Roberto Gualtieri

Obiettivi e risultati del semestre italiano

Domattina, appena Matteo Renzi avrà concluso il suo intervento a Strasburgo sul bilancio del semestre di presidenza italiana, la Commissione approverà la proposta di regolamento che istituisce il Fondo europeo per gli investimenti strategici, architrave del piano Juncker di 315 miliardi, e la “Comunicazione sulla flessibilità” con i nuovi criteri di interpretazione del patto di stabilità. La coincidenza è significativa e dovrebbe indurre alla riflessione quei commentatori che hanno frettolosamente parlato di un semestre “senza infamia e senza lode”. E` infatti difficilmente contestabile che se investimenti e “flessibilità” sono al centro dell`azione della nuova Commissione, ciò è essenzialmente il risultato dell`iniziativa dell`Italia.
Si tratta di un risultato rilevante soprattutto tenendo conto delle difficoltà che si presentavano al momento di assumere la guida del semestre. Non solo perché il Trattato di Lisbona aveva ridotto il compito della presidenza semestrale alla guida delle formazioni del Consiglio dei ministri (tranne quella Affari esteri), passando dalla definizione delle priorità politiche generali dell`Ue al coordinamento delle attività legislative e di bilancio di una delle sue “camere”. Ma anche perché la sfortunata collocazione temporale della presidenza italiana (con la pausa estiva, il parlamento appena insediato, l`attività legislativa congelata) rischiava di comprimerne ulteriormente i già limitati compiti e di marginalizzare il ruolo di fronte alla transizione istituzionale. Di fronte a questo scenario, la scelta compiuta è stata quella di muoversi su un “doppio binario”.
Da un lato, la funzione istituzionale prevista dai trattati è stata svolta in modo scrupoloso e non velleitario: lanciando alcune idee forti (come quella dellaFinance for Growth) ma soprattutto esercitando al meglio il necessario ruolo di “mediazione dinamica”. Ciò ha consentito di approvare provvedimenti rilevanti (direttiva antiriciclaggio, Fondi europei di investimento a lungo termine, il tetto alle commissioni delle carte di credito, statistiche, OGM, buste di plastica) e di favorire l`adozione di una posizione comune del Consiglio sulla lotta ai cambiamenti climatici e su numerosi altri dossier.
Dall`altro lato Renzi, forte del risultato del Pd alle europee e del suo ingresso nel Pse, ha scelto di misurarsi con la inedita politicizzazione delle dinamiche dell`Unione favorita dalla procedura dei candidati dei partiti europei alla guida della Commissione. Su questo terreno, tutto politico, imperniato sulla nuova dialettica tra Consiglio e Parlamento Europeo, il premier ha assunto il ruolo di capofila dei progressisti nel negoziato che ha portato alla formazione della Commissione Juncker. Schierandosi per la nomina del candidato del partito uscito vincitore dalle urne, ma al tempo stesso vincolandola alla definizione di un “programma di coalizione” che contenesse degli elementi di discontinuità con il passato (investimenti, flessibilità e Mediterraneo) e aduna composizione della Commissione coerente con esso (Moscovici all`economia, Mogherini Alto Rappresentante).
I risultati ottenuti costituiscono solo un primo passo verso il necessario riorientamento delle politiche europee e tuttavia non vanno sottovalutati. In particolare, pur scontando la dimensione contenuta della dotazione finanziaria iniziale il Piano Juncker istituirà un nuovo strumento, l`Efsi, dalle grandi potenzialità. Soprattutto, la comunicazione sulla flessibilità prevederà, pur con alcuni limiti, lo scorporo del cofinanziamento dei programmi europei dal patto di stabilità, ridimensionerà in modo significativo il ruolo della “regola del debito” e definirà il rapporto tra riforme strutturali e flessibilità in modo diverso e più equilibrato di quanto immaginato al tempo della discussione sugli” accordi contrattuali”. Si tratta di novità che solo pochi mesi fa pochi avrebbero ritenuto possibili.
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Articolo pubblicato su “La Repubblica – Affari e Finanza” del 12/01/2015

Il volto sociale dell’Europa

La flebile ripresa dell’eurozona segnalata da Eurostat, unita all’andamento rassicurante dei mercati, costituisce un’ennesima smentita degli scenari catastrofisti di chi, spesso in modo non disinteressato (basti pensare a certa stampa anglosassone) scommette da tempo sulla fine della moneta unica sottolineandone la strutturale insostenibilità e sottovalutando la sua dimensione politica. E tuttavia, sarebbe un errore altrettanto grave considerare l’uscita dalla recessione come il segno che la cura dell’austerità stia funzionando e che l’assetto attuale della governance economica europea possa rimanere immutato. Proprio i dati dimostrano infatti che a determinare il timido mutamento della congiuntura non sia stata tanto la domanda esterna, su cui la linea dell’austerità aveva puntato tutte le sue carte (anche se le esportazioni hanno giocato un ruolo importante in alcuni paesi come la Spagna), quanto invece la domanda interna, che è stata condizionata positivamente dal sia pur modesto allentamento del rigore di bilancio consentito dalla Commissione negli ultimi mesi sotto la spinta dei governi e delle forze progressiste. Gli inequivocabili segnali con cui le classi dirigenti europee hanno mostrato la loro determinazione a non permettere il crollo dell’euro (dal programma di acquisti “illimitati” di titoli pubblici annunciato dalla Bce all’esito della crisi politica italiana con la formazione del governo Letta) hanno a loro volta avuto un effetto inibitorio nei confronti della speculazione internazionale, rafforzato dall’approvazione dei primi provvedimenti volti a una “ri-regolamentazione” dei mercati finanziari e alla costituzione dell’unione bancaria.

Se tutto ciò ha finora evitato il baratro, un autentico e duraturo rilancio dello sviluppo e dell’occupazione potrà realizzarsi solo con una più marcata correzione della linea dell’austerità (soprattutto a sostegno degli investimenti) nel quadro di un rilancio del processo di edificazione di un vero governo economico dell’euro capace di coniugare la stabilità con la crescita, la solidarietà e la democrazia.

Su questo fronte, nelle ultime settimane prima della pausa estiva la battaglia dei progressisti europei e del Pd ha ottenuto alcuni primi significativi risultati. Il bilancio 2014-2020 è stato modificato introducendo un meccanismo di flessibilità interna che aumenterà le risorse complessive per i pagamenti e i fondi per l’occupazione giovanile. Inoltre, dando corso a un impegno assunto per avere il via libera del gruppo S&D al cosiddetto “two pack” (due nuovi regolamenti sulla sorveglianza delle politiche di bilancio) Barroso ha annunciato lo scomputo di una parte degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit strutturale dei paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo e in condizioni di recessione (come l’Italia). Infine, la richiesta dei socialisti e democratici di includere nel processo di costruzione di una “autentica Unione economica e monetaria” (UEM) un “pilastro sociale” ha portato alla decisine di dedicare il Consiglio europeo di ottobre alla dimensione sociale dell’UEM.

Naturalmente si tratta di successi parziali, che non mutano il segno complessivo di un indirizzo conservatore ancora caratterizzato dal primato delle politiche di austerità del metodo intergovernativo. E tuttavia, non è privo di significato che il gruppo S&D sia stato l’anima e il motore di un rinnovato protagonismo del Parlamento europeo e che la sua agenda stia cominciando a farsi lentamente strada persino in presenza di rapporti di forza che restano sbilanciati a destra. Così come appare rilevante che su questi temi si sia realizzato un robusto asse con il governo Letta, che a sua volta è stato tra gli artefici di tali sia pur limitati successi.

