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In riferimento all'articolo "Uninominale, centinaia di adesioni bipartisan" (Corriere di ieri), vorrei precisare che, pur sostenendo la necessità di cambiare questa pessima legge elettorale, non considero realistica né auspicabile l'introduzione in Italia di un sistema "ispirato ai modelli anglosassoni" (come recita l'appello per i collegi elettorali uninominali pubblicato dal Corriere). Sono invece favorevole al sistema tedesco, dove pure ci sono i collegi uninominali, ma il meccanismo è di tipo proporzionale (corretto). Per questo non sono intervenuto a favore dell'appello.

 

Dal "Corriere della Sera" del 30\08\2010.

Nessuno pensa che l'obiettivo del Pd sia quello di rifare l'Unione. Anche Franceschini ha parlato della priorità di cambiare la legge elettorale. Ma se malaugaratamente si dovesse andare al voto con questa legge, il Pd deve giocare per vincere. Su questo il partito è unito: da Franceschini a Bersani, da Fassino a Sassoli. Decidere in partenza che non ci siano alleanze possibili favorirebbe la caduta verso elezioni anticipate. E non possiamo permetterci di regalare di nuovo il paese a Berlusconi. La posta in gioco è alta: il prossimo Parlamento sarà quello che eleggerà il nuovo Capo dello Stato.

Per il testo completo dell'intervista a "Il Riformista", clicca sul link.

Nel replicare alle obiezioni da me rivolte al suo pezzo ferragostano (dedicato alle implicazioni che una legge elettorale di tipo tedesco avrebbe sul sistema politico italiano e sul Pd), l'amico Michele Salvati ridimensiona le sue preoccupazioni e non parla più di ritorno alla Prima Repubblica e di fine del Pd, ponendo invece alcuni seri interrogativi di tipo tecnico e di carattere politico-istituzionale. Ne sono lieto e provo ad abbozzare delle sintetiche risposte. 1) Il sistema tedesco "darà luogo ad una frammentazione pluripartitica"? Sicuramente non più del sistema attuale (che come si è visto non produce il bipartitismo), e certamente meno della legge Mattarella (quando si è toccato il picco della frammentazione). Basti notare come alle ultime europee, nonostante la presenza di una soglia di sbarramento minore di quella del sistema tedesco (il 4 invece del 5%), sono entrate in Parlamento solo 5 liste. Peraltro, l'assenza della "corsa al premio di maggioranza" e il voto di preferenza hanno anche evitato il fenomeno della "frammentazione mascherata", cioè l'assegnazione di seggi sicuri a piccoli partiti all'interno delle liste più grandi (come è avvenuto invece alla Camera e al Senato), rendendo da questo punto di vista il risultato delle europee assai più"maggioritario" di quello ottenuto nel 2008 con la legge Calderoli. 2) Avremo "governi non scelti dagli elettori e faticosamente costruiti in Parlamento"? L'unico modo per avere un'elezione diretta del governo è fuoriuscire dalla forma di governo parlamentare e istituire il presidenzialismo, il quale però, come è noto, si fonda sulla rigida separazione tra esecutivo e legislativo e non prevedel'obbligo della formazione in Parlamento di una maggioranza dello stesso colore del governo. Se quindi Salvati vuole l'elezione diretta del governo dovrebbe preoccuparsi della forma di governo e non della legge elettorale, a questo fine del tutto irrilevante. Nei sistemi parlamentari la legge elettorale può limitarsi a favorire la costruzione di una maggioranza in Parlamento attraverso delle correzioni di tipo maggioritario (che, come dimostra il caso inglese, non impediscono né il cambio di Premier in corsa, né il negoziato dopo il voto trai partiti), ma mai a predeterminarla rigidamente, cosa che avviene solo con la legge Calderoli con evidenti effetti di accentuazione dell'instabilità (le cronache del 2007 e quelle attuali parlano da sole). Ma con il sistema tedesco la formazione di una maggioranza e di un governo sarebbe "faticosa"? In Germania non sembra proprio, ma anche tornando all'esempio delle scorse europee, vediamo come il Pdl più la Lega con il 45% dei voti hanno una confortevole maggioranza del 53% dei seggi (mentre il Pd con il 26% dei voti ha ottenuto il 30% dei seggi). Quanto poi alla presunta funzione "ancillare" che un'eventuale maggioranza formatasi con il sistema tedesco assegnerebbe al Pd, ancora una volta il caso della Germania (dove i liberali pur a lungo determinanti non hanno mai espresso il Cancelliere) sembrerebbe smentirlo. In ogni caso, per superare questo rischio (ben presente anche con l'attuale legge) occorre proseguire con determinazione la strada della costruzione di un Pd forte e radicato nella società. Superando l'illusione che l'ingegneria elettorale e istituzionale possa assegnare d'ufficio una "funzione maggioritaria" che solo la politica può attribuire.

