma in questo momento non ci vengono in mente.

Difficile descrivere gli effetti di questa legge elettorale e del leaderismo senza partiti da essa incentivato meglio di come abbia fatto Giuseppe De Rita sul Corriere di oggi. Se si vuole uscire dal recinto del nostro blocco sociale tradizionale, sarebbe forse meglio tentare di cambiare il registro della campagna elettorale del Pd per sfuggire dalle pastoie di uno schema presidenzialistico perversamente indotto dal Porcellum ed inadatto a scalfire gli equilibri consolidati di un paese come l'Italia. Non a caso avevamo deciso di fondare un "partito nuovo". Usiamolo.

Da non perdere la magistrale edizione einaudiana delle lettere dalla prigionia di Aldo Moro curata da Miguel Gotor con la maestria del filologo di razza. Dalla collatio dei testi escono molte cose nuove e importanti: da un lato colpisce la finora sottovalutata (quando non misconosciuta) capacità con cui le Br manipolarono gli scritti del prigioniero inviando solo una parte delle lettere da lui redatte, rendendone pubbliche alcune a sua insaputa, costringendolo spesso a riscriverle per inserire pensieri non suoi (esemplare ad esempio la scelta di rendere pubblica la celebre lettera a Cossiga vanificando la proposta di trattativa in essa prefigurata, così come il mancato recapito di una seconda lettera a Cossiga in cui Moro si lamentava della pubblicità data alla sua precedente missiva attribuendola erroneamente allo Stato invece che alle Br); dall'altro lato commuovono gli strenui sforzi di Moro per mettere in guardia da queste manipolazioni disseminando i testi di studiati errori difficilmente riconoscibili dai suoi carcerieri e di messaggi in codice. E ancora: le due trattative segrete giunte quasi a termine ("la fermezza pubblica e la trattativa segreta sono l'unica condizione possibile dell'esercizio del potere in una situazione di eccezionale emergenza, quando l'autorità centrale è fragile, priva di fiducia reciproca e luogo di un'endemica lotta frazionaria"), la controversa sorte degli scritti: temi sui quali Gotor formula ipotesi stimolanti che dovranno essere verificate ma che mettono in evidenza i limiti e l'inutilità del filone dietrologico come pure l'inadeguatezza della verità giudiziaria e della sua difesa in blocco da parte di Vladimoro Satta (da me finora considerata convincente), rilanciando in parte la tesi del "doppio ostaggio" di Giovanni Pellegrino. E infine, il ritratto spietato ma drammaticamente fedele di una generazione che non è stata all'altezza di quelle che l'avevano preceduta, e che ancora oggi è lì impegnata in prima fila a giocare sulla pelle dell'Italia: "Allora ragazzi, oggi con i capelli imbiancati e i corpi appesantiti dal trascorere del tempo e delle occasioni. Ma sempre scaltri, intelligenti, cinici, ideologici, narcisi, camerateschi, capaci di cogliere gli estremi delle due posizioni in campo, descriverli con efficacia e poi navigarci in mezzo sicuri del loro mestiere, padroni del proprio disincanto, maestri nel soffiare a fasi alterne sul fuoco dell'antipolitica dei partiti, l'ultima traccia dell'extraparlamentarismo di una fuggita gioventù"...

Il momento è cruciale. Il paese è a un bivio. Bisogna scendere in campo. Per questo giovedì 20 marzo toglierò la chitarra dal chiodo e suonerò come ospite in una session del concerto di "Sandra del Maro e gli Ho-ba-la-là Trio" (bossa nova e samba jazz), al Zèn.0, via santamaura 60, tel. 0639750827. Perché il paese si merita una musica migliore.
Fa sempre piacere svegliarsi una domenica mattina e scoprire che nottetempo i ladri ti hanno rubato il notebook senza neanche lasciarti il tempo di scrivere il tuo post.

