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Le polemiche che hanno accompagnato la laboriosa attivazione di una risposta dell'UE all'emergenza umanitaria di Haiti hanno finora eluso, con scarse eccezioni, una attenta valutazione del grado di evoluzione e dell'adeguatezza degli strumenti di protezione civile dell'Unione, concentrandosi prevalentemente su questioni marginali come la mancata presenza di Catherine Ashton sul luogo della tragedia o la scarsa visibilità degli aiuti europei rispetto alla presenza statunitense. In realtà, tenuto conto delle caratteristiche del "Meccanismo comunitario di protezione civile" (CCPM) istituito nel 2001 l'azione dell'Unione europea non andrebbe giudicata troppo negativamente. Le risorse finanziarie comunitarie impegnate sono state considerevoli (336 milioni di euro), il "Centro di monitoraggio e informazione" (MIC), cioè il principale strumento operativo del CCPM, ha coordinato l'invio di uomini e mezzi da parte degli stati membri ed ha spedito sul luogo già il 14 gennaio un Civil Protection Team, l'Alto Rappresentante ha presieduto due riunioni del Consiglio su Haiti e ha assunto il ruolo di coordinamento e di direzione dello sforzo dell'Unione. Anche la scelta di agire sotto l'ombrello ONU sia sul fronte della protezione civile che su quello della sicurezza (il che ha fatto venir meno la possibilità di una missione CSDP) è stata ragionevole di fronte al massiccio invio di truppe americane e alla necessità di non appesantire la catena di comando della missione ONU MINUSTAH. L'invio da parte degli Stati membri di almeno 300 uomini della gendarmeria europea da mettere direttamente a disposizione delle Nazioni Unite e di 6 navi militari (tra cui la portaerei italiana "Cavour"), 15 elicotteri e 60 aerei, coordinati da un'agile cellula presso il segretariato del Consiglio, mostra uno sforzo significativo anche sul versante militare.
Ciò che invece meriterebbe di essere discusso è proprio l'adeguatezza del Meccanismo comunitario di protezione civile e dei suoi strumenti di fronte a catastrofi naturali delle proporzioni di quella verificatasi ad Haiti. E ciò anche tenendo conto del fatto che il nuovo Trattato di Lisbona (che conferisce poteri sussidiari all'UE rispetto agli Stati membri sul versante della protezione civile, e che introduce, tra gli obiettivi dell'azione esterna dell'UE, quello di "aiutare le popolazioni, i paesi e le regioni colpiti da calamità naturali o provocate dall'uomo") ha espressamente previsto l'istituzione di "corpo volontario europeo di aiuto umanitario" e ha attribuito alla Commissione la facoltà di "prendere qualsiasi iniziativa" per "rafforzare l'efficacia" dei dispositivi dell'Unione e nazionali di aiuto umanitario. D'altronde, l'esperienza dello Tsunami del 2004 aveva già messo in evidenza i profondi limiti della capacità di azione dell'Europa, e a poco più di un anno dalla tragedia indonesiana uno studio commissionato da Barroso e dalla presidenza di turno austriaca a Michel Barnier aveva proposto la creazione di una forza europea di protezione civile (Europe aid), composta su base volontaria attraverso il coordinamento del personale e degli equipaggiamenti degli stati membri. Il rapporto Barnier aveva inoltre sostenuto la necessità di trasformare il MIC in un vero e proprio Operation Centre, di acquisire delle capacità comuni aggiuntive in termini di equipaggiamento e mezzi di trasporto e di valutare il possibile ruolo complementare delle risorse militari dell'Unione. Si trattava di una proposta ambiziosa che non varcava comunque i confini di un approccio sussidiario e "bottom-up" rispettoso del ruolo e delle prerogative degli Stati membri. Nonostante ciò, il piano è rimasto sulla carta e nel novembre del 2007 il Consiglio ha varato una decisione che si limitava a introdurre alcune limitate modifiche del sistema istituito nel 2001, senza intaccare la sostanza di un meccanismo leggero e volto sostanzialmente a smistare informazioni e coordinare le azioni degli stati membri. La consapevolezza dell'inadeguatezza della riforma del 2007 doveva essere ben presente alla Commissione, se pochi mesi dopo essa elaborava una Comunicazione sul potenziamento delle capacità di reazione dell'Unione europea alle catastrofi che riprendeva alcuni aspetti del piano Barnier, ma che tuttavia è rimasta anch'essa inattuata.
Il risultato è che il meccanismo europeo di protezione civile presenta seri gap sia in termini di concreta capacità di utilizzazione dei mezzi esistenti presso gli Stati membri che di vera e propria carenza di alcune risorse (come i rifugi di emergenza, i depuratori di acqua, gli ospedali da campo e i mezzi per l'evacuazione dei cittadini europei). La persistenza di questi gap non è il frutto di semplice inerzia burocratica, ma dipende da precise ragioni politiche. Per superare tali lacune occorrerebbe infatti, come ricordato in un recente studio commissionato dalla DG ambiente,  trasformare il MIC in un vero e proprio Centro operazioni, sviluppare delle capacità europee a fianco di quelle degli Stati membri e attribuire alla Commissione il potere di disporre in circostanze eccezionali l'impiego di risorse degli Stati membri (la cosiddetta mandatory solidarity). Si tratta di sviluppi che inevitabilmente cozzano con la resistenza di alcuni Stati membri a dotare l'Unione di sedi di gestione operativa e strumenti comuni soprattutto in un settore "sensibile" come la protezione civile, che tradizionalmente è strettamente collegato con quello della sicurezza nazionale. Non a caso, un dibattito analogo a quello che investe la protezione civile è in atto sulla questione dell'istituzione o meno di un centro per la pianificazione operativa delle missioni militari nell'ambito della Politica di sicurezza e difesa comune. Non si tratta di una semplice analogia e le due questioni appaiono strettamente collegate, in quanto crisi umanitarie della gravità di quella di Haiti richiedono inevitabilmente l'impiego congiunto di strumenti logistici e operativi militari e civili, ed è probabile che proprio questo potenziale intreccio abbia contribuito a frenare la riforma del meccanismo europeo di protezione civile.
Vista la debolezza dimostrata in questi anni dalla Commissione Barroso, non stupisce che su un terreno delicato come quello della protezione civile sia mancata quella forte capacità di iniziativa politica e di autonomia nei confronti del Consiglio che sarebbe stata necessaria a sbloccare questa impasse. Dopo aver evitato lo scandalo di un commissario incaricato della risposta alle crisi inadeguato come la bulgara Jeleva, il Parlamento europeo dovrà esercitare tutte le sue prerogative per spingere la nuova Commissione e le nuove figure create dal Trattato di Lisbona a superare uno stallo che dura ormai da troppo tempo.