Per visualizzare l'articolo su "Il Riformista", segui il link.

Da "Il Riformista" del 20 agosto 2010:

Nel suo articolo apparso sul "Corriere della sera" nel giorno di ferragosto Michele Salvati ha giustamente sottolineato quanto possa essere esiziale per il Partito democratico affrontare la crisi politica della maggioranza senza avere definito quale modello di legge elettorale (e di conseguenza quale evoluzione del sistema politico italiano) mettere al centro della propria strategia. E tuttavia, le conclusioni a cui Salvati giunge si fondano su un'interpretazione storica assai discutibile, che le rende poco convincenti. In sintesi, la "Seconda Repubblica" sarebbe stata "costretta al bipolarismo" dal maggioritario. Di conseguenza, ogni abbandono di questa tecnica elettorale per una legge di tipo proporzionale produrrebbe non solo la fine del bipolarismo ed il ritorno ai "guasti" della Prima Repubblica, ma determinerebbe anche l'inevitabile fine del Pd inducendo la sua trasformazione in una forza socialdemocratica e il conseguente abbandono della componente cattolica (o viceversa). Si tratta di un'argomentazione che non fa i conti con la realtà storica. In realtà, la caratteristica fondamentale del sistema politico della "Prima Repubblica" non è stata l'assenza del bipolarismo, che anzi dalle elezioni del 1948 è sempre stato netto, ma la mancanza di alternanza, preclusa non dalla proporzionale ma dall'esistenza del più grande partito comunista d'Occidente. Anche la presenza di un partito come la Dc (in cui convivevano conservatori e progressisti), oltre ad essere il frutto del genio politico di De Gasperi era strettamente collegata alle caratteristiche e alla forza del Pci ed al contesto della guerra fredda, che sorreggevano la "centralità" del partito cattolico. Analogamente, ciò che negli anni novanta ha determinato l'avvento di una democrazia dell'alternanza sono stati la fine del comunismo e lo scioglimento del Pci e non certo la legge Mattarella. Semmai quest'ultima ha condizionato le caratteristiche del bipolarismo, contribuendo alla formazione di coalizioni preventive "coatte" uniche nel panorama europeo (dove il sistema politico si impernia sui partiti e non su "poli"), e rendendo determinanti sigle di dimensioni trascurabili. Pensare che il sistema elettorale tedesco (peraltro assai diverso dal proporzionale "puro" all'italiana per lo sbarramento al 5% e il 50% di collegi uninominali maggioritari) sarebbe di per sé in grado di riportare indietro le lancette del tempo determinando la fine del "bipolarismo" (e magari anche dell'alternanza) significa dunque essere prigionieri del passato. Per la precisione, dei termini del vecchio dibattito sulle riforme degli anni '80, che ha comprensibilmente condizionato le scelte dei primi anni novanta ma che ora appare irrimediabilmente datato. Per quanto riguarda il Pd, anche l'idea che esso sia "figlio del maggioritario" senza di cui la componente socialista e quella cattolica sarebbero destinate a scindersi appare la conseguenza del medesimo equivoco storiografico. La ragione dell'incontro tra postcomunisti e popolari (oltre che degli eredi delle altre tradizioni progressiste) non sta infatti nel sistema elettorale ma nella peculiare vicenda storica del riformismo italiano, che non ha conosciuto una grande forza socialdemocratica ed è vissuto diviso in formazioni politiche diverse. Sono state la fine del Pci e della Dc (oltre che le trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi decenni) a unificare quei riformismi che un contesto irripetibile come quello della guerra fredda aveva plasmato e diviso. Non a caso, i postcomunisti hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di edificare da soli un grande partito progressista di dimensioni europee, e pensare che un socialismo italiano possa rinascere per effetto della legge tedesca significa avere una concezione assai riduttiva della "questione comunista". E' bene dunque che il dibattito sulla legge elettorale si fondi su basi storiche più solide senza caricarsi di implicazioni improprie. E che sappia guardare ai diversi modelli europei (la maggioranza dei quali di tipo proporzionale) con la necessaria flessibilità e con il dovuto pragmatismo, superando i condizionamenti di quella ossessione politologica che da troppo tempo impedisce una discussione serena e meditata sul futuro della nostra democrazia.