Confermando la celebre massima di Walter Bagehot ("ogni banchiere sa che se deve provare di essere meritevole di credito, per quanto buoni possano essere i suoi argomenti il suo credito è finito"), dopo le rassicurazioni al mercato del chief excutive di Bear Sterans è puntualmente arrivata una devastante crisi di liquidità che ha costretto la Fed ad un salvataggio abusivo (visto che la banca non rientra nella tipologia di istituti a cui spetterebbero i meccanismi di protezione introdotti 75 anni fa da Roosevelt) che ne ha scaricato il costo sul già provato dollaro e sui contribuenti. Mentre ancora piangiamo con sincera commozione il tracollo del fondo Carlyle (uno dei protagonisti delle famigerate cartolarizzazioni italiane), ci limitiamo a riportare la definizione che di Bear Stearns dà oggi il New York Times: "l'emblema del sistema finanziario cresciuto negli ultimi vent'anni, che ha ampiamente marginalizzato il modo tradizionale di fare banca consentendo ai mutuanti di evadere gran parte dell'impianto regolatorio edificato durante l'amministrazione Roosevelt". Si conferma ogni giorno di più che la crisi riguarda la sostanza dei meccanismi finanziari (costruiti da Greenspan) che sono stati alla base di questa prima fase - ormai giunta al capolinea - della globalizzazione, e la cui funzione fondamentale è stata quella di consentire agli Stati Uniti di vivere al di sopra dei propri mezzi attraverso una "creazione di debiti a mezzo di debiti". Dei debiti che ora nessuno è più disposto a farsi rifilare.

Al convegno di Italianieuropei sulla socialdemocrazia analisi severe sulle politiche della "terza via". A volte forse ingenerose, ma è evidente che una fase si è chiusa (in Italia non è nemmeno mai iniziata). Il federalismo di Stefan Collignon può apparire utopistico - a cena ci siamo un po' scontrati su questo - ma lui ha indubbiamente ragione nel ricordare che mentre le riforme del mercato del lavoro intraprese dopo Lisbona hanno aumentato l'occupazione, non si è riusciti a incrementare la produttività, innanzitutto per un deficit di domanda e quindi di investimenti. Certo, quando si fa il confronto con il più alto tasso di consumo degli Usa non si dovrebbe mai dimenticare che gli americani quei consumi li hanno potuti fare a debito facendo leva sull'-ormai declinante-potere di signoraggio del dollaro e sulla tenuta dell'asse con la Cina. Ma Collignon ha ragione da vendere nel ricordare che a fianco della (sacrosanta) politica monetaria prudente della Bce, urge una politica economica dell'Unione in grado di dare impulso alla domanda e agli investimenti. Tutti temi come è noto centrali nella campagna elettorale italiana.
L'accordo franco-tedesco che, grazie all'impegno di Angela Merkel, ha trasformato l'originale progetto di Sarkozy di Unione mediterranea in un ambizioso sviluppo del processo di Barcellona (l'Unione per il Mediterraneo), e che tra poche ore verrà sottoposto al Consiglio europeo di Bruxelles meriterebbe, tra un Ciarrapico e un altro, un po' più di attenzione in casa nostra. Se inglesi e scandinavi non metteranno i bastoni tra le ruote, la decisione di assegnare una inedita centralità al Mediterraneo nella politica dell'intera l'Unione europea potrebbe avere una rilevanza storica ed offrire grosse opportunità per il nostro paese. Almeno cerchiamo di esserne consapevoli.

Certo un paese in cui se non si è liberisti si è definiti tremontisti di sinistra è un paese ben scombinato. Sarebbe bello poter dire che è tutta colpa dei giornali. Ma la tragedia è che non è vero. 

Dal coro maramaldo che ha accolto la presentazione del nuovo piano strategico di Telecom e il suo difficile impatto in Borsa si distingue Angelo De Mattia su l'Unità, che ricorda la pesante eredità della gestione Tronchetti, saluta il passaggio dall'ossessione per le strategie finanziarie alla definizione di una strategia industriale e, anche alla luce dell'inequivoco segnale che viene dalle mosse di Sarkozy su Sogen, di Merkel sui fondi sovrani e di Brown su Northern Rock domanda: "sussiste una responsabilità nazionale che si deve dar carico di un settore vitale, pur senza ledere la libertà di impresa?". Per concludere che su Telecom aveva ragione il bistrattatissimo governo Prodi. E non solo su Telecom, aggiungiamo noi.