I prossimi mesi saranno decisivi per fare di questi primi risultati il punto di partenza di una grande offensiva politica dei progressisti. Da un lato, occorre battersi perché il nuovo regolamento approvato nel “two pack” che consente alla Commissione di intervenire nel processo di definizione delle leggi nazionali di bilancio sia interpretato in modo equilibrato, evitando una stretta che soffocherebbe sul nascere i timidi segnali di ripresa e consentendo un effettivo rilancio degli investimenti. Dall’altro, va rilanciato il negoziato sul governo dell’eurozona: superando le resistenze a completare l’unione bancaria ed avviando con il consiglio europeo di ottobre l’edificazione del pilastro sociale dell’UEM e la costruzione di un bilancio aggiuntivo dell’eurozona alimentato da risorse proprie che in futuro potrà avere anche la capacità di finanziarsi emettendo titoli.

In questo quadro, il rafforzamento della legittimazione democratica delle istituzioni europee assume un ruolo decisivo, e l’esito positivo della scommessa lanciata dai progressisti di trasformare la natura delle elezioni del 2014 attraverso il meccanismo dell’indicazione preventiva da parte dei partiti politici europei del loro candidato alla Presidenza della Commissione (Martin Schulz) sarà determinante. A quel punto potranno forse finalmente determinarsi le condizioni per la convocazione, nella prossima legislatura, di una Convenzione per la riforma dei trattati. Anche su questo fronte i progressisti sono al lavoro, e in autunno il Parlamento approverà un rapporto con precise proposte, mentre il gruppo Spinelli pubblicherà una bozza completa di nuovo trattato (di entrambi i documenti sono co-autore). Per dare vita a un vero governo economico europeo basato sul metodo comunitario e imperniato sulle istituzioni dell’Ue, e per completare la transizione già in atto verso un’Unione di tipo federale, che rappresenta il solo approdo duraturo per la moneta unica e la condizione per il rilancio del modello sociale europeo e per la rigenerazione della nostra democrazia.

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Per leggere l’articolo integrale pubblicato nello speciale Dossier de L’Unità sull’Europa, a cura del gruppo S&D, in distribuzione alla Festa Nazionale de L’Unità di Genova, clicca qui.

La lezione di Aldo Moro

Questo trentacinquesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro cade in un momento particolarmente delicato della vicenda storica della democrazia italiana. Un momento di crisi che sollecita una riflessione sull’eredità della figura e dell’opera dello statista pugliese e sul significato storico-politico della sua tragica fine.

Una riflessione che trascenda i confini del cosiddetto “caso Moro” e si misuri con la parabola complessiva del suo impegno politico. Liberando il prigioniero dalle mura di un carcere che si è proiettato nell’immaginario e nella storiografia in una duplice forma: da un lato con la rimozione della sua azione di statista e di dirigente, oscurata o banalizzata dalla preponderante storiografia sui “misteri” del suo assassinio. Dall’altro con la distruzione morale della sua figura operata dalle Brigate Rosse attraverso la sapiente manipolazione delle sue lettere e la capacità di affermare, come ha rilevato Miguel Gotor, l’interpretazione tendenziosa di una “casta” politica (termine in voga presso le Br) che rese inevitabile l’uccisione Moro perché si rifiutò di trattarne la liberazione per ragioni di lotta politica interna.

Al contrario, una adeguata “intelligenza storica” verso la politica e la riflessione di Moro offrirebbe strumenti analitici e concettuali preziosi per comprendere alcuni caratteri di fondo della crisi della democrazia italiana. Certo, occorre sottrarsi al rischio di analogie e parallelismi affrettati con la situazione odierna, che risultano incoraggiati anche dall’inquietante riemergere nel discorso pubblico attuale e nella dilagante critica contro la democrazia dei partiti di stilemi e di analisi tipici del “partito armato” e del suo allora amplissimo fronte di fiancheggiatori politici e intellettuali. Piuttosto, andrebbe recuperato in tutta la sua densità storico-politica il concetto moroteo di “democrazia difficile”. Da un lato, come prisma attraverso cui comprendere le ragioni di fondo delle tensioni che attraversavano il sistema politico e che riflettevano la fragilità della nazione italiana e la radicata ostilità di gran parte delle sue classi dirigenti verso il sistema democratico, contribuendo a “condannare” la Dc a una faticosa centralità dovuta alla “impossibilità di una alternativa”. Dall’altro lato, come sforzo di inclusione politica e sociale incentrato sul parlamento e volto a superare i limiti derivanti da quella impossibilità, rispettandone al tempo stesso rigorosamente i confini e i vincoli di natura interna e internazionale.

La laboriosa “apertura a sinistra” che portò al centro-sinistra fu la prima espressione di quel metodo e di quell’impianto analitico, che poi di fronte al terremoto politico e sociale esploso nel ’68 si misurò in una ancora più impegnativa “strategia dell’attenzione”. Una “attenzione” rivolta al partito comunista pur nella “impossibilità di una comune gestione del potere”, ma anche ai fermenti e le proteste giovanili che esprimevano i “tempi nuovi” e in ogni caso testimoniavano “l’immissione della linfa vitale dell’entusiasmo, dell’impegno, del rifiuto dell’esistente propri dei giovani”, che “nella società, nei partiti e nello Stato è una necessità vitale”. Di fronte al precipitare della crisi, l’attenzione verso il Pci divenne “uno sforzo di salvezza, il quale non può essere altro che uno sforzo di solidarietà nazionale”. Una operazione resa difficile dal fatto che la convergenza richiedeva al tempo stesso “una certa rigidezza, una certa delimitazione di confini […] che lascia ancora distanti le sponde che pure si vorrebbe avvicinare”.

Quel delicato esperimento politico contribuì a salvare la democrazia italiana ma non sopravvisse alle tensioni che lo avevano reso indispensabile e alle resistenze che aveva generato, mentre l’uccisione di Moro rese ancora più insuperabili i già fortissimi ostacoli ad una evoluzione del sistema politico lungo le linee di una moderna democrazia dell’alternanza. Ciò concorse ad attribuire alla transizione italiana quei caratteri peculiari che ancora oggi rendono problematico un suo approdo di tipo europeo. Di fronte a questa persistente difficoltà, una riflessione adeguata sulla figura di Aldo Moro che si affranchi dalle interpretazioni dominanti della storia dell’Italia repubblicana incentrate sulle nozioni di “partitocrazia” e “consociativismo” sarebbe dunque di grande utilità. Contribuendo a superare i limiti che hanno caratterizzato la cultura politica della seconda repubblica, e ponendo delle fondamenta più solide allo sforzo e alla battaglia per edificare una nuova stagione della nostra democrazia.

 

Articolo di Roberto Gualtieri, L’Unità, 16 marzo 2013.

Rigore e crescita, i progressisti segnano un punto in Europa

Articolo pubblicato su L’Unità, 24 febbraio 2013

 

L’Italia non ha futuro fuori dall’euro e la disciplina di bilancio costituisce un requisito essenziale per la tenuta della moneta unica. Al tempo stesso, come anche le recenti previsioni economiche della Commissione hanno certificato, la linea dell’austerità è fallita determinando un avvitamento recessivo e un crollo degli investimenti che non ha solo pesanti conseguenze economiche e sociali, ma che non consente neanche di conseguire l’obiettivo della riduzione del debito pubblico. La difficile quadratura del cerchio tra disciplina di bilancio e crescita, tra risanamento e investimenti, costituisce insomma il cuore del problema politico ed economico dell’Europa e dell’Italia, e la capacità di offrire credibili soluzioni a questo dilemma dovrebbe costituire il metro per giudicare i programmi dei partiti.