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Dal 1 gennaio 2010 la Spagna ha assunto la presidenza di turno dell'Unione europea. Una presidenza non ordinaria, poiché avrà il compito di assicurare la transizione dell'UE verso le nuove regole del Trattato di Lisbona.

 

Il nuovo Trattato, infatti, modifica considerevolmente l'assetto istituzionale dell'Unione: conserva la presidenza semestrale dell'UE ma aggiunge due figure istituzionali, il Presidente permanente del Consiglio europeo (il belga Herman Van Rompuy), in carica per due anni e mezzo, e l'Alto Rappresentante per la politica estera e Vicepresidente della Commissione (l'inglese Catherine Ashton) che avrà il compito di rappresentare l'UE sulla scena internazionale.

Come intende orientarsi la Presidenza spagnola in questo nuovo quadro istituzionale? Innanzitutto istituendo una vera e propria "Troika" con gli Stati membri che assumeranno le due successive presidenze di turno, ossia Belgio e Ungheria; inoltre iniziando un'attiva collaborazione con il Presidente del Consiglio europeo e con l'Alto Rappresentante, fin dai primi appuntamenti istituzionali, come il Consiglio europeo convocato per il prossimo 11 febbraio, interamente dedicato alla crisi economica, e garantendo un'azione decisa dell'UE, di concerto con l'Alto Rappresentante, per un intervento europeo in seguito al recente terremoto ad Haiti.

Ed è proprio parlando di Haiti che il Primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero ha esordito al Parlamento europeo, mercoledì 20 gennaio, nel corso della seduta di presentazione del semestre di Presidenza spagnola.