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Il 15 agosto ho visitato il carcere femminile di Rebibbia, la casa di reclusione e l'stituto a custodia attenuata per tossicodipendenti (I.C.A.T.). L'ho fatto per rendermi conto di persona di come si vive nelle carceri italiane con lo scopo di farne pienamente partecipe il Parlamento Europeo. E' evidente che nonostante il lavoro del personale, la situazione risulta estremamente difficile a causa del sovraffollamento.

Il 22 luglio 2010 ho presentato al Parlamento europeo un'interrogazione sulle "Condizioni di detenzione nelle carceri italiane e europee" chiedendo alla Commissione - visto il punto 3.2.6 del Programma di Stoccolma il punto 3.2.6 e le European Prison Rules adottate dal Consiglio d'Europa - se non ritenesse urgente agire per assicurare il rispetto uniforme dei diritti dei detenuti e di condizioni di vita dignitose nelle carceri italiane ed europee definendo e promuovendo, con urgenza, "l'applicazione di principi fondamentali e la diffusione di politiche e pratiche comuni rispettose dei diritti fondamentali, fondate sulle European Prison Rules del Consiglio d'Europa, in particolare riguardo alle pene alternative e alle condizioni di detenzione."

Nel corso della visita ho girato nelle sezioni dei tre istituti parlando con i reclusi dei problemi più gravi della vita quotidiana in una cella. Problemi acuiti da mesi sia dalla carenza di agenti di polizia penitenziaria e di risorse finanziarie, sia dal crescente sovraffollamento (secondo gli ultimi dati a Rebibbia Femminile, ad esempio, sono recluse 369 donne a fronte di una capienza di 274 posti).

Per certi versi la situazione è ancor più difficile di come viene rappresentata e stupisce il fatto che gli allarmi lanciati da chi vive il carcere, i suicidi e le proteste cadano nel vuoto. Ciò che abbiamo riscontrato durante la visita è che, ad esempio, è fin troppo latitante il ricorso ai benefici e alle pene alternative al carcere, così come esperienze positive e meritorie come l'I.C.A.T. sono fin troppo isolate e scarsamente imitate nel resto d'Italia. Purtroppo questo cocktail di problemi, unito ad una tendenza dell'esecutivo a punire con il carcere ogni condotta contraria alla legge, sta portando al collasso il sistema nonostante l'impegno e gli sforzi quotidiani di migliaia di agenti e operatori e la presenza di strutture di eccellenza all'interno delle nostre carceri. Così in molte realtà è praticamente impossibile applicare l'articolo 27 della Costituzione, che prevede la rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto.

Sono rimasto molto colpito dalla visita compiuta al nido di Rebibbia Femminile dove sono sovraffollati anche i 14 posti a disposizione di bambini e bambine da 0 a 3 anni e delle loro mamme recluse, gran parte delle quali straniere o rom. Sul tema dei bambini sono d'accordo con il Garante Marroni, questi piccoli passano in cella la fase cruciale del primo apprendimento con la concreta possibilità, al compimento dei 3 anni, di venire allontanati dalla madre per essere affidati o a parenti o a case famiglia. Non è facile, per un bambino, vivere in spazi ristretti nonostante l'impegno degli operatori e dei volontari e per questo penso sia prioritario realizzare un Istituto a Custodia Attenuata che possa accogliere le detenute madri durante il periodo detentivo.