Differenziandosi sia dalla acritica difesa del rigore che dai populismi irresponsabili, il Partito democratico e Bersani hanno puntato le loro carte sulla possibilità di correggere la linea di politica economica dell’Ue in senso più favorevole alla crescita e agli investimenti nel quadro del rafforzamento dei meccanismi di disciplina di bilancio dell’eurozona. Pieno rispetto delle regole e dei vincoli europei a Roma, ma correzione a Bruxelles della ricetta macroeconomica indicata agli stati membri. Il compromesso tra Parlamento e Consiglio raggiunto questa settimana sul cosiddetto “two pack” (due regolamenti sui nuovi meccanismi di controllo della disciplina di bilancio), al quale i membri del Partito democratico nel gruppo S&D hanno dato un contributo fondamentale, costituisce da questo punto di vista un successo decisivo, che dimostra la credibilità dell’impostazione di Bersani. Dopo un lungo braccio di ferro infatti il Parlamento ha accettato di dare il via libera alle nuove norme, che consentiranno tra l’altro alla Commissione di intervenire direttamente nel processo di formazione delle leggi nazionali di bilancio, ottenendo però due fondamentali contropartite.

La prima riguarda l’istituzione di un gruppo di esperti con il compito di analizzare la fattibilità dell’istituzione di un Fondo di riscatto del debito, che sostituisca parte del debito pubblico degli stati membri con eurobond garantiti collettivamente, e quindi in grado di ridurre sostanzialmente la spesa per interessi e rendere più credibile il percorso di abbattimento del debito. La seconda contropartita riguarda una parziale ma significativa correzione di rotta nell’applicazione del Patto di Stabilità (e quindi anche del fiscal compact, che a quelle norme rimanda). All’articolo 11 di uno dei due regolamenti del two pack infatti è stato inserito un paragrafo che impegna la Commissione a presentare entro il mese di luglio di quest’anno una comunicazione sul modo di sfruttare le possibilità offerte dal Patto di Stabilità per conciliare la disciplina di bilancio con gli investimenti pubblici produttivi. Inoltre, la possibilità di “deviazioni temporanee” dagli obiettivi di medio termine di finanza pubblica (formalmente previste dal Patto di stabilità) è esplicitamente richiamata in un nuovo paragrafo dell’articolo 4 dello stesso regolamento, dedicato ai compiti delle nuove autorità indipendenti per il monitoraggio delle politiche nazionali di bilancio istituite dal fiscal compact. Infine, un paragrafo sulla necessità di un monitoraggio specifico delle spese per istruzione, sanità e occupazione da un lato, e per quelle di investimento dall’altro, che consenta di vigilare sulla coerenza delle manovre di bilancio con gli obiettivi europei in materia di crescita e occupazione, offre ulteriori strumenti per una correzione della linea dell’austerità nella direzione della crescita e della coesione sociale.

Si tratta di novità di grande rilievo, perché fino ad ora gli spazi offerti dalla normativa europea per realizzare politiche “anticicliche” facendo leva sugli investimenti pubblici nei momenti di recessione non sono mai stati utilizzati e la Commissione ha sempre seguito una interpretazione “prociclica” che si è tradotta nella famigerata linea dei “tagli lineari”. Con il compromesso sul “two pack”, che diventerà legge dell’Unione dopo la ratifica nell’aula di Strasburgo a marzo, la strategia del Pd di realizzare un grande “scambio” politico tra una più stretta unione fiscale e un rilancio della crescita a livello europeo segna un primo punto, che ora attende di essere sviluppato sulla base dei nuovi equilibri politici che la vittoria dei progressisti in Italia determinerebbe a Bruxelles.

Il nuovo europeismo progressista

articolo pubblicato su tamtam democratico, numero 14/2013

 

Il rapporto tra la sinistra e il processo di integrazione europea ha una storia complessa. Se da un lato è indubbio che il socialismo europeo ha storicamente privilegiato la dimensione dello Stato nazione come cornice entro cui dispiegare la propria azione riformatrice, dall’altro lato si può ben dire che la matrice socialista e progressista dell’europeismo è ben solida a fianco di quella cattolico-democratica e liberale. Basti pensare a due figure decisive nella storia del processo di integrazione come Jean Monnet e Jacques Delors, i veri architetti rispettivamente della Ceca e della moneta unica, entrambi collocati (sia pure in modo atipico) nella famiglia progressista e nella cui azione il nesso stretto tra processo di integrazione e sviluppo del modello sociale europeo ha sempre assunto un rilievo centrale. Persino sul versante del comunismo italiano l’originaria opposizione alla Ceca e alla Cee ha lasciato il posto, man mano che maturava l’opzione eurocomunista, a un atteggiamento di crescente apertura sfociato in un compiuto europeismo sugellato dall’elezione al Parlamento europeo di Altiero Spinelli nelle liste del Pci.

Nella seconda metà degli anni novanta questa matrice europeistica si è manifestata nel ruolo determinante svolto dai governi di centro-sinistra (allora maggioritari in Europa) nel completamento della terza fase dell’Unione economica e monetaria (cioè l’adozione della moneta comune) e nell’ingresso nell’euro dell’Italia, e successivamente, all’inizio del nuovo decennio, nel varo della strategia di Lisbona, nell’approvazione della Carta dei diritti e nell’avvio del nuovo cantiere istituzionale che avrebbe portato al Trattato costituzionale e quindi (dopo il suo affossamento nei referendum francese e olandese) a quello di Lisbona.

Si tratta di risultati importanti, i cui limiti sono tuttavia risultati evidenti con l’esplosione della crisi economico-finanziaria ed il suo impatto sull’eurozona. Il principale di essi riguarda la difficoltà a mettere in discussione la caratteristica fondamentale del modello di unione economica e monetaria elaborato da Delors e definito nel Trattato di Maastricht: la limitazione delle competenze dell’Unione alla sfera della politica monetaria, e l’attribuzione ad essa di una semplice funzione di coordinamento delle politiche economiche, la responsabilità delle quali restava in capo agli stati membri.

Certo, occorre ricordare che senza questa scelta l’euro non sarebbe mai nato perché il “modello Delors” era l’unico storicamente realistico, e che popolari e liberali hanno avuto (ed hanno tuttora) una posizione egualmente e anzi maggiormente restrittiva circa le competenze dell’Unione. E tuttavia, il bilancio assai poco lusinghiero della “strategia di Lisbona” varata nel 2001 dimostra chiaramente che il cosiddetto “metodo aperto di coordinamento” su cui essa, coerentemente alla lettera dei Trattati, era fondata, rappresenta uno strumento del tutto inadeguato per realizzare lo sviluppo e la convergenza delle economie europee e conseguire l’ambizioso obiettivo di porre l’Unione europea all’avanguardia della “economia della conoscenza”. Soprattutto se la mancata attribuzione di effettive competenze di politica economica all’Ue si accompagna, come è stato fino ad ora, alla limitazione del suo bilancio all’1% del prodotto interno lordo.

Pur essendo dunque stata decisiva per la nascita della moneta unica, la sinistra europea degli anni novanta non è stata in grado di avviare la costruzione di una vera unione economica e di superare il dualismo tra le suggestioni “mercatiste” della “terza via” e l’orizzonte statal-nazionale dei modelli di governo dell’economia tipici della propria tradizione. La successiva apertura di un lungo ciclo politico di centro-destra va interpretata anche come la conseguenza di questo limite politico-culturale che oggi, di fronte all’epilogo inglorioso della stagione neoconservatrice, i progressisti europei sono chiamati a superare.