Andatevi a vedere sei Berlin: il sontuoso portale lautamente finanziato dall'amministrazione cittadina in preparazione del ventennale della caduta del muro e inaugurato stamattina, che racoglie racconti di vita berlinese dei cittadini (splendidamente organizzati per quartiere o per tema) e rimanda ai rispettivi blog. E le case costano pure poco.

Nel suo monumentale Postwar. A History of Europe since 1945, ora tradotto da Mondadori, Tony Judt nota come la classe dirigente di straordinaria levatura che nel dopoguerra edificò la prosperità dell'Europa fosse composta da uomini anziani: nel 1945 Adenauer aveva 69 anni (e avrebbe governato fino al 1963...), Attlee 62, De Gasperi 64, Beveridge ed Einaudi 71. Togliatti, con i suoi 52 anni costituì "un'eccezione [...] alla qualità in generale piuttosto mediocre dei politici più giovani" (anche grazie al fatto che "aveva trascorso i venti anni precedenti a Mosca come funzionario politico"), mentre De Gaulle, nato nel 1890, nel 1946 si ritirò per tornare al governo solo nel 1958, all'età di 68 anni. D'altronde, visti i risultati del periodo precedente, quando "la moda del nuovo e del moderno aveva dominato" e al potere erano giunti giovani leader nel pieno del loro vigore (Hitler a 43 anni, Mussolini a 39), non deve sorprende che "l'ottuso compromesso della democrazia costituzionale" assunse nuovo fascino spingendo gli europei ad affidarsi a statisti sperimentati. Che si rivelarono all'altezza del compito e a loro volta formarono la classe dirigente che resse l'Europa per il successivo quarantennio.

Per chi avesse la fortuna di passare per Rio de Janeiro, sono in scena da ieri al Canecão (fino al 16) M aria Bethânia e Omara Portuondo, che presentano il disco inciso insieme per la Biscoito Fino della inesauribile Olivia Hime. Tutti gli altri possono alscoltare la splendida "Talvez" e, talvez, lenire il magone del dopo Tg.

Per l'editoriale del New York Times di oggi "it is increasingly apparent that Israel cannot be at war with some Palestinians and try to make peace with the rest". E per i giornali italiani?
Intanto, mentre ferve <?> una campagna elettorale incentrata sulla riduzione delle tasse, lo spread Btp-Bund raggiunge i 72 punti.
Per quanto stasera a Anno Zero si è visto un Tremonti piuttosto consapevole (sia pure da destra) del nuovo scenario dell'economia mondiale. Sarà bene che il Pd si dia una mossa ed aggiorni in fretta le proprie categorie.
Sulla Stampa di oggi bella intervista a Stiglitz sui costi della guerra in Irak, che mette bene in evidenza lo stretto nesso tra la recessione in Usa e l'esigenza di finanziare a debito il conflitto contestualmente alla riduzione delle tasse. Il che da un lato ha costretto la Fed a sommergere l'economia di liquidità ponendo le premesse per la cosiddetta crisi dei mutui (in realtà delle banche), e dall'altro non ha avuto alcun effetto di stimolo per l'economia americana riducendo gli investimenti pubblici e la spesa per il welfare. Chi ritenesse esagerata la stima di Stiglizt (3000 miliardi di dollari), si vada a vedere i risultati del Joint Economic Committee del Congresso americano che ha dedicato una sessione apposita al tema fornendo una stima prudenziale di 2000 miliardi di dollari che smentisce clamorosamente quanti fin qui parlavano di un ordine di grandezza di qualche centinaio di miliardi. Sul tema si può leggere anche l'editoriale di Bob Herbert sul New York Times dell'altroieri, e soprattutto  l'eccellente articolo di Carlo Derrico su Left Wing del 2 gennaio. Chi poi venisse sopraffatto dall'angoscia per questi tempi nuovi e difficili, si può sempre consolare con un nostalgico ritorno ai ruggenti anni novanta: il film di Boldi e De Sica (Anni novanta) è agevolmente scaricabile su Emule. I più tecnologicamente arretrati possono accontentarsi della campagna elettorale italiana (cfr. a proposito il Modello Calearo raccontato da Cundari su Left Wing).