 

Per leggere il testo dell'Interrogazione sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane e europee, clicca qui:

http://www.robertogualtieri.eu/home/index.php?option=com_content&view=article&id=333:interrogazione-sulle-condizioni-di-detenzione-nelle-carceri-italiane-e-europee&catid=4:interrogazioni&Itemid=11

Dopo mesi di negoziati, il Parlamento Europeo ha approvato in seduta plenaria, lo scorso 8 luglio, l'accordo raggiunto lo scorso 21 giugno a Madrid tra i tre negoziatori del Parlamento Europeo (Elmar Brok, Guy Verhofstadt e Roberto Gualtieri che vi scrive), la Commissione, la Presidenza spagnola dell'UE e l'Alto rappresentante Ashton, sulla costituzione del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE).

Il rapporto approvato in Plenaria lancia così ufficialmente le procedure per l'organizzazione del Servizio diplomatico europeo, il nuovo "superministero degli esteri" che avrà il compito di rafforzare la voce dell'UE sulla scena internazionale.

Grande soddisfazione è stata espressa da me e dagli altri relatori sul contenuto dell'accordo, che raggiunge in larga parte le richieste avanzate dal Parlamento Europeo. Il nuovo Servizio sarà quindi una struttura ambiziosa e con competenze estese, che garantirà il pieno rispetto del metodo comunitario e lo stretto legame con la Commissione europea nelle diverse sfere dell'azione esterna dell'UE.

Il Parlamento Europeo, unica istituzione eletta dai cittadini, avrà inoltre un importante potere di controllo sia nella definizione delle politiche che sulle risorse messe a disposizione per il Servizio.

 

Per saperne di più:

http://www.robertogualtieri.eu/home/index.php?option=com_content&view=article&id=316:seae-a-strasburgo-approvato-il-rapporto-brok-sul-servizio-europeo-per-lazione-esterna&catid=20:news-commissione-affari-esteri&Itemid=44

Da Riga, dove sto partecipando ai lavori dell'Assemblea parlamentare della Nato, non posso che condannare con fermezza il saguinoso assalto alle navi delle Ong, che traspportavano aiuti  umanitari, compiuto dalle forze israeliane in acque internazionali. Occorre istituire subito una commissione internazionale d'inchiesta indipendente per fare piena luce sull'accaduto. Fin da subito risulta però evidente che da parte israeliana vi è stato un uso della forza del tutto sproporzionato. Un fatto assolutamente inaccettabile. Al cordoglio per le vittime e alla condanna per l'azione israeliana si deve aggiungere una decisa pressione dell'Unione europea e della comunità internazionale per la fine del blocco della Striscia di Gaza e per rilanciare il processo di pace.

Il documento sulle riforme istituzionali presentato all'assemblea nazionale del Pd esprime una forte e univoca opzione per la forma di governo parlamentare razionalizzata, concepita come un naturale sviluppo dell'impianto della nostra Costituzione, giustamente definita da Bersani come "la più bella del mondo". Si tratta di un'acquisizione di grande importanza, che tra l'altro è la più coerente con l'evoluzione dell'assetto istituzionale europeo delineata dal Trattato di Lisbona, che fa dei governi nazionali i componenti della "seconda camera" legislativa europea. Ci sono quindi finalmente le condizioni per compiere un passo avanti ulteriore. Una seria critica ed un'efficace opposizione al modello di presidenzialismo plebiscitario proposto da Berlusconi ed al "presidenzialismo di fatto" che ne costituisce la concreta ed attuale declinazione, richiede infatti di superare e contestare nelle sue fondamenta il "bipolarismo di coalizione" che si è affermato all'inizio degli anni novanta. Si tratta di un modello del tutto unico nel panorama delle democrazie occidentali, la cui genesi è riconducibile al crollo dei vecchi partiti, all'assenza di soggetti politici organizzati sufficientemente forti e legittimati in grado di pilotare la transizione verso una democrazia dell'alternanza di tipo europeo, e all'esigenza dei "naufraghi" della prima repubblica di puntellare la loro debolezza e la loro incapacità di costruire veri partiti politici "appoggiandosi" ad una coalizione.

