IN NESSUN PAESE D’EUROPA SI VOTA LA COALIZIONE

Le critiche alla bozza di intesa sulla nuova legge elettorale ripropongono alcuni degli stereotipi politico-culturali che sono stati alla base della stagione della Seconda Repubblica e del berlusconismo.

La prima accusa rivolta alla nuova «bozza Violante» è che votando il partito e non la coalizione i cittadini verrebbero privati del diritto di scegliere il governo. Si tratta di una critica del tutto eccentrica alla cultura istituzionale europea, il che d’altronde non dovrebbe stupire visto che il peculiare modello di bipolarismo di coalizione edificato a partire dagli anni novanta, prima con il «mattarellum» e poi con la legge Calderoli, non ha eguali in nessuna altra democrazia occidentale.

Come dovrebbe essere noto, l’elezione diretta del governo da parte dei cittadini è prevista solo nei sistemi di tipo presidenziale, nei quali però è sempre scollegata dall’elezione del Parlamento, che (come Obama sa bene) costituisce un contrappeso formidabile al potere dell’esecutivo ed è del tutto indipendente da esso. Al contrario, proprio l’identificazione tra maggioranza parlamentare e maggioranza di governo tipica dei sistemi parlamentari ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier e in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, privi di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare. Il bipolarismo di coalizione della Seconda Repubblica, e in particolare il “maggioritario di lista” della legge Calderoli, hanno determinato una deleteria e del tutto unica “ibridazione” tra presidenzialismo e parlamentarismo non solo per l’indicazione sulla scheda del candidato premier, ma anche per l’invenzione della figura giuridica della «coalizione».

Negli altri Paesi democratici gli elettori votano sempre e solo candidati o liste di partito, e mai «coalizioni» precostituite. Il profilo identitario di queste ultime, infatti, non può che coincidere con quello del «leader di coalizione», trasformando la competizione in un simulacro di elezione presidenziale e innescando una dinamica politica che incentiva gli elementi ideologici del conflitto e disincentiva l’emergere di grandi partiti di tipo europeo.

La risposta a questa prima critica alla «bozza Violante» è dunque semplice: se si vuole eleggere direttamente il governo occorre un sistema presidenziale, mentre nei regimi parlamentari si votano i partiti e i loro candidati (mai le coalizioni), che formano la maggioranza in parlamento.

La seconda accusa riguarda il carattere proporzionale del meccanismo proposto, che – si dice – determinerebbe la fine del bipolarismo. Anche in questo caso siamo di fronte a una critica priva di fondamento, anzitutto storico. Sarebbe infatti facile ricordare che nella Prima Repubblica quel che mancava non era il bipolarismo, ma l’alternanza, bloccata non dal proporzionale ma dall’esistenza del più grande partito comunista d’occidente, e che oggi la maggior parte dei Paesi europei (e peraltro tutti quelli dell’euro con la tripla A) hanno sistemi proporzionali che non impediscono in alcun modo l’alternarsi di maggioranze di segno diverso.

È tuttavia legittimo preoccuparsi che il sistema elettorale favorisca la governabilità attraverso delle correzioni di tipo maggioritario, che è appunto quanto fa la «bozza Violante».

Personalmente, ritengo che la via maestra per raggiungere questo obiettivo sia lo stabilimento di una soglia di sbarramento alta (il 5%) e rigorosa, evitando diritti di tribuna che rischierebbero di vanificare l’obiettivo della semplificazione del sistema politico. In secondo luogo, è possibile ridurre la dimensione delle circoscrizioni o modulare il meccanismo dello «scorporo» tra collegi uninominali e liste proporzionali in modo da sovrarappresentare i partiti maggiori senza penalizzare troppo le forze intermedie.

Infine, esiste la strada del cosiddetto «premietto», che mi sembra la meno efficace ma che comunque determinerebbe un risultato analogo. Quel che è certo è che solo se si percorrerà con decisione la strada europea di una democrazia parlamentare incentrata su grandi partiti sarà possibile aprire una nuova pagina della vita nazionale.

Archiviando per sempre non solo la figura di Silvio Berlusconi, ma l’impianto politico-culturale che ne ha determinato l’egemonia per un ventennio.