Zapatero ha affermato la necessità di uno sforzo collettivo dell'UE e della comunità internazionale per una ricostruzione profonda dello Stato haitiano, garantendo un aiuto immediato ed efficace alle popolazioni colpite, che devono essere le uniche protagoniste e destinatarie di quest'azione.

Il Presidente di turno ha illustrato le priorità che saranno sul tavolo della Presidenza: una Presidenza che - garantisce Zapatero - sarà fortemente europeista e volta a rafforzare il ruolo dell'Unione sia sul piano economico sia su quello politico.

Questo semestre rappresenterà infatti una fase di cambiamento su diversi fronti: un cambiamento economico, in seguito alla crisi economica; un cambiamento politico, con le nuove sfide istituzionali; un cambiamento nelle relazioni esterne, con l'approfondirsi del processo di globalizzazione; un cambiamento nelle relazioni con i cittadini europei, con l innovazioni previste dal Trattato di Lisbona.

Sul versante economico, la presidenza spagnola intende affrontare quattro grandi temi, nell'ambito della nuova strategia europea di rilancio economico "EU2020".

- l'approfondimento dell'interdipendenza tra gli Stati membri sul piano energetico, per realizzare un mercato comune dell'energia e migliorare l'impiego di fonti energetiche rinnovabili nell'UE;

- lo sviluppo delle tecnologie legate alla società dell'informazione, settore in cui l'UE è leader, allo scopo di creare un vero e proprio mercato interno digitale;

- l'impegno per un'economia sostenibile, che contribuisca alla lotta contro i cambiamenti climatici, in particolare tramite un piano di sviluppo delle auto elettriche;

- l'investimento nella ricerca europea e nel sistema di istruzione, per migliorare l'eccellenza dell'università europea.

Il rafforzamento dell'economia europea non potrà però farsi senza un'unione politica che vada verso una sempre maggiore integrazione tra gli Stati membri e un'effettiva partecipazione dei cittadini alla vita politica europea: il Trattato di Lisbona fornisce nuovi strumenti alle Istituzioni europee per agire in questo senso.

Uno dei più importanti è senza dubbio il diritto di iniziativa dei cittadini, che permetterà ai cittadini europei di presentare delle proposte legislative che potranno essere recepite dall'UE. Nel nuovo assetto istituzionale creato da Lisbona, il Parlamento europeo rappresenterà il centro politico dell'UE: per questo la nuova presidenza auspica un coinvolgimento pieno di questa istituzione nella definizione di questo strumento.

Non da ultimo, la Presidenza spagnola intende dare rilievo alla dimensione esterna dell'UE, in primo luogo tramite la creazione del Servizio europeo per l'Azione esterna, lavorando insieme all'Alto Rappresentante. Bisognerà agire su diversi fronti dell'azione esterna: la dimensione della sicurezza e la lotta contro il terrorismo, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico, l'apertura commerciale, l'aiuto alla cooperazione.

Ho trovato convincente l'audizione a Strasburgo del Commissario designato agli affari Interistituzionali e all'Amministrazione, lo slovacco Maroš Šefčovič, che si è svolta lunedi 18 gennaio in Commissione Affari Costituzionali, ed a cui ho partecipato attivamente.

Il candidato commissario ha infatti dato prova di competenza e capacità politica, prima di tutto quando si è trovato a dover rispondere agli attacchi del PPE sulle sue presunte affermazioni contro i Rom, ricordando il suo impegno concreto nelle politiche a favore dell'inclusione dei Rom.

Ma è sul piano dei contenuti per il suo prossimo mandato che Šefčovič ha dimostrato al meglio la sua qualità, presentando una visione ambiziosa dei rapporti tra le istituzioni europee che valorizza appieno il ruolo del Parlamento e le novità contenute nel Trattato di Lisbona.

Rispondendo ad una mia domanda, Šefčovič ha inoltre preso impegni precisi sulla creazione del Servizio Europeo per l'Azione Esterna, garantendone una rapida ed efficace realizzazione, e impegnandosi per un pieno coinvolgimento del Parlamento europeo nella definizione della struttura del servizio. Inoltre il candidato commissario ha garantito il pieno controllo parlamentare sul bilancio del SEAE, e l'impiego della procedura legislativa ordinaria (ossia della codecisione tra Parlamento e Consiglio) per la necessaria modifica dello statuto dei funzionari, che dovrà provenire dalla Commissione, dal Segretariato Generale del Consiglio e dagli Stati membri (ma non è esclusa la possibilità di un coinvolgimento di personale proveniente dal PE).