L'introduzione di tale modello si è fondata su un utilizzo dell'ingegneria elettorale del tutto peculiare. Al di là delle profonde differenze tra il Mattarellum e la legge Calderoli, entrambe le leggi hanno infatti in comune la caratteristica, priva di eguali in Europa, di indurre le forze politiche a coalizzarsi preventivamente tra loro e a proporre agli elettori, invece che la scelta tra diverse liste di partito o tra diversi candidati appartenenti a partiti diversi, appunto quella tra due coalizioni "coatte". Nella legge attuale, l'emergere come soggetto della competizione della coalizione è il frutto del premio di maggioranza, mentre nel "Mattarellum" questo esito era la conseguenza del combinato disposto tra uninominale maggioritario e proporzionale di lista.

In entrambi i casi, mettere a confronto due coalizioni invece che candidati e\o liste di partito non ha avuto solo la conseguenza di inibire la formazione e il consolidamento di partiti di tipo europeo, di imprimere una inevitabile torsione ideologica al meccanismo dell'alternanza e di "congelare" le linee di frattura sociali, territoriali e ideologiche emerse nel corso degli anni ottanta inibendo strutturalmente la formazione di un blocco riformatore. Sul piano politico-istituzionale, tale meccanismo ha configurato un vero e proprio surrogato di una competizione di tipo presidenziale, in cui i fattori unificanti dei due "poli" sono dei leader di coalizioni scelte direttamente dagli elettori, i quali per questo assumono inevitabilmente agli occhi dei cittadini un ruolo differente da quello che hanno normalmente i presidenti del consiglio in regime parlamentare, con la conseguenza di produrre un pericoloso "vulnus" nell'impianto della Costituzione.

In sostanza, è difficile difendere il parlamentarismo e costruire un partito a vocazione maggioritaria se non si contesta apertamente la teoria secondo cui il sistema elettorale deve predeterminare una maggioranza nelle urne e non soltanto favorirne la formazione in Parlamento, e se non si presentano come soggetti della competizione i partiti (o i loro candidati) e non le coalizioni. Questi due principi possono tradursi in una molteplicità di sistemi elettorali, più o meno maggioritari, capaci di combinare, come avviene in Europa, rappresentanza e governabilità, garantendo al tempo stesso la piena sovranità del Parlamento e assegnando un ruolo centrale ai partiti (e ai loro leader). Tra tali sistemi figura ovviamente a pieno titolo quello tedesco (che con la soglia di sbarramento, il doppio voto, i seggi variabili e i collegi uninominali favorisce i partiti maggiori, e che appare il più idoneo ad un contesto non bipartitico come quello italiano), così come il francese a doppio turno e molti altri. Sicuramente non figurano né i sistemi con premio di maggioranza, né il vecchio Mattarellum, la cui reintroduzione avrebbe tra le altre conseguenze anche quella, del tutto paradossale, di togliere il simbolo del Pd dalla scheda per la quota maggioritaria. Per questo, prima ancora che scegliere un modello, occorre mettere in discussione alcuni dei "dogmi" che la politologia degli anni novanta e il crollo dei vecchi partiti hanno imposto nel discorso pubblico. Costruendo le condizioni per "liberare" la costruzione del Pd e il dispiegamento della sua vocazione maggioritaria dalle gabbie dell'ingegneria istituzionale e dell'ossessione politologica. E consentendogli di affrontare, con la dovuta forza e la necessaria libertà da veti ideologici, il tema del futuro della democrazia italiana e delle sue istituzioni e la battaglia in difesa della Costituzione e dei suoi principi.

 

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http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=RR9BT

Al Parlamento europeo sto conducendo in rappresentanza del gruppo Socialista e democratico i negoziati sul nuovo "ministero degli esteri europeo" previsto dal Trattato di Lisbona. Tornato in Italia ho potuto affermare, in un'audizione presso la Commissione esteri del Senato, che è in corso un negoziato difficile ma è possibile raggiungere un accordo con il Parlamento europeo che consenta la nascita in tempi rapidi di un forte Servizio Europeo per l'Azione Esterna.