Naturalmente, e qui veniamo al merito della seconda obiezione, in molti Paesi la legge elettorale favorisce la formazione di una maggioranza. Non c’è il rischio che un sistema proporzionale determini instabilità e ingovernabilità.

Come è noto, in un paese ipermaggioritario come il Regno Unito, nessuno si scandalizza per un cambio di premier in corsa (da Thatcher a Major, da Blair a Brown), e l’alleanza Cameron-Clegg si è formata in parlamento dopo le elezioni.

Nei sistemi parlamentari, al contrario, proprio perché il governo è espressione della maggioranza parlamentare ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier (che non è né eletto né indicato sulla scheda, e non può avere il potere di scioglimento delle camere), in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, e nell’assenza di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare.

Da “L’ UNITA’” di mercoledì 4 aprile 2012

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

Un altro «progressismo» dev’essere possibile

Sono convinto che la crisi che stiamo sperimentando impone l’affermazione di un nuovo «europeismo progressista» in grado di fondere le ragioni di una democrazia sociale basata sulla centralità della persona e i principi di eguaglianza, libertà positiva ed etica del lavoro con l’obiettivo dell’Europa politica. E che ciò comporta un rinnovamento non solo dei programmi ma delle culture politiche, che richiede un dialogo profondo con il pensiero cattolico.

Tutte le stagioni della storia europea hanno avuto un profondo impatto trasformativo sulle culture politiche. Dopo il 1945 si affermò una dialettica aspra, ma virtuosa, tra un nuovo cattolicesimo democratico e sociale e un movimento dei lavoratori capace di conciliare classe e nazione sul terreno della democrazia. La successiva stagione neoconservatrice ha polarizzato quella dialettica, da un lato determinando una destrutturazione del campo centrista e lo spostamento a destra del popolarismo europeo, dall’altro trasformando il campo progressista sulla linea di un globalismo neoliberale protagonista della finanziarizzazione dell’economia e segnato dal primato di una cultura dei diritti di stampo individualista e laicista (come figure emblematiche dei due campi possiamo individuare, rispettivamente, Berlusconi e Sarkozy, Blair e Zapatero). Oggi la crisi sta innescando una europeizzazione senza precedenti dei processi politici ed economici. Gli inediti vincoli sulle politiche di bilancio e i nuovi meccanismi di stabilizzazione determinano uno spostamento di sovranità solo pochi anni fa inimmaginabile, che non potrà non avere un impatto fortissimo sui sistemi politici nazionali. In questa evoluzione emerge un nuovo «europeismo conservatore» a guida tedesca, che va distinto sia dal liberismo antieuropeista che dal populismo, ma che non appare dotato della forza egemonica sufficiente ad offrire all’Ue una guida capace di superare la crisi.

La sua linea infatti (difesa della manifattura continentale attraverso deflazione salariale nella periferia dell’eurozona come alternativa alla svalutazione, primato del metodo intergovernativo su quello comunitario) non è espansiva né sul piano politico né su quello sociale, e intorno a essa e ai suoi dilemmi (l’«Europa tedesca» di Merkel o la «Germania europea» di Kohl?) si sta consumando un duro scontro interno alla stessa Cdu.

La capacità dei progressisti di divenire il perno di una grande alleanza politica e sociale per l’Europa politica contribuirà non poco a determinare l’esito di questo scontro e l’evoluzione dell’«europeismo conservatore».

Parlare di grande alleanza non vuol dire affatto rinunciare a perseguire l’alternanza di governo nei singoli Paesi, ma significa riconoscere che, a livello delle istituzioni europee, lo schema bipolare non funziona e che l’Ue può essere governata solo da una «grande coalizione» che, assieme ai socialisti e democratici, coinvolga le componenti europeistiche popolari e liberali. Per affrontare questo compito e definire una credibile agenda per un’Europa della stabilità, della crescita, della solidarietà e della democrazia, occorre un profondo rinnovamento culturale che vada oltre i tradizionali confini del socialismo. In tale evoluzione il contributo che può venire dal pensiero cattolico è centrale: nella affermazione, per citare il cardinale Bagnasco, del duplice «primato del lavoro sul capitale» e «dell’uomo sul lavoro», nella definizione della centralità della persona nella «nuova sintesi umanistica» proposta nella Caritas in veritate.