Šefčovič ha poi saputo fornire risposte adeguate sui diversi aspetti legati all'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, in particolare per quanto riguarda la novità dell'iniziativa dei cittadini, prevista dal nuovo Trattato, che rappresenterà una delle priorità più urgenti del suo prossimo incarico. Infine, ha auspicato un ruolo attivo dell'UE per favorire la partecipazione elettorale, attraverso il miglioramento dei programmi comunitari rivolti ai cittadini e per incoraggiando la creazione di uno spazio politico europeo.

Il suo impegno nei confronti del Parlamento europeo e la sua volontà di rappresentare al meglio l'interesse dell'UE, facendosi garante dell'applicazione dei Trattati, fanno di lui un eccellente candidato, e costituiscono un'ottima base per una migliore cooperazione tra Parlamento e Commissione europea.

Riconoscendo la portata della tragedia che ha colpito la popolazione haitiana, l'Alto Rappresentante Catherine Ashton durante il dibattito del 19 gennaio pomeriggio in plenaria a Strasburgo, ha riaffermato l'impegno immediato dell'UE ad agire per un coordinamento degli aiuti umanitari degli Stati membri, a sostegno del ruolo svolto dalle Nazioni Unite e in collaborazione con gli Stati Uniti, e attraverso una partecipazione concreta in termini di risorse finanziarie ed umane.

Ho avuto modo di intervenire nel dibattito, esprimendo apprezzamento per lo sforzo in termini finanziari mostrato in questi ultimi giorni dall'UE, anche se -ho sottolineato- si potrebbe fare ancora di più.

Sugli altri fronti di risposta europea alla crisi, l'UE dovrà impegnarsi per garantire il sostegno alla missione ONU MINUSTAH che sta svolgendo un ruolo centrale sia sul fronte degli interventi di protezione civile che di sicurezza.

A supporto della missione ONU, resta tuttavia essenziale chiarire le questioni del coordinamento a livello europeo, sia per quanto riguarda il ruolo del Centro di Monitoraggio e di Informazione che per quello del Situation Center, e dell'auspicabile impiego della gendarmeria europea, di fronte all'esplicita richiesta delle Nazioni Unite.

Oggi ho espresso il mio parere su cosa sia necessario fare in merito al tragedia che ha colpito le popolazioni di Haiti.

L'immane tragedia che ha colpito le popolazioni di Haiti ha gettato nella disperazione centinaia di migliaia di famiglie a cui va dato immediato aiuto e sostegno. Bene l'azione tempestiva della Commissione Europea che ha già stanziato un pacchetto iniziale di 3 milioni di euro per gli aiuti umanitari immediati. Ma non basta è necessario avviare subito la procedura per attivare la riserva per gli aiuti di emergenza in modo da ottenerne altri ancora. Il Consiglio e la Commissione vengano in Parlamento a riferire sul funzionamento del Community Protection Mechanism e del suo monitoring information center e sull'attivazione delle procedure per l'assistenza consolare per i cittadini Ue presenti ad Haiti per evitare quanto accaduto durante lo Tsunami e durante gli attentati a Mumbai.

English version
 
Si è tenuta oggi al Parlamento Europeo l'audizione dell'Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune e Vice Presidente della Commissione Europea designato, Catherine Ashton. Durante le tre ore di discussione svoltasi in Commissione Affari Esteri, la Ashton ha affrontato tutti i principali temi relativi alla situazione mondiale e al ruolo dell'Unione Europea come attore globale: dagli scenari più critici come Iran, Afghanistan, Yemen e Medio Oriente fino ad arrivare alla creazione del nuovo Servizio Europeo per l'azione esterna, passando per il fondamentale ruolo dell'Europa per la difesa ed il rispetto dei diritti umani e a favore del processo di non proliferazione nucleare.

Tra le sue priorità la Ashton ha poi sottolineato il ruolo di primo piano che andrà riservato al Parlamento Europeo che dovrà essere un punto fermo per lo sviluppo del ruolo stesso dell'Alto Rappresentante e con il quale - ha detto - andranno condivise le idee ed i pareri del Consiglio in modo tale che all'interno delle apposite Commissioni parlamentari ci sia la possibilità di avere il più ampio e proficuo scambio di opinioni.