Ho informato i senatori che si è aperta una procedura di "codecisione di fatto" e che sono in corso dei "quadriloghi" tra il Parlamento europeo, rappresentato da me, da Elmar Brok (PPE) e dall'ex premier belga Guy Verhofstadt (ALDE), l'Alto Rappresentante Catherine Ashton, la Commissione e la presidenza Spagnola del Consiglio.

Nell'ultimo incontro, a cui ha partecipato anche il ministro degli esteri spagnolo Moratinos, sono stati compiuti dei passi avanti ma non sono stati superati alcuni scogli che attualmente impediscono un accordo e che riguardano il controllo parlamentare del Servizio e la sua natura istituzionale e amministrativa. Mentre su quest'ultimo aspetto sarebbe forse possibile un compromesso che garantisca un saldo legame con la Commissione di un Servizio funzionalmente autonomo, è indispensabile compiere dei passi avanti sul tema della piena accountability del Servizio nei confronti del Parlamento.

Spero che nelle prossime ore e nei prossimi giorni giungano dall'Alto Rappresentante e dal Consiglio dei chiari impegni su questo fronte che imprimano una svolta al negoziato e consentano di accelerare la procedura decisionale dotando rapidamente l'Europa di uno strumento indispensabile ad affermare il suo ruolo di attore globale.

L'adozione di un «Meccanismo europeo di stabilizzazione per preservare la stabilità finanziaria» da parte del Consiglio straordinario di domenica scorsa è stata commentata e analizzata sotto diversi aspetti. La portata del passo compiuto, tuttavia, non è stata finora colta appieno dagli osservatori. Non ci si riferisce qui all'entità, pure notevolissima, delle risorse messe in gioco (250 milioni provenienti dall'Fmi e 500 dall'Europa, dei quali 440 forniti dagli Stati membri), né all'importanza della disponibilità della Bce di acquistare titoli di debito nazionali sul mercato secondario per sostenerne il corso. La principale novità, e insieme l'architrave dell'intera decisione, è la natura della prima tranche di 60 miliardi del pacchetto varato dall'Ecofin.

La base giuridica di tale tranche è infatti esplicitamente individuata nell'articolo 122.2 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea, che prevede la concessione di «un'assistenza finanziaria dell'Unione» a uno Stato membro che «si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo». Ebbene, il ricorso all'articolo 122.2 per affrontare un problema strutturale, ancorché eccezionale, dell'economia europea introduce una svolta radicale. In primo luogo, l'articolo fa riferimento all'impiego di risorse dell'Unione e non degli Stati membri, introducendo una significativa discontinuità rispetto alla prassi dei prestiti bilaterali. In secondo luogo, la previsione di un volume di risorse pari a 60 miliardi di euro implica la possibilità di fare ricorso, se necessario, all'emissione di titoli di debito europei sotto la garanzia degli Stati membri, visto che le dimensioni del bilancio comunitario (142 miliardi di euro per il 2010) e degli attuali strumenti di flessibilità non consentirebbero di fare fronte a impegni di quella portata. È dunque politicamente emblematico che nel corso della lunga notte di negoziati si sia compreso che era questa la garanzia necessaria a bloccare la speculazione, vincendo così le resistenze al progetto presentato dalla Commissione.

Per la prima volta si apre quindi un varco nel muro contro cui la proposta di emettere eurobond si era finora sempre infranta. Si tratta di un precedente di grande importanza, che renderà difficile giustificare in seguito perché l'emissione di titoli europei debba essere negata per gli investimenti quando essa è stata prevista per sostenere le bilance dei pagamenti dei Paesi in difficoltà. Naturalmente restano problemi enormi e complessi da affrontare, che non riguardano solo l'aspetto della governance economica. Ma un primo passo è stato compiuto. E dopo l'Ecofin di domenica scorsa niente sarà più come prima.