E ancora: nell’elaborazione di una idea ricca di democrazia che persegue la prospettiva federale, ma che alle scorciatoie giacobine dell’ingegneria istituzionale preferisce la via maestra di matrice degasperiana fondata sullo sviluppo parallelo del metodo comunitario e di una robusta società civile europea imperniata sui suoi corpi intermedi e organizzata sulla base dei principi della sussidiarietà, della laicità positiva, dell’accoglienza e della gratuità.

In questo quadro, se il ruolo peculiare della cultura cattolico democratica nel Pd può fare di esso un protagonista della costruzione del nuovo europeismo progressista che sfoci in un partito dei socialisti e dei democratici europei capace di fungere da perno di una più vasta alleanza per l’Europa politica, il tema di un dialogo diretto con la Chiesa cattolica riguarda l’insieme del campo progressista. Ed esso deve essere avviato senza indugi e senza timidezze.

Roberto Gualtieri, da Avvenire del 7 marzo 2012.

Pubblicato in Generale | 1 commento

Un governo democratico dell’euro

Con la firma da parte di 25 capi di stato e di governo del trattato intergovernativo sulle politiche di bilancio (il cosiddetto “fiscal compact”) il complesso e disordinato processo di costruzione di un governo economico europeo innescato dalla crisi economica e finanziaria conosce una nuova significativa tappa. Occorre innanzitutto dire che, a dispetto dell’enfasi con cui la cancelliera Merkel lo ha salutato, il trattato non determina un ulteriore irrigidimento dei già molto stringenti vincoli al deficit e al debito introdotti in novembre dai nuovi regolamenti approvati dal Consiglio e dal Parlamento europeo (il cosiddetto “six pack”, che ha riformato il patto di stabilità). In sostanza, l’innovazione principale del fiscal compact è un impegno da parte dei Parlamenti nazionali a inserire nella legislazione interna (preferibilmente ma non obbligatoriamente a livello costituzionale) dei meccanismi che assicurino il rispetto di tali vincoli. Viste le pesanti sanzioni già previste dal six pack, tutto ciò risulterà probabilmente superfluo, ma dal punto di vista della Germania e della sua fragile coalizione di governo questa maggiore solennità nell’impegno al rispetto del nuovo patto di stabilità costituiva una condizione (a quanto si vede non l’unica) per il rafforzamento del fondo salva-stati (Esm) e per il via libera alla secondo pacchetto di aiuti alla Grecia.

Questo esito tutto sommato positivo del complesso negoziato che ha definito il trattato non era affatto scontato. Basta leggere la prima bozza elaborata alla fine di dicembre per vedere come vi fosse il rischio duplice di un irragionevole ulteriore appesantimento dei limiti al deficit e al debito, e della edificazione di una governance intergovernativa parallela, più discrezionale e meno democratica ed efficace di quella comunitaria imperniata sulla Commissione. Questo rischio è stato sventato dall’azione negoziale delle istituzioni comunitarie (Parlamento e Commissione) e di alcuni stati, con in prima fila l’Italia. Grazie anche alla notevole forza ed autorevolezza dimostrata dal Presidente Monti, l’Italia è riuscita ad evitare che sul fronte della riduzione del debito si andasse oltre le già straordinariamente severe norme previste dal “six pack” (negoziato dal governo Berlusconi). A loro volta, Parlamento e Commissione (sostenuti anche dall’Italia) hanno letteralmente “smontato” gli elementi intergovernativi del trattato, riaffermando il primato della legge dell’Unione e il ruolo centrale delle istituzioni comunitarie (ad esempio prevedendo l’implementazione del fiscal compact attraverso le procedure comunitarie e la sua futura incorporazione nei trattati Ue, e sostituendo per il calcolo del pareggio di bilancio il criterio di “deficit strutturale annuale” con quello di “obiettivo di medio termine”, esistente nella legislazione europea). Dal suo canto, la Germania è riuscita a inserire un esplicito vincolo tra la ratifica e l’implementazione del trattato e la possibilità di accedere ai prestiti dell’Esm, e a rafforzare (almeno sulla carta) il meccanismo sanzionatorio e il ruolo della Corte di giustizia europea.