L’affermazione di un nuovo “europeismo progressista” richiede quindi la definizione di una sintesi nuova tra mercato e politiche pubbliche, tra libertà ed eguaglianza, sul terreno inedito della costruzione di un vero governo economico europeo. Un governo economico che vada oltre la combinazione di regole europee di disciplina di bilancio e strumenti intergovernativi di assistenza finanziaria realizzata a partire dal 2010 sotto la guida di Angela Merkel, e che doti l’Unione delle risorse e delle competenze necessarie a realizzare una vera politica economica comune.

D’altronde, è ormai evidente che tale evoluzione costituisce l’unica condizione per il superamento della linea dell’austerità imposta dai conservatori, che non solo ha fatto precipitare l’eurozona nella recessione, ma non ha saputo neanche conseguire gli obiettivi di riduzione del deficit e del debito. Tutti i dati ci dicono infatti che per rilanciare la crescita e rendere realistico e sostenibile l’abbattimento del debito l’Europa ha bisogno di un motore interno di sviluppo, attraverso un rilancio degli investimenti pubblici, la correzione degli squilibri macroeconomici interni all’Unione economica e monetaria e una maggiore equità nella distribuzione del reddito.

Ma se tali politiche possono essere realizzate solo in un quadro europeo, l’attuale assetto della governance dell’eurozona non fornisce gli strumenti per la loro attuazione. In altre parole, venuta definitivamente meno la possibilità di agire esclusivamente sul terreno nazionale, i progressisti devono mettere mano a quella “costituzione economica dell’euro” che oggi, di fronte ai nuovi meccanismi di disciplina di bilancio, è divenuta una gabbia troppo stretta e funzionale unicamente alla politica economica dei conservatori.

Si tratta di un passaggio difficile, che al di là dei nominalismi richiede di intraprendere la strada di una transizione di tipo federale che, per quanto affrontata in modo non giacobino e graduale, comporta l’assunzione di un orizzonte politico nuovo e ricco di insidie soprattutto per quel che riguarda la dimensione, certo non secondaria in politica, del consenso. Ma nonostante l’indubbia delicatezza di un passaggio di questa portata, questo nuovo europeismo progressista sta prendendo forma, ed è ben visibile non solo nell’azione unitaria e coerente del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, ma anche nella crescente convergenza delle piattaforme dei partiti e dei governi progressisti.

Da questo punto di vista, la “dichiarazione di Parigi” pubblicata nel marzo scorso in occasione del grande evento organizzato dalla Fondazione dei progressisti europei (Feps) nella capitale francese a sostegno della campagna presidenziale di François Hollande costituisce un documento significativo. Alcuni dei punti di quella dichiarazione sono stati assunti con forza dai progressisti e tradotti con successo in iniziativa politica nonostante gli equilibri politici dell’Ue vedano ancora una maggioranza conservatrice.

Basti pensare alla tassa sulle transazioni finanziarie, che grazie all’azione convergente del gruppo S&D, del governo Hollande e del gruppo parlamentare dell’SPD ha consentito di avviare la realizzazione (la procedura di “cooperazione rafforzata” è da poco stata approvata da Parlamento e Consiglio) di un provvedimento fondamentale sia sotto il profilo dell’equità e dello sviluppo che sotto quello dell’introduzione di nuove “risorse proprie” nel bilancio dell’Ue. O al rafforzamento del ruolo della Bce a sostegno del debito sovrano, che quando fu proposto da Hollande ricevette aspre critiche dai conservatori e che invece nell’estate si è affermato con un solo voto contrario nel Board dell’istituto di Francoforte.

E infine, basti pensare alla nuova visione di politiche per la crescita (che ha avuto la sua prima traduzione nel “Patto per la crescita e l’occupazione”) e in particolare all’idea di una “golden rule” che scorpori una parte degli investimenti pubblici dal Patto di Stabilità. Su questo punto come si può immaginare le resistenze dei conservatori sono particolarmente accese, e tuttavia di fronte all’evidente fallimento della linea dell’austerità persino la Commissione Barroso ha annunciato una comunicazione sulla possibilità di consentire “deviazioni temporanee” dall’Obiettivo di Medio Termine per favorire lo svolgimento di programmi di investimenti pubblici di comprovata sostenibilità nel medio-lungo periodo.

Altrettanto aspro sarà nei prossimi mesi il confronto sugli altri punti qualificanti della piattaforma progressista: il rafforzamento della capacità fiscale dell’Unione (e dell’eurozona) e l’attribuzione ad essa della capacità di emettere titoli, e l’introduzione di un “Fondo per la redenzione del debito” che sostituisca una quota dei debiti sovrani con eurobond garantiti collettivamente.

Ma ciò che conta in questa sede è rilevare come il grado di convergenza politico-programmatica e il suo tasso di “federalismo implicito” sono sensibilmente superiori a quelli conseguiti in precedenza. Anche sul terreno delle politiche sociali, che è sempre stato lasciato al di fuori della sfera delle politiche europee (al di là degli interventi sostenuti dal Fondo sociale europeo) si registrano novità significative.

La richiesta di un robusto pilastro sociale è infatti uno degli elementi qualificanti della posizione del gruppo S&D nel negoziato sul futuro dell’Unione economica e monetaria condotto da Herman van Rompuy, e la proposta “garanzia per i giovani”, ripresa in parte dal Commissario Andor, contiene una notevole innovazione sul piano dell’approccio introducendo per la prima volta degli standard e dei diritti sociali a livello dell’Unione.

Questo nuovo “europeismo progressista” non si limita ai temi pure centrali della governance economica, ma affronta per la prima volta la dimensione della democrazia affermando la prospettiva dell’unione politica. Lo si è visto con la chiara posizione assunta dal PSE e dal gruppo S&D sull’indicazione prima delle elezioni di un candidato dei progressisti alla Presidenza della Commissione, e lo si vedrà a breve nel nuovo grande evento internazionale organizzato dalla Feps a Torino l’8 e 9 febbraio e dedicato appunto all’Europa politica, in cui sarà probabilmente varato un nuovo documento comune di chiara ispirazione federalista.

Il cammino da percorrere per porre i progressisti alla guida di un processo riformatore che doti l’Unione di un vero governo economico legittimato democraticamente e realizzi un significativo passo verso la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa è ancora lungo.

Ma è altrettanto vero che l'”europeismo progressista” costituisce la principale novità di un processo di revisione e di allargamento dei propri confini con cui la sinistra europea sta elaborando una nuova figura del riformismo. Un processo di cui il Partito democratico, con l’originalità della sua matrice storico-politica e con la chiarezza della sua collocazione nel campo dei progressisti, costituisce un motore e un protagonista, e che trarrà dalla auspicabile formazione del governo Bersani un impulso ancora maggiore.

Verso un governo democratico dell’euro

Articolo pubblicato su ItalianiEuropei, Gennaio 2013

Le misure introdotte, a partire dal 2010, per tentare di far fronte alla crisi economico-finanziaria dell’UE hanno finito per delineare una sorta di “unione monetaria rafforzata” che presenta importanti limiti politico-istituzionali: una governance economica fatta soprattutto di regole volte a garantire la disciplina di bilancio e un eccessivo peso attribuito ai paesi creditori nell’azione di sostegno finanziario a quelli in difficoltà. Per uscire dalla crisi, l’Unione dovrà dunque superare i limiti di questo modello di governance, dovrà ampliare e rafforzare le proprie competenze in ambito economico, porre rimedio alle debolezze delle sue procedure decisionali e colmare l’assenza di un adeguato livello di legittimazione democratica.