Rispondendo alla domanda di Roberto Gualtieri relativa alla situazione in Somalia, la Ashton ha sottolineato come la missione NAVFOR dell'Unione Europea rappresenti un successo e come sia utile considerare la possibilità di estendere la missione in modo tale da offrire assistenza e formazione sia alle forze di sicurezza terrestri somale, sia ai suoi guardiacoste.
Oggi ho espresso il mio parere sulla candidatura di Emma Bonino alla regione Lazio. Ritengo che con la sua autorevolezza e le sue qualità, Emma Bonino è il nome giusto per ricostruire con i cittadini quel rapporto di fiducia nelle istituzioni inevitabilmente minato dalla drammatica vicenda di Piero Marrazzo, e al tempo stesso per garantire la continuità dell'azione di risanamento condotta in questi anni che, dopo la disastrosa eredità della destra, è condizione indispensabile per difendere la sanità pubblica e rilanciare delle politiche di sviluppo e di coesione sociale nella nostra regione. Non dobbiamo dimenticare che Emma Bonino è stata eletta al Senato nella lista del Pd e che la cultura liberaldemocratica che lei così bene interpreta ed esprime è, insieme alla cultura socialista e a quella cattolico-democratica, tra le culture fondative del progetto del Partito democratico.
Benvenuti su www.robertogualtieri.eu : un sito concepito per dar conto della mia attività di parlamentare europeo e per stabilire un canale di comunicazione con quanti vogliono conoscere meglio l'attività dell'Unione europea e le opportunità che essa offre ai cittadini.

Nelle prossime settimane arricchiremo ulteriormente i contenuti del sito, cercando di offrire un resoconto sintetico ma puntuale dei principali eventi della vita comunitaria e del ruolo svolto in essa dal Parlamento europeo. Intanto, a mo' di introduzione, vi segnalo, nella sezione "Conosci l'Europa", alcune agili guide introduttive al trattato di Lisbona (finalmente entrato in vigore lo scorso 1° dicembre), ai fondi strutturali ed al VII programma quadro per la ricerca. Nella sezione "Opportunità" troverete invece i riferimenti ai bandi per finanziamenti comunitari attualmente aperti e alle principali opportunità lavorative nelle istituzioni comunitarie. Infine, iscrivendovi alla newsletter riceverete mensilmente una sorta di bollettino della mia attività e di quella del Parlamento europeo.

Per quanto riguarda il resoconto di questi primi mesi di lavoro, all'inizio di settembre sono stato eletto coordinatore (cioè capogruppo e portavoce) per il Gruppo dei Socialisti e dei Democratici nella Sottocommissione per la Sicurezza e la Difesa (SEDE). In questa veste ho tra le altre cose partecipato alle discussioni che hanno avuto luogo nell'aula di Strasburgo sull'Afghanistan, sulla Georgia e sulla Somalia. In quest'ultimo caso, si è trattato di un dibattito che è sfociato nell'approvazione di una risoluzione parlamentare unitaria, della quale sono stato uno degli autori a nome del nostro gruppo parlamentare.

In Commissione Affari Costituzionali (AFCO) ho invece svolto l'incarico di "relatore ombra" (insieme a Adrian Severin) sulla relazione "aspetti istituzionali della creazione del Servizio europeo per l'azione esterna" (relatore Elmar Brok, PPE), che è stata approvata in plenaria il 22/10/2009, e sono intervenuto nella discussione in plenaria che ha preceduto il voto a nome dei Socialisti e Democratici. Ho anche partecipato attivamente, intervenendo in commissione e in plenaria, al dibattito sulla relazione di David Martin sulla riforma del regolamento parlamentare alla luce del trattato di Lisbona. Attualmente, ho l'incarico di relatore ombra sulla riforma della legge elettorale europea (il relatore è Andrew Duff, dell'ALDE).