Questa maggiore aderenza del fiscal compact alla legislazione e alle istituzioni dell’Unione europea se da un lato ne ha (positivamente) ridotto la portata innovativa sul piano economico, dall’altro ne ha rafforzato l’impatto politico sul processo, attualmente in corso e senza precedenti, di trasferimento della sovranità dal livello nazionale a quello europeo. Un processo destinato a trasformare irreversibilmente i sistemi politici nazionali e le loro dinamiche. Ma che diverrà sostenibile solo se saprà affiancare al rigore di bilancio la costruzione di politiche e di strumenti (dotati di adeguate risorse) per la crescita, gli investimenti, la coesione sociale e territoriale e per la gestione comune del debito. E se edificherà un governo economico dell’euro democratico, imperniato su un metodo comunitario rinnovato ed animato dal ruolo attivo dei partiti politici europei.

- – -

Roberto Gualtieri (uno dei tre negoziatori del parlamento europeo del fiscal compact), da “il Messaggero” del 03.03.12

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

l’unita’ dei progressisti, ecco l’Europa politica

 

Il ciclo di iniziative pubbliche promosse dalla Fondazione di studi progressisti europei (Feps) nelle principali capitali dell’Ue, che avrà il suo primo appuntamento in Francia il 16 e 17 marzo, dove i maggiori leader delle forze socialiste e democratiche continentali sottoscriveranno la “Dichiarazione di Parigi”, costituisce un fatto politico di grande importanza. Esso segnala come sia in atto un mutamento profondo e del tutto inedito nelle dinamiche politiche dell’Ue e nel rapporto tra la loro dimensione nazionale e quella europea. Ad essere particolarmente significativa non è infatti tanto la presenza sullo stesso palco – pure in sé assai rilevante – di Hollande, Bersani, Gabriel, Di Rupo, Schulz, D’Alema, Swoboda, Aubry, Stanishev. Ciò che rappresenta la maggiore novità è che l’evento organizzato dalla Feps costituirà uno dei momenti centrali della campagna presidenziale francese. Non quindi un omaggio di rito alla retorica dell’integrazione né una semplice iniziativa tematica, ma uno degli appuntamenti qualificanti nella definizione del profilo generale e della credibilità complessiva della proposta politica di Hollande.

Se si considerano gli sviluppi tumultuosi ancorché contraddittori che il processo di integrazione ha conosciuto dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani, tutto ciò non dovrebbe stupire. La crisi ha scosso le fondamenta della costruzione europea ma al tempo stesso ha enfatizzato la natura comune delle sfide e la necessità di definire soluzioni a livello dell’Unione. Sia pure sulla base di un impianto politico-economico pericolosamente inadeguato, perché incentrato sulla linea dell’austerità e sul primato del metodo intergovernativo, il processo di integrazione ha compiuto dei balzi in avanti che solo pochi anni fa sarebbero stati inconcepibili, con la costituzione dei “fondi salva-stati” ed una profonda revisione del patto di stabilità che ha limitato in misura sostanziale la sovranità degli stati membri sulle politiche di bilancio. La conseguenza è che l’Europa è entrata prepotentemente nelle politiche nazionali (così come le questioni interne ai principali paesi hanno condizionato notevolmente la politica europea). Angela Merkel partecipa attivamente – ed è anch’essa una novità assoluta – alla campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, ed era quindi logico che anche il candidato socialista mettesse l’Europa al centro del suo messaggio.