Le conclusioni del Consiglio europeo, con la presentazione del rapporto Van Rompuy e il rinvio a giugno di ogni decisione sulla definizione di una road map verso un’autentica Unione economica e monetaria, si prestano a considerazioni ambivalenti. Da un lato, emergono confermati i profondi limiti dell’attuale quadro politico europeo a maggioranza conservatrice e, in particolare, la difficoltà della Germania ad andare oltre una retorica della “cessione di sovranità” che trova scarso riscontro in comportamenti e scelte concrete che rimangono ispirati al modello di una “Europa delle regole” priva di una genuina capacità (e delle relative risorse) di governo dell’economia. Dall’altro, il fatto stesso che nel rapporto Van Rompuy si sia ritenuto necessario indicare l’esigenza di un salto di qualità nel processo di integrazione, sia pure rinviando a una fumosa “fase tre” interventi più incisivi e non troppo specificati, e che si sia riconosciuta l’esigenza di dotare l’eurozona di una maggiore capacità fiscale certifica la consapevolezza ai più alti livelli che il modello politico-istituzionale che ha caratterizzato sinora la nuova governance “rafforzata” dell’euro è inadeguato. Se a ciò si aggiunge che la Commissione europea, uscendo dal suo torpore, ha presentato un proprio piano per il futuro dell’Unione economica e monetaria, che sul terreno istituzionale riprende molti punti della piattaforma recentemente approvata dal Parlamento europeo e che, pur con limiti e ambiguità, prospetta una transizione di tipo federale, il quadro appare ancora più mosso e aperto a sviluppi.

Per comprendere le ragioni che, sia pure in modo contrastato e contraddittorio, rafforzano la consapevolezza della necessità di una svolta nel modello di governance, occorre per prima cosa esaminare la natura dei provvedimenti affannosamente affastellatisi, sotto i colpi della crisi, a partire dal maggio del 2010. In estrema sintesi, essi hanno delineato una “unione monetaria rafforzata” basata su un grande scambio politico: da un lato, l’irrigidimento dei meccanismi di controllo delle politiche nazionali di bilancio; dall’altro, il conferimento di aiuto finanziario ai paesi in difficoltà sul mercato del debito sovrano, veicolato prevalentemente da nuovi organismi di tipo intergovernativo. E così, subito dopo lo stanziamento di un aiuto alla Grecia e l’istituzione dell’EFSF e del (più piccolo e comunitario) EFSM nella primavera del 2010, si è avviata la revisione del Patto di stabilità e di crescita (SGP), sfociata nel novembre del 2011 nell’approvazione del cosiddetto Six-Pack, che ha rafforzato il ruolo della Commissione nel meccanismo sanzionatorio e ha esteso la portata di quest’ultimo anche al ramo preventivo e non solo a quello correttivo degli squilibri di bilancio. A sua volta, la decisione presa alla fi ne del 2010 di rendere permanente l’esistenza del fondo salva-Stati – avviando il percorso (appena concluso e comprensivo di una riforma dell’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) per l’istituzione del Meccanismo europeo di stabilità (ESM) – e, soprattutto, quella presa nell’estate del 2011, nel vivo di una drammatica crisi sui mercati del debito sovrano dei paesi meridionali dell’eurozona, di ampliare i compiti e la portata degli interventi dell’EFSF/ESM e di rafforzare il sostegno alla Grecia, hanno invece aperto la porta al Fiscal Compact. Nel dicembre del 2011, infatti, nonostante il Six-Pack fosse stato appena approvato e la sua efficacia disciplinatrice non fosse stata ancora testata, su pressione tedesca il Consiglio europeo ha prima tentato di inserire l’obbligo del pareggio di bilancio (già sostanzialmente previsto nel Six-Pack) nei Trattati attraverso l’apposita procedura legislativa speciale (che richiede l’unanimità) e poi, di fronte al tentativo di David Cameron di barattare il consenso britannico con una sorta di opt-out del Regno Unito nei confronti della regolamentazione dei mercati finanziari, ha avviato la procedura che in poche settimane ha portato all’approvazione di un Trattato intergovernativo: appunto il Fiscal Compact (o Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union, TSCG).

In questo tortuoso percorso, scandito più dalle ricorrenti emergenze finanziarie e dalle scadenze politico-elettorali interne agli Stati membri che da una capacità di leadership a livello dell’Unione, la virtù delle istituzioni comunitarie e la flessibilità e la forza di attrazione del quadro giuridico europeo hanno saputo in diversi casi contenere la spinta verso il metodo intergovernativo e verso l’irrigidimento meccanico del Patto di stabilità. Ciò è avvenuto non solo con il Six-Pack, in cui a fianco del maggiore automatismo delle sanzioni ha fatto la sua comparsa la possibilità di deviazioni temporanee dagli obiettivi di riduzione del deficit e del debito in caso di grave recessione o circostanze straordinarie, ma anche con lo stesso Fiscal Compact, che è stato sostanzialmente “comunitarizzato” dalla Commissione e dal Parlamento, incorporandovi per questa via i margini di flessibilità già introdotti nel Six-Pack. E tuttavia, nonostante questa riduzione del danno, l’unione monetaria rafforzata, edificata tra il 2010 e il 2012, presenta due fondamentali limiti politico-istituzionali che ne hanno minato considerevolmente l’efficacia. In primo luogo, la governance economica a livello dell’UE è concepita unicamente in chiave di regole e segnatamente di regole volte a garantire la disciplina di bilancio degli Stati membri: una funzione riduttiva e funzionale all’attuazione di una linea di politica economica, l’austerità, fortemente prociclica e, per questo, non in grado di promuovere la crescita ma neanche la stabilità e il risanamento dei conti pubblici. Di fronte al permanere di un quadro macroeconomico recessivo, i margini di flessibilità faticosamente salvaguardati nel Six-Pack e nel Fiscal Compact forniscono oggi la necessaria cornice giuridica all’annunciata (dopo un delicato negoziato con alcuni Stati membri e con il Parlamento) volontà della Commissione di introdurre una maggiore flessibilità nella definizione degli obiettivi di medio termine di riduzione del deficit, che consenta deviazioni temporanee volte a salvaguardare un adeguato livello di investimenti pubblici e a ridurre il carattere prociclico delle politiche di bilancio. Anche questo possibile sviluppo positivo sarebbe, però, del tutto insufficiente in assenza di un’effettiva capacità di governo economico dell’euro dotata di risorse e poteri adeguati.