Dice bene Beppe Vacca: in questi momenti bisogna saper storicizzare, ed io allora "entro nelle antique corti degli antiqui huomini", e spigolando il mio Hegel, il mio Marx, il mio Croce e il mio Gramsci "mi pasco di quel cibo, che solum è mio", per capire e giudicare. Ma poi l'occhio torna impietosamente sulle liste, e allora non c'è storicizzazione che tenga: bisogna ricorrere al Pagode da Tia Doca (ad esempio Fora de Ocasião.mp3). Possibilmente a volume molto alto.

Tanto per dire come è andata a finire, ieri il Parteirat dell'Spd ha poi deciso di togliere il veto ad una cooperazione con la Linke nei Länder dell'ovest, ma solo come estrema ratio (nel senso che in Assia si ribadisce la preferenza per una coalizione "semaforo" con Verdi e Fdp) e ribadendo che ciò non riguarda in alcun modo il livello nazionale. La notizia è comunque di un certo rilievo, al punto che, incredibile dictu, ben due quotidiani italiani l'hanno riportata (Il Sole 24 Ore e il Manifesto). A noi però colpisce e strugge soprattutto un'altra cosa: un organismo di 150 membri (organizzati per correnti) che discute (e vota) a porte chiuse sulla strategia, e il giorno dopo sui giornali non trovi un virgolettato, un'indiscrezione un retroscena capzioso o almeno una dichiarazione di Caldarola neanche a pagarle a peso d'oro. Sono i tedeschi che non hanno le Meli o gli italiani che non hanno i partiti?
Dopo l'ottimo risultato in Assia e il recupero ad Amburgo, successo a Monaco e Norimberga. L'Spd è in ripresa e in Germania spira un vento progressista. La Cdu ha fatto un congresso per spostarsi al centro (e il voto in Assia ha rafforzato questa scelta, perché prima ancora che un successo della Ypsilanti è stato una bocciatura per Koch, l'avversario di destra della Merkel nel partito); la Grande Coalizione ha un chiaro indirizzo riformista che nei sondaggi riscuote il gradimento dei tedeschi con percentuali sconosciute negli altri paesi europei (d'altronde il paese va a gonfie vele). Oggi riunione cruciale del Presidium e del Consiglio Nazionale dell'Spd, dove le diverse componenti del partito si confronteranno sull'apertura alla Linke anche nei Länder dell'Ovest (ma non nel governo nazionale), appoggiata da Beck ma contestata dai principali ministri e dal Seeheimer Kreis (la corrente riformista). Non deve suscitare meraviglia quindi che i media italiani quando parlano di Europa preferiscano occuparsi della famiglia reale inglese e degli Sms di Sarkozy, e che io mi scopra sempre più spesso intento a compulsare i siti delle agenzie immobiliari di Berlino.
Un nuovo bipolarismo non più ideologico. Nessun nemico, solo avversari. Non contro ma per. Poi per fortuna uno scorre l'ultima top ten brasiliana e si ricorda che la lotta tra il bene e il male esiste ancora, perché gli osceni Simple Plan che hanno conquistato il primo posto e Vanessa da Mata che li tallona dimostrando la vitalità inesauribile della MPB non possono essere impegnati in una civile competizione tra chi è più credibile per realizzare lo stesso programma, ma esprimono un irriducibile scontro di civiltà.
Le minacce di multe salate da parte della commissaria (olandese, ma guarda un po') Neelie Kroes hanno indotto E.ON a vendere la rete elettrica. Gli ideologi dell'unbundling brindano ma dimenticano che la dismissione non riguarda i gasdotti. Intanto nessuno che spieghi come mai l'umbundling non viene invocato per l'industria del petrolio...

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