Ciò che è di enorme importanza è che, come testimonia l’evento del 16 e 17 marzo e come emergerà dalla “Dichiarazione di Parigi”, Hollande ha scelto di non limitarsi a criticare l’Europa conservatrice di “Merkozy”, magari solleticando l’orgoglio nazionale dei francesi contro l’Ue e i suoi vincoli. Al contrario, si è impegnato nella definizione di una piattaforma comune dei progressisti dall’impianto fortemente europeistico. Una piattaforma snella ma concreta e innovativa, che coniuga la necessità di garantire la responsabilità delle politiche di bilancio con la definizione a livello dell’Unione di strumenti e politiche per la crescita e per la gestione comune della crisi dei debiti sovrani, e che si caratterizza per la decisa opzione a favore del metodo comunitario e per l’impegno al rafforzamento della democrazia europea.

Il ciclo di eventi promossi dalla Feps e la “Dichiarazione di Parigi” sono particolarmente importanti anche per il Pd. Dopo la positiva esperienza del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, che ha contribuito non poco a de-ideologizzare il tema della collocazione internazionale, esse vedono il Partito democratico impegnato in prima fila nel processo di concreta costruzione di una grande alleanza progressista dei socialisti e dei democratici sul terreno di un inequivoco e ambizioso europeismo. D’altronde, forse non è casuale che un’iniziativa di questo tipo sia partita proprio da un soggetto come la Feps, che si definisce progressista nel nome e che è presieduta da un esponente del Partito democratico, piuttosto che dal Pse (che pure è coinvolto e parteciperà con il suo Presidente). E’ segno che la peculiare identità del Pd e il costitutivo pluralismo dei filoni politico-culturali che, in ragione delle particolarità della storia d’Italia, ne compongono il Dna, rappresentano un valore aggiunto e un lievito prezioso nella fondazione di quel nuovo “europeismo progressista” la cui affermazione costituisce ormai una necessità storica e una condizione per la salvezza dell’Europa.

Roberto Gualtieri, da l’Unità del 25 febbraio 2012.

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

UN GOVERNO PER L’EUROPA

La formazione del governo Monti rappresenta una straordinaria opportunità per rilanciare il ruolo e il profilo europeo dell’Italia. La sua costituzione avviene in un contesto segnato dal nesso strettissimo tra crisi italiana e crisi europea, e la sfida centrale che avrà di fronte sarà quella di cambiare il segno di tale nesso. Non solo rassicurando i mercati e garantendo il risanamento dei conti, ma perseguendo un duplice obiettivo: contribuire a costruire un vero governo economico dell’Ue e indirizzare la transizione italiana verso una moderna democrazia dell’alternanza fondata su partiti di tipo europeo, che archivi la stagione del bipolarismo di coalizione, della personalizzazione della politica e della demonizzazione reciproca.

La figura di Monti e il processo politico che lo ha portato a Palazzo Chigi consentono di affrontare questi nodi in una prospettiva nuova. Per quanto riguarda il primo aspetto, basti ricordare il suo recente “Rapporto sulla nuova strategia per il mercato unico”, in cui si propone all’Europa di rafforzare il legame tra mercato interno e diritti sociali, si delinea un percorso credibile per l’emissione degli Eurobond, si suggeriscono misure di coordinamento fiscale, si sottolinea la necessità di una regolazione dei mercati finanziari tesa ad incentivare gli investimenti produttivi a medio-lungo termine a scapito degli impieghi speculativi a breve. Sono posizioni esemplari non solo per il merito, ma perché indicano una inequivoca opzione per il metodo comunitario come l’unica strada per rendere efficace e democratico il governo dell’economia europea. Che tale linea sarà ora rappresentata in sede di Consiglio europeo da un paese importante come l’Italia è un fatto di grande importanza, visto che nei prossimi mesi su questi temi si giocherà una partita cruciale. Il rischio concreto, infatti, che l’assenza di un governo italiano autorevole ha finora accentuato, è quello che di fronte alle difficoltà della riforma dei Trattati richiesta dalla Merkel si imbocchi una direzione esclusivamente “intergovernativa”, magari regolata da un trattato ad hoc a 17 tra i membri dell’Eurozona, che oltre a lacerare irrimediabilmente l’Ue sarebbe squilibrata nella sua sostanza democratica ed incapace di affiancare alle esigenze di rigore efficaci misure di sviluppo. Il governo Monti rafforzerà in modo significativo il campo di coloro che puntano a valorizzare fino in fondo il metodo comunitario e le potenzialità ancora inespresse del Trattato di Lisbona per dare nuovi strumenti di governo all’eurozona imperniati sulle istituzioni comuni e capaci di compendiare stabilità e crescita, solidarietà e democrazia, creando al tempo stesso le condizioni per una riforma dei trattati adeguatamente ambiziosa e sufficientemente realistica.