Il secondo profondo limite dell’attuale modello di governance riguarda l’azione di sostegno finanziario ai paesi in difficoltà. Essa, infatti, è prerogativa degli Stati membri, in quanto l’EFSF e l’ESM sono organismi intergovernativi esterni al quadro istituzionale dell’UE e finanziati con risorse limitate e conferite di volta in volta dai rispettivi Parlamenti nazionali. Ciò attribuisce un peso preponderante ai maggiori paesi creditori privi di problemi di approvvigionamento sui mercati e, allo stesso tempo, fa dipendere l’intera governance dell’eurozona dalle loro vicende di politica interna, accentuando ulteriormente la contraddizione fra la dimensione nazionale delle politics e quella europea delle policies, che mina la legittimità dell’UE agli occhi dei cittadini e riduce l’efficacia della sua azione. Non è, dunque, un caso che la febbre degli spread si sia raffreddata solo dopo l’annuncio da parte della BCE delle Outright Monetary Transactions (OMT), cioè di un programma di acquisto di titoli fino a tre anni sul mercato secondario, perché la BCE, in quanto istituzione federale dell’UE, può garantire un potenziale acquisto illimitato di titoli che un organismo come l’ESM non potrebbe realizzare per ragioni inerenti alla sua natura intergovernativa e alle dinamiche politico-istituzionali che ne regolano la funzione. Ma la BCE e le sue (per ora solo annunciate) OMT non possono supplire in modo permanente ai limiti di una governance basata su rigide regole di austerità e risorse limitate gestite dagli Stati membri per intervenire a valle delle crisi di solvibilità. Per superare la crisi, l’eurozona deve andare oltre il modello di unione monetaria rafforzata e affrontare i problemi di fondo del suo assetto costitutivo, che gli interventi degli ultimi due anni non hanno risolto. Il primo problema riguarda le competenze dell’Unione. La semplice competenza di coordinamento, assegnata all’UE dai Trattati in materia di politica economica, è inadeguata alla necessità di un governo economico positivo, che non si limiti al controllo della disciplina di bilancio. La via maestra per risolvere questo squilibrio è, naturalmente, la riforma dei Trattati e il passaggio, per la politica economica, da una competenza di coordinamento a una competenza condivisa, ma anche a Trattati costanti è possibile costruire un coordinamento rafforzato delle politiche economiche che sia reso sostanzialmente vincolante non solo da un meccanismo sanzionatorio sul modello di quello introdotto dal Six-Pack, ma anche da incentivi di carattere economico. La proposta di Van Rompuy di “contratti individuali” tra i diversi paesi e la Commissione nel quadro della procedura per gli squilibri macroeconomici è diversa da quella del Parlamento (basata sull’introduzione di benchmarks vincolanti) e per molti aspetti discutibile e, tuttavia, è significativo che essa sia collegata alla costruzione di una capacità fiscale rafforzata per l’eurozona.

Il secondo problema dell’attuale modello di governance è dato, infatti, dall’inadeguatezza del bilancio europeo e dall’assenza di un vero meccanismo di risorse proprie, legato a imposte e tariffe su base europea, che superi il modello dei contributi nazionali. Nonostante la posizione restrittiva adottata dagli Stati membri sul prossimo Quadro finanziario multiannuale (MFF), l’accordo per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie attraverso la procedura di cooperazione rafforzata e l’apertura del cantiere per la costruzione del cosiddetto bilancio dell’eurozona, di cui lo Strumento per la convergenza e la competitività proposto dalla Commissione potrebbe essere il primo tassello, rappresentano sviluppi positivi, che vanno nella direzione delle proposte del Parlamento. Resta, però, una forte reticenza sulla questione della gestione comune del debito. Il progetto della Commissione riprende l’impostazione del Parlamento su fondo di redenzione del debito, su eurobills e persino sulla comunitarizzazione dell’ESM, anche se antepone a tali interventi una riforma dell’articolo 125 del TFUE (la celebre no bail out clause), che, secondo il Parlamento, non sarebbe necessariamente violato da alcuni di questi strumenti. Il rapporto Van Rompuy e le conclusioni del Consiglio europeo indicano invece una preoccupante difficoltà a collocare stabilmente tali sviluppi nella road map, confermando il carattere decisivo e preliminare di alcuni dei prossimi appuntamenti politico-elettorali.

Il terzo problema dell’assetto attuale dell’eurozona riguarda la debolezza delle procedure decisionali europee e l’assenza di un loro adeguato livello di legittimazione democratica. Anche in questo caso, solo una riforma dei Trattati potrà realizzare la necessaria generalizzazione della procedura legislativa ordinaria e del voto a maggioranza nell’ambito della politica economica, fiscale e di bilancio, superando l’unanimismo e mettendo Parlamento e Consiglio sullo stesso piano. E, tuttavia, l’attuale quadro giuridico offre gli strumenti per realizzare fin da subito alcuni dei passi necessari verso la costruzione di un’adeguata capacità di decidere delle istituzioni europee e verso la sua democratizzazione. Anche sotto questo punto di vista, il blueprint della Commissione riprende in misura significativa alcune proposte del Parlamento, il cui riflesso è rintracciabile, sia pure in modo più timido, nel documento Van Rompuy. Ma il rafforzamento della Commissione, del Parlamento e del processo decisionale dell’UE non sarebbero sufficienti sotto il profilo della legittimazione democratica (ma anche della loro efficacia) senza la loro politicizzazione e la costruzione di un vero spazio politico europeo. In questo quadro, l’indicazione, prima dello svolgimento delle elezioni europee, da parte dei partiti politici europei dei rispettivi candidati alla presidenza della Commissione rappresenta un’innovazione fondamentale. Essa trasformerebbe significativamente la costituzione materiale europea senza alcuna riforma dei Trattati e sarebbe pienamente coerente con la norma che già ora prevede che il presidente della Commissione sia eletto dal Parlamento europeo e che la sua indicazione da parte del Consiglio europeo (a maggioranza qualificata) debba avvenire tenendo conto del risultato delle elezioni europee. Il fatto che anche su questo punto decisivo, ripreso pure nel blueprint della Commissione, si sia registrato in Parlamento il consenso dei maggiori gruppi politici fornisce ragioni di moderato ottimismo circa la possibilità che le elezioni del 2014 possano rappresentare una tappa fondamentale verso la costruzione di una vera democrazia europea, che a sua volta costituisce la condizione e la premessa per la realizzazione di un’autentica Unione economica e monetaria nel quadro di una graduale ma indispensabile transizione di tipo federale.

 

Eurozona, serve una transizione federale

Dopo l’intesa sulla vigilanza bancaria unificata (non priva di ombre e incertezze) il negoziato sulla governance dell’eurozona condotto da Herman van Rompuy entra ora nel vivo sui temi dell’unione economica e di bilancio. Se pure sensibilmente migliorato rispetto ai documenti precedenti (grazie anche al contributo della Commissione e del Parlamento europeo), l’interim report presentato al Consiglio Ue resta deficitario rispetto alla sfida della costruzione di un vero governo democratico dell’euro. L’idea di una “capacità fiscale aggiuntiva” dell’eurozona per assorbire gli shock asimmetrici e sostenere crescita e coesione sociale è potenzialmente di grande rilievo, ma il documento lascia aperti nodi decisivi come l’entità e le fonti di finanziamento di questo “euro-budget”, oltre che il suo rapporto con il bilancio della Ue (sul quale da parte del Consiglio continua a prevalere una linea molto restrittiva). La proposta di rafforzare la convergenza delle politiche economiche attraverso “contratti individuali” tra stati membri e Unione appare inefficace e rischia di accentuare il deficit democratico dell’Ue. Infine, la dimensione democratica dell’Unione economica e monetaria continua ad essere inadeguata.

L’Europarlamento partecipa al negoziato sulla base di una piattaforma ambiziosa ma realistica. Il presupposto è che all’euro non basta un sistema di regole e di disciplina, ma serve un vero governo economico basato sulle istituzioni dell’Ue (respingendo ogni deriva inter-governativa) e dotato di risorse adeguate. L’euro-budget deve quindi avere una dimensione significativa, essere alimentato da “risorse proprie” a livello di eurozona  (Tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax etc.) e deve costituire una sezione del bilancio dell’Ue gestita in modo democratico con la co-decisione. Le linee guida della politica economica (che devono comprendere target sociali ed occupazionali, configurando un vero e proprio pilastro sociale dell’Ue) devono diventare vincolanti ed essere definite da Consiglio e Parlamento su un piede di parità, mentre governi e parlamenti nazionali devono poter decidere come conseguire gli obiettivi comuni. Infine, il rafforzamento della disciplina di bilancio realizzato con six pack e fiscal compact (e che verrà completato dal “two pack”) deve accompagnarsi a una maggiore flessibilità sugli investimenti e alla costruzione di una capacità comune di gestione ed emissione del debito.