In Commissione Bilanci (BUDG) sono stato nominato "relatore permanente" sul bilancio della Politica estera e di sicurezza comune (PESC), relatore per il parere della Commissione sulla revisione a medio termine dei documenti strategici geografici e tematici del Regolamento (CE) 1905/2006 (che stabilisce uno strumento finanziario per la cooperazione allo sviluppo), e relatore ombra per il parere sulla proposta di regolamento del Consiglio recante modifica del regolamento (CE) n° 1934/2006 che stabilisce la creazione di uno strumento finanziario per la cooperazione con i paesi industrializzati e gli altri paesi e territori a reddito elevato (il relatore è il presidente della commissione BUDG Alain Lamassoure, PPE). Ho infine presentato, da solo o con altri colleghi, diversi emendamenti al bilancio di cui vi darò conto in modo più dettagliato nelle prossime settimane.

Per quanto riguarda infine la Commissione affari esteri (AFET) sono Relatore ombra per il parere della Commissione sulla procedura di discarico per il bilancio 2008. Ho inoltre partecipato al primo incontro con il nuovo Alto Rappresentante\Vicepresidente Catherine Ashton, e lunedì 11 gennaio sarò tra quanti le rivolgeranno i quesiti nel corso della prevista audizione ufficiale.

A fianco del lavoro nelle commissioni e degli interventi in plenaria, ho presentato insieme ad altri colleghi della delegazione del Pd un'interrogazione sulla difficile situazione della Videocon di Anagni, ho fatto parte della delegazione del Pd al congresso del Pse di Praga e di una delegazione del gruppo dei Socialisti e dei Democratici che si è recata negli Stati Uniti per rafforzare i legami con il partito democratico e con la nuova amministrazione Obama. In Italia, oltre all'impegno nel congresso del Pd e a varie iniziative sul territorio, ho partecipato come relatore ad un convegno di Astrid sulla sentenza della Corte costituzionale tedesca sul Trattato di Lisbona e ad un convegno promosso dalla Fondazione istituto Gramsci sul 1989. Entrambe le relazioni verranno pubblicate e le renderò presto consultabili sul sito.

Nei prossimi mesi il mio impegno in Europa e in Italia proseguirà, e si misurerà con le sfide ambiziose e i problemi complessi che la nuova Europa di Lisbona e un Parlamento europeo finalmente dotato di nuovi poteri dovranno affrontare, oltre che con il cruciale appuntamento delle elezioni regionali. Spero che questo portale contribuisca a rendervi partecipi del mio lavoro nel Gruppo dell'Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici e nel PD. Aiutandomi a tener fede all'impegno preso in campagna elettorale di portare di più l'Europa nel nostro paese.