Altrettanto cruciale è la sfida dell’europeizzazione dell’Italia. Non solo sul versante del sistema economico sociale, ma su quello del modello politico-istituzionale. La dinamica politica che ha portato alla formazione del governo Monti ci offre l’opportunità di superare in modo consensuale il sistema bipolare della seconda Repubblica, causa non secondaria della attuale debolezza politica dell’Italia, archiviandone i due elementi portanti: il leaderismo ed il sistema delle coalizioni “coatte”. Sono due elementi strettamente collegati tra loro, intimamente costitutivi della cultura politica della seconda repubblica e formalizzati in modo diverso sia nella legge Mattarella che nella Calderoli, entrambe basate su un maggioritario di coalizione che enfatizza il ruolo del candidato premier ed il potere negoziale delle formazioni minori: un cattivo surrogato del presidenzialismo che ha ostacolato la costruzione di veri partiti politici di tipo europeo ed ha accentuato la polarizzazione politica interna in forme incompatibili con il contesto istituzionale ed economico dell’Ue.

Il modo in cui il Pd ha saputo cogliere l’occasione, lungamente perseguita, di una inedita, positiva convergenza dei maggiori partiti intorno a Monti denota anche la piena consapevolezza della necessità di voltare pagina rispetto alle forme di un bipolarismo di coalizione sconosciuto negli altri paesi europei. E’ quindi auspicabile che questa occasione non venga sprecata, stabilendo gli adeguati collegamenti tra il governo e la maggioranza che lo sostiene e compiendo, da parte di tutti gli attori in campo, gli sforzi per avviare finalmente un serio processo riformatore che, a partire dalla legge elettorale, metta da parte quei veti e tabù verso la fisiologia del parlamentarismo che in questi anni hanno bloccato ogni tentativo di riforma e di europeizzazione del nostro sistema politico-istituzionale.

Per il testo integrale dell’articolo pubblicato su “l’Unità”, clicca qui.

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

LA SFIDA DEMOCRATICA DELL’UNIONE EUROPEA

Il momento delicatissimo attraversato dall’Europa impone una riflessione di fondo sul nesso tra stato nazionale e integrazione europea, sul modo in cui esso è stato declinato nel corso del tempo e sulle sue prospettive di fronte a una crisi epocale come quella che sta scuotendo l’economia europea e mondiale nel quadro di una più generale trasformazione in senso multipolare del sistema internazionale. Ad essere messo prepotentemente in discussione sotto i colpi della crisi non è solo l’avvenire dell’euro ma l’intero equilibrio, che per oltre un decennio era sembrato illusoriamente possibile garantire, tra un’unificazione limitata alla moneta e allo sviluppo del mercato comune da un lato e, dall’altro, la sopravvivenza degli elementi di fondo del compromesso sociale (la cosiddetta “economia sociale di mercato”) e del patto di cittadinanza sulla cui base si è edificata la democrazia postbellica.

Continua a leggere

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

BENE ROAD MAP, MA SERVE SVOLTA POLITICA IN EUROPA

Con la “Roadmap per la stabilità e la crescita” annunciata da Barroso al Parlamento Europeo, la Commissione ha finalmente riconosciuto la necessità di realizzare una più stretta integrazione economica dell’eurozona e di farlo attraverso il metodo comunitario.

Nel piano di Barroso ci sono molti elementi importanti sui quali il Parlamento europeo e in particolare il nostro Gruppo insistono da tempo, come la tassa sulle transazioni finanziarie, gli eurobond per il debito e la costruzione di una vera unione fiscale dell’eurozona attraverso le procedure già previste dal Trattato di Lisbona come l’articolo 136. Occorre però riconoscere chiaramente che la linea dell’austerità realizzata da questo centrodestra europeo non funziona, e che a fianco del rafforzamento del controllo delle politiche fiscali occorre una svolta politica e il lancio di un grande piano europeo per gli investimenti e l’occupazione.