Questi sviluppi non devono attendere la necessaria riforma dei trattati, ma al contrario devono avviarsi subito sulla base del trattato di Lisbona, non solo per affrontare la crisi ma anche per costruire tra i cittadini il consenso politico necessario a sostenere la riforma istituzionale che dovrà realizzarsi nella prossima legislatura con una convenzione democratica. In questo quadro, rendere le prossime elezioni europee elezioni per il governo dell’Europa, con l’indicazione dei candidati dei partiti alla guida della Commissione, rappresenta un tassello essenziale di una “transizione federale” che per avere successo deve unire in modo inedito le dimensioni economica, istituzionale e  politica all’insegna della democrazia.

 

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su l’Unità del 29 ottobre, clicca qui.

 

Massimo D’Alema e la sinistra italiana nella transizione

Come era facilmente prevedibile, la questione del ruolo di Massimo D’Alema in un passaggio di fase così delicato per il Pd e per il paese ha assunto un rilievo centrale nello scontro politico in atto in Italia. Un rilievo che va ben oltre il problema, di relativa importanza, della concreta collocazione politico-istituzionale che D’Alema avrà nella prossima legislatura, ma che investe il nodo, politicamente e simbolicamente ben più rilevante, dell’identità del Partito democratico, del suo rapporto con la storia della sinistra italiana, dei caratteri che esso intende imprimere alla transizione verso una nuova stagione della repubblica.

Non è un caso che Matteo Renzi abbia scelto D’Alema come principale bersaglio polemico della sua corsa per la premiership. La forza del messaggio di Renzi non sta nella capacità comunicativa o nell’età anagrafica del sindaco di Firenze, ma nella sua proposta di operare una radicale mutazione genetica del Partito democratico per recidere ogni legame con l’insediamento storico e la tradizione politica della sinistra italiana. Nel far ciò Renzi incontra e interpreta uno dei filoni fondamentali della cultura nazionale dell’ultimo trentennio. Un filone che ha sempre contrastato la possibilità che l’esperienza originale del Pci evolvesse in una moderna sinistra di governo di tipo europeo, non per timore dell’instaurazione di un regime comunista, ma sulla base dell’avversione di una parte delle classi dirigenti per l’autonomia politica del mondo del lavoro, concepita come il principale ostacolo ad un superamento del modello sociale e del sistema politico delle democrazie continentali. In questo quadro, la campagna contro D’Alema rappresenta il necessario complemento dell’appello agli elettori di centrodestra, e costituisce un tassello fondamentale di una proposta politica e di una strategia elettorale che puntano ad attingere, in chiave di lotta politica interna, ad una corrente profonda della vita nazionale nel momento in cui i suoi tradizionali interpreti sono in crisi.

Non c’è dubbio infatti che agli occhi degli italiani D’Alema incarni più di ogni altro uomo politico la complessa parabola storica che ha visto la trasformazione del Pci in forza di governo e il successivo determinante contributo dei Ds all’edificazione del Pd. Non a caso, egli è stato tradizionalmente oggetto di attacchi molto violenti non solo e non tanto per gli sbagli che ha commesso, ma soprattutto per quello che è stato il suo principale merito storico-politico: aver saputo evitare, nel drammatico passaggio tra la prima e la seconda repubblica, lo sradicamento, la dispersione e lo snaturamento dell’insediamento storico, del gruppo dirigente e della cultura politica della sinistra italiana. E, tra mille peripezie, ostacoli ed errori, averne fatto un perno della tenuta del paese e del suo ancoraggio con l’Ue nella prospettiva di una transizione di tipo europeo che riannodasse i fili spezzatisi con il crollo del vecchio sistema politico e l’avvento di Berlusconi.

E’ del tutto evidente dunque che nella campagna di Renzi contro D’Alema la questione della ricandidatura in Parlamento sia del tutto strumentale. Anche perché, come è noto, in tutti i paesi europei i partiti politici garantiscono un equilibrio tra rinnovamento della rappresentanza e tutela di alcuni presidi di esperienza, e in nessun caso la composizione dei gruppi parlamentari è prerogativa del leader ma è affidata a normali procedure democratiche. Per questo, se è del tutto giusto e corretto che la questione di questa e altre candidature sia affrontata nella sede e nel momento appropriati, è altrettanto chiaro che l’aggressione e il dileggio che quotidianamente vanno in scena sulle piazze d’Italia non riguardano una persona ma una storia e un’ipotesi di transizione. E che per questo meritano una risposta ferma.

 

da l’Unità del 17 ottobre 2012.

 

Spread, spetta agli Stati membri e alla Ue muoversi

Se le parole di Mario Draghi sulla determinazione della BCE a salvare l’euro ad ogni costo hanno evitato un precipitare della crisi nella pausa estiva, e’ ormai evidente a tutti che nei prossimi mesi l’Unione europea dovrà sciogliere ogni ambiguità sulla sua effettiva volontà di dare sostanza alle formule “governo economico dell’eurozona” e “unione politica”. Proprio le drammatiche vicende di queste settimane hanno infatti dimostrato che il modello di governance “rafforzata” dell’euro costruito a partire dal maggio del 2010 in risposta all’esplosione della crisi dei debiti sovrani e’ inadeguato, e che solo l’impegno della Banca centrale europea (che a differenza del fondo salva-stati e’ un’istituzione dell’Unione e non dei governi) ad agire spingendosi oltre i confini tracciati dal governo tedesco ha impedito che la febbre dello spread raggiungesse livelli insostenibili (senza per questo riuscire a eliminarla). Ma poiché la supplenza della BCE non può durare all’infinito, spetta ora agli stati membri e alle istituzioni dell’Ue muoversi.

Come e’ noto, il Presidente van Rompuy e’ stato incaricato di presentare al Consiglio europeo di dicembre un documento con proposte concrete e una definita road map per la realizzazione di una “genuina” Unione economica e monetaria. Il Parlamento europeo non sarà spettatore, e contribuirà al processo con due rapporti di iniziativa (di cui sono in entrambi i casi co-relatore): il primo, affidato in “condominio” alla Commissione Affari Economici e Monetari e a quella Affari Costituzionali, verra’ elaborato prima del varo del documento van Rompuy; il secondo, assegnato alla sola Commissione Affari Costituzionali, concluderà il suo iter dopo il Consiglio europeo di dicembre.

La linea che perseguiremo sarà di superare il modello di governance, fondato sullo scambio tra irrigidimento del patto di stabilita’ (six pack e fiscal compact) e fondo salva-stati (Efsf/Esm), che e’ stato finora alla base della risposta europea alla crisi dei debiti sovrani. Tale modello attribuisce infatti all’Unione e alle sue istituzioni comuni la funzione di semplici “guardiani” del rispetto delle regole di disciplina di bilancio, mentre conserva al livello degli stati membri la gestione dei meccanismi di stabilita’ (l’Efsf e l’Esm sono infatti organismi intergovernativi) e in generale la titolarità della politica economica, nel quadro dell’attribuzione al bilancio dell’Ue di risorse molto limitate (l’1% del Pil). Si tratta di un modello incompatibile con le esigenze di un vero governo economico comune, e funzionale al perseguimento di una linea di politica economica, incentrata sull’austerità, rivelatasi iniqua e inefficace. Inoltre, l’impianto intergovernativo su cui esso si fonda impedisce di attribuire alla governance dell’eurozona una legittimazione democratica, che per essere tale non puo’ che fare perno sulle istituzioni comuni, a partire dal Parlamento europeo.