Per saperne di più: www.robertogualtieri.eu

Nei giorni scorsi diversi esponenti della mozione Franceschini hanno ripetutamente messo in guardia dalle conseguenze negative, se non addirittura esiziali, che a loro dire una vittoria di Pierluigi Bersani avrebbe sulla tenuta del bipolarismo e sulla stessa sopravvivenza del Partito democratico. Sulle pagine di questo giornale, Giorgio Tonini ha affermato che la strategia bersaniania porterebbe il Pd a schiacciarsi su una posizione "di sinistra" strutturalmente minoritaria e ad assecondare i disegni di disarticolazione del sistema politico italiano e dello stesso bipolarismo. In termini analoghi si sono espressi Michele Salvati e Dario Franceschini, che ha addirittura paventato il rischio, nel caso di una sua sconfitta al congresso, di una vera e propria scomposizione del Pd. Si tratta di accuse che non appaiono giustificate da un reale dissenso nei confronti delle proposte di Bersani sulla politica economica, la politica internazionale o su quella sociale, alle quali non viene rivolto alcun significativo rilievo critico. Se ci si limitasse al confronto di natura programmatica dunque, il singolare sillogismo di Tonini in base al quale non si può chiedere al Pd di rappresentare anche la sinistra perché ciò ne farebbe venir meno l'identità di centrosinistra (e quindi l'unità), apparirebbe unicamente un bizantinismo fumoso e nominalistico (oltre che tipicamente autolesionistico). Un sofisma, peraltro, del tutto paradossale, visto che è stato proprio con una linea identitaria più che politica come quella del Lingotto che il Pd ha perso gran parte dei voti di centro che l'Ulivo aveva saputo intercettare, finendo con l'assomigliare pericolosamente al declinante e impotente Pci degli anni ottanta e rendendo surreale il dibattito sulla sua presunta "vocazione maggioritaria".
Esaminando con più attenzione le affermazioni di Tonini, Salvati e Franceschini non si fa però fatica a individuare la vera causa del loro allarme: la legge elettorale. I pericoli di dissoluzione del Pd e del bipolarismo sono infatti ricondotti alla possibilità che "attraverso cambi di leggi elettorali [...] torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decise dagli elettori ma sono varianti e mobili" (Franceschini). Sul banco degli imputati è in primo luogo il sistema tedesco, ma la critica sembra estendersi a tutti i sistemi che non contemplino il premio di maggioranza o l'elezione diretta dell'esecutivo: cioè praticamente a quelli in vigore in tutte le democrazie parlamentari del mondo, dove come è noto (o dovrebbe esserlo) i cittadini non eleggono direttamente il governo né votano per una maggioranza, ma esprimono il loro voto per un partito (o per un candidato) che è libero di cambiare il Premier (come avviene spesso in Gran Bretagna) e di scegliere con chi allearsi (come fa ad esempio Zapatero all'indomani del voto). Il dibattito potrebbe quindi chiudersi con l'invito a ripassare i testi di diritto costituzionale e di storia patria (compresa la differenza tra bipolarismo, che in Italia c'è dal 1948, e democrazia dell'alternanza, la cui assenza non è dipesa dalla legge elettorale bensì dalla guerra fredda), ma esso merita di essere approfondito.
A veder bene infatti, se c'è una posizione che dovrebbe suscitare allarme è proprio quella di coloro che ritengono che l'unità del Pd sarebbe messa a rischio dall'abbandono di quel pessimo surrogato del presidenzialismo, giustamente bandito in tutte le democrazie del mondo, che è il premio di maggioranza. Pensare che il Pd stia insieme solo perché "costretto" dal vincolo di una determinata legge elettorale, significa infatti non aver compreso le ragioni profonde, di carattere storico-politico oltre che sociale, che sono alla base della fondamentale unità che, ormai da quindici anni, caratterizza il nucleo fondamentale del suo elettorato e rende velleitaria ogni tentazione scissionistica. Il problema della legge elettorale è certo importante, ed esso dovrà essere affrontato in modo non ideologico: recuperando coerenza con la forma di governo parlamentare, guardando alle diverse esperienze europee senza anatemi e pregiudiziali, mettendo al centro alcuni principi (rappresentanza, governabilità e diritto di scelta dei deputati) e affidando al confronto parlamentare l'individuazione del giusto mix tra di essi, magari a partire da quella "seconda bozza Bianco" che, se non fosse stata abbandonata, ci avrebbe dato una buona legge elettorale e avrebbe garantito la sopravvivenza del governo Prodi. Tuttavia, sarebbe bene che il confronto congressuale consentisse finalmente di superare quella vera e propria "ossessione politologica" che da vent'anni caratterizza il nostro dibattito e che, affidando all'ingegneria istituzionale i destini del centrosinistra, ha finora pericolosamente inibito le potenzialità espansive del Pd e la sua capacità di candidarsi credibilmente a chiudere l'interminabile transizione italiana.

(sul Riformista di ieri)