Per quanto riguarda le banche, bene il rafforzamento dell’Efsf e il suo utilizzo per la ricapitalizzazione degli istituti, ma è necessario comunitarizzare il suo meccanismo facendone una vera agenzia europea per il debito, e chiarire che quando il capitale pubblico entra nelle banche questo deve riflettersi anche nella governance degli istituti.

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

I NODI IRRISOLTI DELLA GOVERNANCE ECONOMICA DELL’UE

La tempesta speculativa che si è abbattuta sull’Italia ha fatto giustamente mettere in evidenza l’incongruenza e l’inadeguatezza della politica economica del governo, e tuttavia sarebbe semplicistico e riduttivo attribuire l’improvviso aumento degli spread sui tioli di stato e l’andamento negativo della borsa unicamente (e persino principalmente) alla surreale vicenda della manovra.

Per leggere l’articolo integrale di Roberto Gualtieri pubblicato su Tamtàm Democratico il 28 luglio 2011, clicca qui.

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

COME IN EUROPA. O DOPPIO TURNO O PROPORZIONALE.

La singolare “disfida dei referendum” che ha animato questo afoso luglio romano merita qualche considerazione. In particolare, stupisce che il Mattarellum continui ad essere considerato da qualcuno un sistema accettabile per il nostro partito, quando il suo principale effetto sarebbe quello di impedire al Pd di presentarsi agli elettori con il proprio simbolo nei collegi uninominali. Il particolare mix di uninominale maggioritario a turno unico e proporzionale di lista che lo contraddistingue, costringe infatti i partiti ad allearsi sotto un simbolo comune nei collegi (dove si assegna il 75% dei seggi), cosa che non avviene invece nè con il sistema inglese (100% uninominale maggioritario) nè con quello tedesco (50% maggioritario e 50% proporzionale).

Per il testo integrale dell’articolo pubblicato su “l’Unità”, clicca qui.

Pubblicato in Generale | Lascia un commento

QUESTA MANOVRA NON L’IMPONE L’EUROPA

L’intervento di Enrico Morando sul Riformista di venerdì ha il pregio della chiarezza ma non quello della precisione. Secondo Morando, il Pd dovrebbe pretendere “l’immediata presentazione di una manovra correttiva per almeno 40 miliardi al 2014, considerando essenziale per il futuro del paese il conseguimento del pareggio strutturale a metà di questo decennio”. A dimostrazione del fatto che questo obiettivo sarebbe richiesto dall’Unione europea, Morando cita l’opinione del Consiglio sul programma di stabilità dell’Italia 2011-2014 approvata il 20 giugno sulla base delle raccomandazioni della Commissione, che invita a “sostenere gli obiettivi per il periodo 2013-2014 (cioè il pareggio di bilancio, nda) con misure concrete entro l’ottobre 2011”. Morando omette tuttavia di dire che quegli obiettivi non ci sono stati indicati dall’Ue, ma costituiscono la proposta del governo italiano, della quale il Consiglio prende atto, non senza avere osservato che “lo sforzo fiscale medio annuale pianificato (dal governo italiano, nda) nel periodo 2010-2012 è superiore allo 0,5% del Pil raccomandato dal Consiglio, e il ritmo di aggiustamento indicato dopo il 2012 è molto al di sopra delle indicazioni contenute nel Patto di stabilità di crescita”. Morando riprende poi dal programma di stabilità italiano un erroneo riferimento al patto europlus come presunta base dell’obiettivo del pareggio del bilancio, quando invece quell’accordo intergovernativo (servito essenzialmente a persuadere l’opinione pubblica tedesca a sostenere il Fondo salva-stati, e che non prevede sanzioni né meccanismi di enforcement) non contiene nuovi parametri di politica fiscale. Insomma: non è l’Europa a chiedere all’Italia di raggiungere il pareggio di bilancio in tre anni, ma è l’Italia ad aver presentato all’Europa un obiettivo più ambizioso di quello definito a livello di Ue.

Continua a leggere

Pubblicato in Generale | Lascia un commento