Le proposte che avanzeremo punteranno a rafforzare le competenze dell’Unione in materia di politica economica, a riportare i meccanismi di stabilita’ nel quadro giuridico dell’Ue come condizione per una loro maggiore efficacia e per la progessiva messa in comune dei debiti pubblici, ad alimentare (e incrementare) il bilancio dell’Ue con risorse proprie provenienti da imposte comuni (tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax, tassa sull’e-commerce), a definire procedure democratiche di governance fondate sul pieno coinvolgimento del Parlamento europeo. Tutto questo attraverso un duplice binario istituzionale: l’utilizzazione degli strumenti di flessibilità previsti dal Trattato di Lisbona per avviare da subito le necessarie riforme, e la predisposizione di una riforma dei Trattati da affidare a una Convenzione che sancisca la nuova Unione economica e monetaria fondata sulla stabilita’, la solidarieta’, la crescita e la democrazia. E realizzi un ulteriore passo avanti nella “transizione federale” verso una compiuta Europa politica.

per visualizzare la versione integrale dell’articolo tratto dalle pagine 6 e 7 di “Noi e l’Europa”, il dossier de l`Unita` per le Feste del PD e la Festa nazionale di Reggio Emilia, clicca qui.

Il partito dei socialisti e democratici europei

 

L’attuale crisi della costruzione europea va inquadrata nella “grande transizione” apertasi nel 2008 con l’esplosione della crisi dell’“ordine neoliberale” che dalla fine degli anni settanta aveva preso il posto dell’egemonia cooperativa statunitense e del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro edificato nel dopoguerra. Tale crisi ha innescato uno scontro durissimo, che ha come posta in gioco la ripartizione sociale e internazionale dei suoi costi e la definizione di nuove gerarchie politiche ed economiche mondiali.

La risposta elaborata dal Ppe sotto la guida di Angela Merkel ha puntato alla costruzione di una “unione monetaria rafforzata”, basata sullo scambio tra “fondi salva-stati” (Efsf/Esm) e irrigidimento del patto di stabilità (six pack e fiscal compact): ossia tra un impiego limitato e circoscritto di risorse tedesche a sostegno della tenuta della zona euro e un rafforzamento dei meccanismi di disciplina di bilancio. L’obiettivo di questa linea è quello di tutelare l’apparato industriale tedesco nei confronti sia della potenza cinese e dei Brics che della finanza anglosassone, garantendo la sopravvivenza della moneta unica e innescando al tempo stesso nei paesi periferici un processo di deflazione salariale attraverso politiche recessive e deregolamentazione del mercato del lavoro concepito come  la sola alternativa possibile alla svalutazione del cambio. Il tutto garantendo un primato della politica economica tedesca attraverso il mantenimento dell’asimmetria tra unione monetaria e assenza di governo economico comune.

La duplice crisi del Ppe, stretto fra la rinascita socialdemocratica e il nuovo antieuropeismo liberale e populista è la traduzione politico-elettorale dei limiti e delle contraddizioni innescate da questa linea, che ha generato al tempo stesso una crisi di legittimità delle istituzioni nazionali ed europee, ed una altrettanto profonda questione sociale a partire dalle zone più sviluppate del continente che nello scorso decennio avevano costituito il bastione del centro-destra e in cui è stata più marcata la rinascita socialista e democratica.

Se la linea dell’“unione monetaria rafforzata” ha fallito e rischia non solo di far saltare l’euro ma di mettere in discussione i fondamenti del modello sociale e del patto di cittadinanza su cui nel dopoguerra si è rifondata la civiltà europea, il compito che attende la sinistra europea costituisce una sfida forse più ardua persino di quella rappresentata dalla realizzazione del compromesso tra classe e nazione che ha consentito quella rifondazione. Altrettanto sinteticamente, possiamo definire questo compito come la realizzazione di una transizione federale democratica verso una vera unione economica. La complessità di tale transizione è che essa richiede al tempo stesso una svolta politica e sociale, che presuppone un conflitto, e un patto costituente, che richiede un grande compromesso. Conflitto e attitudine al compromesso che devono modificare i rapporti di forza politici in Europa e contribuire a orientare l’evoluzione del popolarismo verso un federalismo democratico e sociale evitando che esso sia risucchiato sul terreno del nazionalismo populista.

Sul piano delle politiche europee, da un lato occorre respingere l’impostazione dualistica che paradossalmente accomuna sia la Corte costituzionale tedesca che una parte (minoritaria) del federalismo di matrice giacobina, secondo cui ulteriori passi verso l’unione economica sarebbero possibili solo dopo una compiuta trasformazione dell’Ue in uno stato federale che passi per una organica riforma dei trattati. Un’impostazione che si traduce in una sostanziale paralisi istituzionale, e che di fatto legittima come unica strada realmente percorribile quella della unione monetaria rafforzata. Dall’altro lato, altrettanto inadeguato è postulare la possibilità di riequilibrare nel senso della crescita la politica economica dell’Ue senza incamminarsi sul terreno di una transizione federale imperniata sulle istituzioni dell’Unione e sorretta da una loro politicizzazione basata su partiti di dimensione europea (e che dopo aver sfruttato al masle possibilità offerte dal quadro giuridico esistente dovrà sfociare in una riforma dei trattati).

Tutto ciò ha implicazione profonde per il Pd. Se è vero che una transizione federale a carattere democratico e popolare e non giacobino non può che fondarsi sul superamento della dimensione e dell’orizzonte nazionale dei partiti, è chiaro che il Pd deve portare a compimento il percorso avviato con la nascita del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Ciò non implica la trasformazione del Pd in un partito socialista, ma richiede un impegno per la costituzione, prima delle prossime elezioni europee, del Partito dei socialisti e democratici europei. L’appartenenza al Psde è pienamente compatibile con la peculiare identità del Pd, ma richiede di precisarne la natura considerandone l’originalità come il riflesso della particolarità della storia d’Italia e non di una tendenza della storia d’Europa. Una particolarità che impone, per dar vita a un partito analogo funzionalmente ed elettoralmente alle forze socialiste e socialdemocratiche, di unire culture riformiste diverse, a partire da quella cattolico-democratica e di assicurare ad esse pari dignità.

La costituzione del Psde non deve costituire un fatto meramente organizzativo, ma deve rafforzare l’impegno già in atto per l’elaborazione comune dei lineamenti di un nuovo europeismo progressista in grado di succedere alla terza via come quadro ideologico di riferimento della sinistra europea. Un’elaborazione che può trarre linfa e alimento dai tre filoni culturali più ricchi e fecondi del Pd (il pensiero gramsciano, il cattolicesimo democratico e il federalismo europeo) e da un dialogo tra la cultura del socialismo europeo e la dottrina sociale della Chiesa. E che può fornire le basi politico-culturali di una transizione federale e di un neo-umanesimo laburista e personalista capaci di arginare la crisi e di contrastare il nichilismo mercatista e individualista che ha rappresentato il vero sostrato antropologico e culturale della egemonia neoliberista.

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su L’Unità del 23 luglio, clicca qui.