La vicenda grottesca della candidatura di Beppe Grillo alla segreteria del Partito democratico ha senza dubbio rappresentato il culmine e al tempo stesso può costituire il punto di svolta di quella dura battaglia sulla natura, l'articolazione e le caratteristiche del sistema politico italiano, e in primo luogo del "campo" progressista, che ha segnato per oltre un quindicennio la parabola politica della cosiddetta "seconda repubblica". Al di là del suo scontato esito, l'"affaire Grillo" ha messo in luce la persistenza nel Pd di due grossi nodi irrisolti, la cui origine va ricondotta alla crisi del vecchio sistema politico e alle forme che essa ha assunto. Il primo nodo riguarda la natura e la stessa legittimità del professionismo politico. L'incapacità dei partiti italiani di rinnovarsi per tempo e le modalità traumatiche del loro crollo all'inizio degli anni novanta, insieme alla persistente fragilità e precarietà dei nuovi soggetti che ne hanno preso il posto, hanno infatti contribuito ad alimentare nel nostro paese una durissima polemica nei confronti della classe politica. Una polemica che è andata ben oltre la giusta critica delle forme e dei percorsi tradizionali del funzionariato di partito come esso si era venuto configurando nel corso del primo quarantennio repubblicano. E che è giunta a mettere in discussione l'autonomia e la specificità stesse della politica, intesa come sfera distinta e specializzata dell'attività umana, il suo essere cioè una "professione/vocazione" (Beruf) nel senso weberiano del termine. Di qui la retorica sulla superiorità della società civile, la critica della democrazia mediata (cioè del parlamentarismo) e il mito di quella "immediata", la contrapposizione tra il leader e gli "apparati", l'esaltazione acritica del "nuovo". E di qui la sempre minore considerazione che sono venute assumendo nel discorso pubblico virtù tipiche del professionismo politico quali la responsabilità nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni, il rigore, lo studio, la serietà, il senso della misura, la capacità di valutare obiettivamente la "realtà effettuale" ed i rapporti di forza. Virtù sempre più sostituite da quella "vanità" che Max Weber considerava tipica del demagogo e della sua attitudine a comportarsi come un "attore" che si preoccupa innanzitutto delle impressioni suscitate dalle sue prese di posizione e della "fascinosa parvenza del potere". Se a destra questo dispositivo retorico e culturale è stato funzionale all'affermazione ed al consolidamento della leadership berlusconiana, sull'altro versante dello schieramento esso si è tradotto in un singolare processo di delegittimazione (e spesso di autodelegittimazione) del centrosinistra che ha avuto tra le sue conseguenze quella di ostacolare la formazione di nuovi gruppi dirigenti impedendo un reale rinnovamento al vertice.
Il secondo nodo irrisolto riguarda l'idea di partito politico, e in particolare la questione se in un partito la sovranità debba appartenere o no ai suoi aderenti, e se esso debba avere una "ambizione" o invece una "vocazione" maggioritaria. Si tratta di due problemi strettamente intrecciati tra loro, in quanto l'idea di un "partito degli elettori", in cui le scelte fondamentali sono sottratte al controllo degli iscritti e sono appannaggio di una platea indefinita di cittadini, è la diretta conseguenza di una concezione della democrazia dell'alternanza che punta a modellare in chiave bipartitica il sistema politico. Solo in un sistema bipolare bipartitico (in cui cioè tutti coloro i quali non sostengono uno dei due partiti devono necessariamente sostenere l'altro), la naturale ambizione maggioritaria di una forza politica si trasforma infatti in una "vocazione", ossia in una sorta di vincolo esterno che di fatto prescinde dalla effettiva capacità di radicamento e di raccolta del consenso. In questo senso, la "vocazione" (e non l'ambizione) maggioritaria del Pd, l'"autosufficienza bipartitica" e l'utilizzo delle primarie "aperte" (senza cioè neanche il registro degli aderenti) come strumento ordinario di selezione dei gruppi dirigenti di partito, sono elementi inscindibilmentemente connessi, che a loro volta, come dimostra l'obbligo statutario di identificazione di leadership e premiership, rimandano a una concezione della democrazia di tipo presidenzialistico.
La delegittimazione del professionismo politico e la trasformazione del centrosinistra in un unico grande partito-coalizione (cioè di fatto in un cartello elettorale) sono dunque i due fili conduttori di quella offensiva antipolitica che ha percorso l'ultimo quindicennio. E tuttavia, occorre essere consapevoli del fatto che la forza e la pervasività di tale offensiva sono innanzitutto la conseguenza della condizione di fragilità politica e culturale in cui le classi dirigenti del centrosinistra si sono trovate dopo il crollo dei vecchi partiti. Non è un caso dunque che di fronte alla realistica possibilità che il congresso del Pd consenta finalmente di voltare pagina, ponendo su basi più solide l'edificazione nel nostro paese di una moderna democrazia dei partiti capace di riannodare i fili con la sua storia e al tempo stesso di avviare un reale rinnovamento delle sue classi dirigenti, quell'offensiva giunga al parossismo. E assumendo le forme estreme, ma al tempo stesso innocue, della candidatura di un comico alla segreteria del principale partito di opposizione, riveli la sua inconsistenza e la sua vera natura.

(sul "Riformista" di oggi)